Le anime di Roma

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Le anime di Roma

A cura di Associazione Calipso

Giuseppe Gioachino Belli e la poesia romanesca

Illustrazione Marco De Vincentiis

A Trastevere, il più antico e popolare quartiere di Roma, nelle vicinanze del ponte Garibaldi, in piazza Giuseppe Gioachino Belli si trova l'imponente monumento realizzato in suo onore nel 1913 dallo scultore nisseno Michele Tripisciano, grazie ad una sottoscrizione popolare fortemente voluta dai romani. L'intento era quello di omaggiare questo grande poeta romanesco, fedele testimone della decadente Roma papalina di Gregorio XVI, popolata di prelati, boia e prostitute, in occasione del cinquantenario della sua morte. 

Nato a Roma il 7 settembre 1791 nel rione Sant'Eustachio, Giuseppe Belli (solo molto più tardi aggiungerà il secondo nome per non essere confuso con un medico omonimo che si dilettava nella scrittura) cambierà spesso residenza: dopo essersi trasferito un anno a Napoli per motivi politici, vivrà a Civitavecchia e nuovamente a Roma, in  zone centrali, come via del Corso, piazza San Lorenzo in Lucina e via Mario de' Fiori, dove lavora come segretario del principe Poniatowski. Viaggerà molto a Napoli, Venezia, Firenze ed a Milano, entrando in contatto con vivaci ambienti culturali. Morirà nel palazzetto di via Cesarini, nel quale viveva con l'unico figlio Ciro e la nuora, il 21 dicembre 1863, esattamente ottantasette anni prima di un altro celebre poeta dialettale romano, Trilussa.

Pur non vivendo a Trastevere, sicuramente vi trascorse gran parte del suo tempo: le sue poesie nascono proprio dallo stare sempre in mezzo alla gente, con la quale si ferma a parlare, annotando su foglietti le frasi ed i particolari più caratteristici. Inizialmente compone solo in italiano, poi in romanesco, coltivandolo in forma segreta e clandestina per non compromettere la propria immagine di letterato organico e conformista: su circa 2300 sonetti, solamente 23 vedranno la luce durante la vita dell'autore. 

Il dialetto parlato a Roma, infatti, era connotato negativamente fin dai tempi di Dante, che nel “De vulgari eloquentia” lo definisce “il volgare più turpe”. La sua natura inferiore e subordinata sembra essere rivelata anche nei due poemi eroico-comici secenteschi, “Il Maggio romanesco” di G.C. Peresio ed il più noto “Meo Patacca” di G. Berneri, che fissano gli stereotipi della letteratura successiva, quali il romano pasticcione e quello rissoso. 

E' dunque ambizioso il progetto di scrittura dialettale del Belli, intellettuale a tutto tondo intenzionato a ritrarre la plebe ignorante facendole parlare “una favella tutta guasta e corrotta”, “una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca”, che fino a quel momento quasi nessun poeta aveva scelto. 

Fondatore dell'Accademia Tiberina, che promuove studi storici su Roma, egli sceglie di immortalare il carattere originale, cinico, impoetico, crudele della plebe della Capitale, alla quale nega ogni speranza di riscatto e non mostra alcuna solidarietà. Come il poeta stesso asserisce nella “Introduzione” alla sua opera, vuole “lasciare un monumento di quella che oggi è la plebe di Roma”, evitando qualsiasi riferimento autobiografico.
Dopo un breve periodo di ripresa in seguito della caduta della Repubblica Romana da lui duramente avversata, Belli si chiude in un definitivo silenzio, arrivando addirittura a rinnegare tutta la sua produzione precedente, per paura che questa possa nuocere alla carriera del figlio, impiegato nell'amministrazione pontificia. Fortunatamente l'amico monsignor Tizzani, incaricato di distruggere la sua opera dopo la morte, si guarda bene dal farlo e la affida quasi integralmente a Ciro Belli, consegnando ai posteri uno sterminato patrimonio di versi, documento completo della Roma dell'epoca ed al tempo stesso metafora severa, comica e tragica, dell'esistenza.  

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