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La vita in appartamento ai tempi del Coronavirus: i romani riscoprono i terrazzi condominiali

Soprattutto nei film hollywoodiani il terrazzo è spesso sinonimo di avventurosi inseguimenti, piattaforme sospese a strapiombo su città lontanissime. Sui terrazzi condominiali di Roma invece i brividi arrivano più da incontri proibiti. Come in Una giornata particolare dove, mentre il palazzo si svuota per la visita di Hitler a Roma, una Sophia Loren madre di famiglia e un Marcello Mastroianni ex conduttore radiofonico antifascista si incontrano, si conoscono e si sfiorano tra i panni stesi, come se fosse l’unico posto dove un incontro simile sarebbe potuto accadere. O nei Soliti Ignoti dove la parte più alta del palazzo nel cuore di un San Lorenzo post bellico diventa il luogo più sicuro per Totò per radunare i suoi e progettare come scassinare una cassaforte.

Anche lì tra i panni stesi e una vista privilegiata sui tetti e sulle strade della città. Pienamente consapevoli della posizione occupata all’interno della geografia di un quartiere, o per i palazzi più alti di un intero quadrante, immersi nella mappa disegnata dai tetti e dai vuoti delle strade, dalle cupole delle chiese e dagli spazi aperti dei parchi, e allo stesso tempo al riparo da sguardi indiscreti o protetti dalla magia di un luogo intimo e complice. Negli anni l’uso dei terrazzi condominiali, il cui utilizzo è normato anche dal codice civile, si è perso. I lavatoi sono stati dismessi e quasi più nessuno utilizza questo spazio comune per stendere la propria biancheria. Al massimo ci si va per guasti tecnici al contatore dell’acqua o all’antenna della tv.

In tempi di Coronavirus sono tanti i romani che, non potendo uscire di casa, stanno riscoprendo il terrazzo condominiale. C’è chi sale per mezz’ora di esercizio fisico all’aria aperta, chi cerca un momento di relax per una sigaretta o un buon libro, c’è chi ne approfitta per far giocare i propri bambini piccoli o organizzare pic-nic (sempre da soli o con i conviventi mi raccomando, pranzi e barbecue sono vietati anche con i vicini di casa) fantasticando di stare in un parco, per rendersi conto che è arrivata la primavera. Ci sono foto che girano sui social, lo raccontano gli amici al telefono, basta salire sul terrazzo per vedere spuntare qua e là piccole figure che si muovono su altri terrazzi più o meno lontani. Terrazzi che sono i parchi, le strade, le piazze, i mercati, i cortili che non si possono più attraversare ma anche torri d’avvistamento per riprendere contatto con quella città che non si può più vivere, che non si può più esplorare, nella quale, al massimo, ci si può intrufolare velocemente, con timore, solo per andare al lavoro o per fare la spesa. Dai terrazzi la città la si afferra dall’alto in attesa di potercisi rituffare.

E chissà se quando la quarantena sarà terminata ci si ricorderà dei terrazzi condominiali, di questi spazi comuni dimenticati come cantine che non possono contenere nulla. Quando va bene i condomini ne vendono un pezzo agli inquilini dell’ultimo piano o di chi ha trasformato i lavatoi in appartamenti e vengono utilizzati come terrazzi privati. Nella maggior parte dei casi sono uno spazio che è meglio non usare, perché non si capisce come farlo, perché lo possono fare tutti e sembra inutile mettersi d’accordo sul come utilizzarli. E se invece iniziassimo a pensarli come cortili o, meglio ancora, come giardini per quando potremo incontrarci di nuovo, passare del tempo con gli amici o continuare a salire sui terrazzi da soli ma per il semplice gusto di farlo? Se non fosse solo uno spazio di evasione ma un luogo che può migliorare la nostra vita sempre?

Per iniziare a pensarci concretamente ho ripensato a un post su uno dei blog di Romatoday, Abitare a Roma: le parole per dirlo, dell’architetto e urbanista Antonello Sotgia, che aveva sempre uno sguardo prezioso sulla città, e questo sguardo è rimasto tale anche in questo momento in cui si sta sui terrazzi perché non si può più stare in città. La sua riflessione partiva da un fatto di cronaca: il crollo di un terrazzo al Flaminio. Il dito era stato puntato contro le troppe piante. “In Germania, il "tetto verde" trova posto nelle prescrizioni dei regolamenti edilizi della maggior parte delle città. In Canada, specificatamente a Toronto, chi si accinge a tirar su un edificio, è obbligato a “coronarlo” con un giardino”, esordiva. “Il verde piantato all’ultimo piano incide, infatti, sul il bilancio energetico dell’edificio che l’ospita. […] In molti casi sui tetti, si arriva anche coltivare frutta e verdura che, come dimostrano ormai molte tesi di ingegneria ambientale, aiutano l’edificio a durare più a lungo”. “Ma che succede a chi abita questi edifici?”, si chiedeva Sotgia. “Sicuramente vede cambiare la qualità della propria vita. […] Un’inedita e preziosa forma di resistenza ecologica all’interno di consolidate isole di cemento”. 

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