Rifiuti, Roma come una zattera alla deriva mentre Raggi racconta di una nave verso un porto

Martedì 11 dicembre. Ore 16.30. L’impianto di trattamento dei rifiuti al Salario brucia ormai da diverse ore quando la sindaca Virginia Raggi, intervistata proprio da Romatoday, ammette: “Sembra che questo incendio abbia reso definitivamente inutilizzabile l'impianto di Salario”. Seduta alla scrivania della redazione sto lavorando a un articolo in cui cerco di ricostruire lo scenario che va via via delineandosi. Dove sarebbero finite le 700 tonnellate di rifiuti che ogni giorno venivano portate in quel sito? Mentre scrivo non posso fare a meno di pensare a tutti quei cittadini che abitano in quel quadrante che, esausti da anni di miasmi insopportabili, molte volte hanno affidato ai giornalisti e indirizzato alle istituzioni le loro denunce. Ma non posso non essere preoccupata anche come abitante di questa città. 

Vivo a Tor Pignattara da ormai più di un anno e da più di un anno convivo con strade in cui a scadenza ciclica di una settimana, massimo dieci giorni, si ingrossano cumuli di rifiuti. Fetidi cassonetti che si riempiono nel giro di poche ore, bottigliette di plastica che strabordano dai contenitori della differenziata, cartoni che cadono a terra e si squagliano alla prima pioggia rimanendo spiaccicati a terra per settimane (evito di parlare di materassi e frigoriferi abbandonati sui marciapiedi perché è un problema a parte, seppur sintomo di una stessa questione). È un dato di fatto: i rifiuti sono una elemento fisso del paesaggio in tantissimi quartieri della città. 

Le difficoltà nella gestione dei rifiuti a Roma non sono un’emergenza ma una costante e l’incendio all’impianto di trattamento meccanico biologico al Salario va a colpire esattamente il punto debole del sistema cittadino: la Capitale non sa come trattare i suoi rifiuti. E sta affrontando la questione con una lentezza pachidermica. Anzi, con movimenti praticamente impercettibili.

Da quando, nel 2013 e con estremo ritardo, è stata chiusa la discarica di Malagrotta dove per oltre 30 anni sono stati inghiottiti senza alcun trattamento i rifiuti prodotti dalla Capitale, a Roma non è cambiato niente. O quasi. Solo la percentuale di differenziata è cresciuta di circa dieci punti ma anche questo trend ha rallentato negli ultimi due anni. Secondo dati Ispra nel 2016 era al 42 per cento, nel 2017 al 43,2 per cento. Secondo dati Ama nel 2018 siamo al 45,4 per cento.

L’amministrazione pentastellata di Virginia Raggi mira al modello più sostenibile, le cosiddette ‘4 R’ (riduzione, riuso, riciclo e recupero) auspicati anche dalle direttive europee, puntando tutto il proprio piano sull’aumento della raccolta differenziata, sulla riduzione dei rifiuti e sulla progressiva indipendenza da discariche e inceneritori. La logica sottesa è questa: perché quindi investire milioni di euro in grandi impianti impattanti che, con l’aumento della raccolta differenziata, sono destinati a non servire più? Roma è (ormai da anni) a un bivio, complicato certo, ma per lo meno non una strada già tracciata. Perché non pensare a Roma come città modello?

Il quadro che abbiamo di fronte, purtroppo, è più simile a quello di una zattera alla deriva che a una nave diretta in un porto, anche lontano. La raccolta differenziata sta crescendo molto lentamente, tanto da faticare a credere che entro il 2021 si raggiungerà la percentuale del 70 per cento dato su cui è basato il piano del Campidoglio, e l’introduzione del porta a porta spinto in alcuni quartieri sta affaticando la raccolta negli altri. Nel 2017 la produzione dei rifiuti è addirittura aumentata, dato che si registra in tutta Italia ma che ha effetti drammatici su Roma. La città riesce a trattare in impianti propri solo il 6% dell’umido che raccoglie mentre quelli nuovi sono ancora alla fase progettuale. Più della metà dei rifiuti prodotti, quelli indifferenziati, viene trattata nei Tmb e quindi, nella fase successiva, in discariche e inceneritori. Con modalità a ‘gestione diretta’ per di più dal momento che la maxi gara da 188 milioni di euro per la gestione di Fos e Cdr in uscita dai Tmb è andata deserta.

Dopo anni in cui Malagrotta risolveva ogni problema, pagando in termini ambientali i risparmi economici e gestionali, Roma gestisce i propri rifiuti con un sistema che la rende la completamente dipendente da altri e al tempo stesso le fa assumere una posizione di ‘sfruttatrice’ delle risorse ambientali del territorio circostante (emblematico il caso di Colleferro anche se il piano di riaccensione dovrebbe essere scongiurato).  

Roma produce ogni giorno tra le 2600 e le 3000 tonnellate di rifiuti indifferenziati. Circa 1200 vengono trattati negli impianti di Malagrotta di proprietà di una delle aziende della galassia di Manlio Cerroni e altrettante erano quelle trattate nei Tmb dell’Ama. Già prima dell’incendio del Tmb Salario, la Capitale trasferiva fuori città circa 700 tonnellate di rifiuti ogni giorno. L’incendio di martedì raddoppia le tonnellate a cui Roma non riesce a provvedere. E lo fa in modo strutturale perché l’impianto non entrerà più in funzione. Senza contare che il Salario, così come il Tmb di Rocca Cencia, fungeva anche da sito di trasferenza dove versare i rifiuti da portare fuori città, così alle 700 tonnellate trattate a Roma Nord si aggiungono le circa 350 che venivano ‘solo’ parcheggiate in attesa di essere caricate da camion più grandi per intraprendere viaggi più lunghi. 1000 tonnellate al giorno sono così ora in cerca di un sito dove essere smistate. 

Se da un lato sindaci e presidenti di regione dove insistono gli impianti di trattamento fanno sentire la loro protesta, dall’altro è innegabile che la gestione dei rifiuti è un business e Roma oggi assomiglia a un cadavere indifeso facile da cannibalizzare. Roma dipende dalla disponibilità delle altre regioni e delle altre città senza le quali, nel giro di due o tre giorni, forse anche meno, le sue strade si riempirebbero di cumuli di rifiuti. La sindaca Raggi lo sa e infatti nelle scorse ore, chiedendo aiuto alle altre regioni, ha ribadito più volte: “Nessuno speculi sui romani”. 

“È curioso questo appello (quello della sindaca Raggi di aiutare la Capitale dopo l’incendio al Salario, ndr), dopo che ci hanno detto per mesi che noi siamo degli inquinatori perché usiamo i termovalorizzatori” le parole del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, riferendosi al fatto che anche i rifiuti di Roma che escono dai Tmb finiscono negli inceneritori che per la maggior parte sono localizzati nelle regioni del nord. “Se i termovalorizzatori inquinano la risposta sarebbe no, non possiamo mica contribuire ad inquinare ulteriormente l'aria della mia regione, se invece si riconosce che i termovalorizzatori non inquinano in maniera preoccupante, allora il discorso si potrà rifare”. 

Perfino l’ex presidente del consiglio Matteo Renzi ha ribadito di essere favorevole ai termovalorizzatori a Roma: “Quando ero presidente della provincia di Firenze lo proposi. Quattro ore di botti a Napoli producono emissioni quanto 150 termovalorizzatori” ha detto a Porta a Porta. Il dibattito, lo abbiamo visto nelle scorse settimane, viene riaperto spesso. Recentemente il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in visita in Campania, ha riproposto l’inceneritore come soluzione sollevando la reazione della componente pentastellata del suo governo. 

Negli ultimi giorni è tornato a farsi sentire anche Manlio Cerroni, fresco di assoluzione nel maxi processo sulla gestione dei rifiuti a Roma e nel Lazio. Il proprietario della discarica di Malagrotta e di molti altri impianti nel Lazio, resta il principale gestore dei rifiuti prodotti dalla Capitale. Ben 1200 tonnellate al giorno, più di un terzo della produzione di indifferenziato, vengono portate nei Tmb che sorgono a fianco dell’ex discarica e altre 100 inizieranno ad essere trattate nel tritovagliatore di Rocca Cencia che il dominus dei rifiuti romani ha affittato all’imprenditore Porcarelli. Cerroni, anche stavolta, è pronto a “risolvere questo disastro in 15 giorni” mettendo a disposizione un suo impianto per la stabilizzazione dell’umido a Guidonia “dove è presente un impianto operativo collaudato ma inoperoso che rientra nella nostra galassia”.

Roma oggi si trova da un lato con un piede nell’emergenza e dall’altro senza un Piano industriale di Ama (quello approvato nel 2017 è stato considerato “superato” dopo pochi giorni dall’approvazione) e un Piano rifiuti della Regione Lazio, fermo all’era di Renata Polverini (il nuovo dovrebbe arrivare a breve ma sulla definizione delle aree si è innescato un vero e proprio braccio di ferro tra la Regione e il Campidoglio). 

In mezzo ci sono i cittadini romani che da mesi ormai vivono in una città in cui, dall’alto, gli viene ripetuto continuamente che va tutto bene mentre per strada devono avere a che fare quotidianamente con cumuli di rifiuti e sporcizia. Non è solo una questione sanitaria o di ‘degrado visivo’. La gestione dei rifiuti parte nelle case delle persone e ancora prima dai loro acquisti nei supermercati. È una responsabilità che investe tutti i livelli. A Roma serve un piano e molta trasparenza. In fretta. 

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