Mercoledì, 28 Luglio 2021

Buoni spesa, la politica senza trasparenza punta il dito contro i poveri. E Roma brucia

Foto Renato Ferrantini - Nonna Roma

“Non glielo famo capì così su 100 ne arrivano 20 e gli altri 80 se la pijano in saccoccia”. Ho sentito queste parole davanti alla sede del V municipio venerdì mattina pronunciate da una donna, abitante del Quarticciolo, che si lamentava della mancanza di chiarezza nel testo per la domanda per i buoni spesa. Le ho riprese perché raccontano una realtà poco indagata: ricondurre le difficoltà di chi amministra questa città nell’erogazione dei buoni spesa solo alla natura eccezionale dell’emergenza in atto rischia di lasciare in ombra una parte delle ‘notizia’.

I ritardi e il caos che caratterizzano la vicenda non sono solo il risultato del numero elevato di domande inviate, che in ogni caso non è da sottovalutare, di una macchina burocratica farraginosa e inefficiente o dell’incapacità del M5S in Campidoglio di far fronte alla situazione ma rilevano una sistematica diffidenza verso i più poveri. Mi occupo di disagio abitativo ormai da qualche anno e ho imparato che una fetta di famiglie che avrebbero diritto a sostegni di varia natura ne resta costantemente esclusa. Approfondendo le storie di queste persone ho capito che non siamo di fronte a una semplice assenza di risposte, a un fenomeno statico ma a una spinta per l’esclusione, a una forza che emargina, come quella che in questi giorni stiamo osservando nella sua manifestazione più estrema sia in termini sostanziali sia quantitativi: le istituzioni non riescono a garantire l’accesso al cibo, un diritto vitale, a centinaia di migliaia di persone.

Anche la retorica istituzionale che sta accompagnando questa situazione è funzionale a questo disegno: non solo affamati, non solo cittadini con dei diritti, non solo bisognosi di un sistema di welfare all’altezza, i poveri sono tutti potenziali ‘furbetti’. Non è solo propaganda pentastellata alla quale siamo ormai abituati. La cultura del sospetto verso i più poveri in questo disegno rappresenta un’ideologia funzionale a rendere accettabile agli occhi della società quel costante processo di esclusione da potenziali ‘diritti esigibili’, che sia il buono spesa o la casa popolare, al quale è destinata la parte di cittadinanza economicamente più debole.

Per capire quello che sta accadendo e che succederà nei prossimi mesi non bisogna quindi considerare solo il numero delle domande depositate o quello delle accolte ma l’ammontare di quelle escluse, di quelle che magari non sono state nemmeno presentate per difficoltà nella compilazione (me ne ha parlato più di una persona, anche operatori sociali), di quelle arrivate o che arriveranno fuori tempo massimo, dopo aver spinto la famiglia o la persona che le ha richieste in uno stato di indigenza, difficoltà e frustrazione tale da comportare conseguenze molto più durature e radicali di quelle che sarebbero potute accadere se l’erogazione fosse avvenuta in tempi adeguati. Come se non bastasse negli ultimi giorni molte famiglie hanno denunciato di aver ricevuto buoni spesa con importi esigui tanto da essere quasi inutili.

L’assessora Veronica Mammì sostiene che il doppio controllo sulle domande, effettuato prima dai municipi e poi dal dipartimento, è stato deciso a garanzia dei più deboli, per “assicurare che l’aiuto arrivasse in via prioritaria a persone senza reddito né altri contributi economici pubblici di una certa consistenza”. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Non basta dire che gli uffici hanno lavorato giorno e notte, l’assessora dovrebbe avere il coraggio di ammettere il disastro.

Quello che sappiamo dalle confuse dichiarazioni ufficiali in merito è che ai municipi sono arrivate 160mila domande. Il primo passaggio ne ha cancellate ben 60mila così che al dipartimento Politiche sociali ne sono arrivate circa 100mila. Qui altre 30mila non hanno passato la seconda scrematura. Le sopravvissute sono 70mila, meno della metà. Quest’ultime inoltre sono arrivate, o stanno arrivando, con i ritardi che tutti conosciamo. Perché l’amministrazione non ha pensato a un’erogazione immediata per quanti erano già seguiti dai servizi sociali o non si è appoggiata alle realtà associative impegnate da tempo nella lotta alla povertà in questa città? A chi e perché i buoni sono arrivati prima? Come sono stati stabiliti gli importi? E soprattutto, chi è stato escluso perché è stato escluso? Questa situazione, oltre a denotare una scarsa conoscenza del territorio amministrato, mi ha ricordato una vicenda che ho raccontato un paio di anni fa quando alle famiglie che ancora vivono nei residence per l’emergenza abitativa è stato chiesto di partecipare a un bando per accedere al nuovo servizio di assistenza alloggiativa.

In quel caso le domande erano poco più di mille e non c’era nessuna emergenza ma il caos è stato notevole tanto da portare il dipartimento Politiche abitative a riaprire i termini. Anche in quel caso quasi la metà delle domande era stata esclusa. Quando sono arrivati i primi riscontri un gruppo di famiglie aveva voluto denunciare la propria storia: rischiavano di perdere tutto per non aver messo una ‘X’ su una casella. All’inizio ho scritto quelle storie pensando si trattasse di eccezioni. In realtà poco dopo è emerso che le famiglie escluse per motivi meramente burocratici erano tantissime, molte più di quelle escluse per aver un reddito troppo alto. Solo le proteste hanno fatto sì che venissero riaperti i termini del bando e per onor di cronaca sono stati soldi pubblici sprecati dal momento che il nuovo servizio non ha mai visto la luce.

Mentre lavoravo a quelle storie assurde sono arrivata a chiedermi come l’apparato burocratico-amministrativo-politico potesse ritenere socialmente accettabile sbattere per strada decine di famiglie con redditi molto bassi e inserite da anni in un percorso di emergenza abitativa solo perché non avevano compilato bene una domanda. Con questo non voglio sostenere che l’amministrazione capitolina stia raccontando il falso sui buoni spesa.

Quel che registro, però, è che l’amministrazione guidata da Virginia Raggi al posto di difendersi con la trasparenza e con un patto di fiducia e di interesse con i suoi cittadini più deboli ha coperto tutto ancora una volta da un lato con una propaganda slegata da qualsiasi senso della realtà e dall’altro con l’ideologia della diffidenza. Una mossa utile a coprire il disastro, soprattutto di fronte all’elettorato ben più interessante rappresentato dalla classe media alla quale un possibile sentimento di indignazione morale verso un popolo affamato che chiede del cibo va frenato con il dubbio: se qualcuno non ha ricevuto il buono spesa, forse, sarà perché è un furbetto.

Sarà per questo che la sindaca Virginia Raggi, in un’intervista a Repubblica, mentre invocava velocità e semplificazione per le imprese di fronte alla domanda sui ritardi nell’erogazione dei buoni spesa non ha esitato ad affermare che tra i richiedenti ci sono tanti ‘furbetti’. Sottoporre a lunghi e accurati controlli le domande di chiede qualche centinaio di euro per mangiare è quindi giustificato anche se questo si traduce in ritardi capaci di inficiare la stessa natura emergenziale degli interventi in questione. La stessa cosa sta avvenendo per il buono affitto: l’assessora alle Politiche abitative, Valentina Vivarelli, si è indignata quando l’impostazione che ha dato ai suoi uffici per l’erogazione del buono affitto è stata definita una “stucchevole caccia ai furbetti”.

La sua difesa non si è concentrata nel dimostrare che le risposte messe in campo dal suo dipartimento saranno all’altezza, dicendo per esempio quando sarà in grado di erogare questi buoni, ma si è concentrata sul fatto che i controlli sono necessari perché una delle richieste di contributo è arrivata “per un immobile che invece di essere un’abitazione è adibito anche a b&b”. Non contenta ha aggiunto: “Senza i controlli questa persona avrebbe ottenuto il bonus togliendo soldi a chi è destinatario del contributo”.

Non solo tra i poveri è pieno di furbetti ma se una famiglia non riuscirà a ottenere il bonus per pagare l’affitto o lo otterrà troppo tardi potrebbe certo essere colpa loro e non del fatto che basta fare due calcoli per capire che i soldi messi in campo dalla Regione sono risicati, che quelli stanziati dal governo a guida M5S-Pd per il sostegno all’affitto sono irrisori, che nessuno ha pensato di sospendere gli affitti per le famiglie o fermare realmente la possibilità di procedere con gli sfratti o che il reddito di emergenza è una misura simile al buono spesa: insufficiente, temporaneo, escludente. Al di là della propaganda governativa o degli enti locali è sotto gli occhi di tutti che senza quel tessuto associativo e di movimento solidale che si è messo in piedi nelle scorse settimane molte famiglie non ce l’avrebbero fatta. Di fronte all’ampiezza e alla profondità della crisi economica in atto però sono queste stesse realtà che sostengono di non potercela fare da sole.

Il cibo in tavola viene mangiato ogni giorno. E il bonus affitto coprirà, se mai arriverà, il 40 per cento per tre mesi. La crisi per molte famiglie durerà molto di più, non tutti torneranno al lavoro, non tutti, anche tra quelli che torneranno, tra lavori in nero, malpagati o precari avranno la forza economica per recuperare quanto perso in questi mesi. Ora siamo immersi nella bufera sui buoni spesa e sul bonus affitto, due misure tampone, capaci di coprire a malapena l’emergenza, ma tra i poveri di questa città si già è fatta largo una domanda: qual è il piano per il futuro?

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