Gli allagamenti che ci invitano a ripensare Roma

Le critiche all’amministrazione Raggi mostrano tutta la miopia della classe politica verso i cambiamenti climatici in atto. Silenzio sugli effetti del consumo del suolo

L’ironia e le critiche all’amministrazione Raggi avanzate da esponenti politici di diversi schieramenti sugli allagamenti causati dal violento nubifragio che ieri si è abbattuto su Roma mostrano la miopia di un’intera classe politica sul presente e sul futuro della città. L’amministrazione di Virginia Raggi ha di certo delle responsabilità: la manutenzione del sistema di raccolta delle acque, la pulizia delle strade, le mancate promesse in tema di rifiuti (ci saremmo almeno evitati di veder galleggiare i sacchetti di immondizia).

L’incremento dei fenomeni meteorologici intensi ed estremi sono però legati alla crisi climatica in atto. Mentre fa sempre più caldo, studiosi e scienziati, (seppur i dati a disposizione non coprono un orizzonte temporale abbastanza ampio, pari a quello dell’aumento delle temperature) osservano un incremento di questi episodi. In un report Legambiente ha scritto che in Italia nel 2020 si sono verificati 239 fenomeni meteorologici intensi, che hanno causato 20 vittime: 101 sono stati i casi di allagamenti da piogge intense; 80 casi di danni da trombe d’aria, 19 esondazioni fluviali, 16 danni alle infrastrutture, 12 casi di danni da siccità prolungata, 10 di frane causate da piogge intense. Roma non è sola, anche se è una città particolarmente fragile da questo punto di vista.

Far passare il messaggio che basta tenere puliti i tombini (che certamente aiuta) per rispondere alla sfida epocale dei cambiamenti climatici in atto significa convincere i residenti della Città Eterna a restare con gli occhi fissi su un dito che indica una luna infuocata. È accaduto con l’ex sindaco Gianni Alemanno; si è ripetuto con Ignazio Marino, finito nel mirino di Raggi, allora all’opposizione; sta accadendo con la sindaca pentastellata e accadrà anche al prossimo sindaco. Chi è interessato a fare polemica salvi Tweet e post su Facebook perché gli serviranno. È un peccato, però, che una città in campagna elettorale non sia in grado di riflettere su quali politiche mettere in atto, urgentemente, per contrastare il cambiamento climatico e, dal momento che ci siamo già dentro, trovare il modo di adattarsi.

Ho un’idea del perché accade. Diamo per scontata l’importanza della pulizia dei tombini, della manutenzione delle fogne e dei sistemi di raccolta delle acque. Oggi dovremmo essere qui tutti a chiedere con urgenza di fermare il consumo di suolo. Un suolo impermeabilizzato, come quello cementificato, non assorbe l’acqua e ne altera il ciclo naturale, generando i fiumi che abbiamo visto ieri. È chiaro che il modello di sviluppo che ha caratterizzato la crescita di Roma, così come molte città e aree italiane, ha reso il suo tessuto urbano fragile ed esposto agli eventi meteorologici.

“Le superfici naturali all’interno delle nostre città”, scrive l’Ispra, “sono preziose per assicurare l’adattamento ai cambiamenti climatici in atto”. Ma non sembra interessarci. Tra il 1990 e il 2008, nonostante una popolazione stabile, oltre 450 ettari di suolo all’anno a Roma sono stati coperti dal cemento, più di cinquecento metri quadrati all’ora. Secondo i dati dell’Ispra nel 2019 Roma è il comune che ha trasformato di più il suo suolo tra le città italiane, 108 ettari. Eppure il consumo di suolo e la fragilità idrogeologica faticano a entrare in quel patrimonio di conoscenza che ci permette di analizzare ciò che accade in città. Meglio continuare a guardare il dito.

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