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La linea gialla

Opinioni

La linea gialla

A cura di Matteo Scarlino

Il binario rotto

Gli utenti del 19 alle prese ogni giorno con una sorta di Squid game all'Amatriciana

Limitato a porta Maggiore. È il destino, da quasi un mese, del tram 19 che parta da Centocelle o da piazza Risorgimento, ai piedi del Vaticano. Colpa di un binario rotto all'altezza del Verano che, dalla sera di Halloween, ha regalato ai tanti viaggiatori del mitologico mezzo che collega la periferia est al Vaticano nuove mirabolanti emozioni, un nuovo gioco nella quotidiana gara di resistenza che vivono i romani sui mezzi pubblici.

Sì perché non bastassero le frequenze da treno regionale, gli affollamenti da carro bestiame e le liti per uno strapuntino, mattina e sera sono caratterizzate da una nuova disciplina: il cambio mezzo. "Signori, si cambia". E no, non è uno slogan da campagna elettorale di quelli che c'erano prima che a Roma hanno fatto veder le stelle per cinque anni. A porta Maggiore si passa da tram al bus, o da bus al tram. E tocca pure correre se no si resta a piedi.

Ed è qui che si può fotografare un interessante epifenomeno che racconta la Capitale di oggi: l'abitudine al disservizio. Un qualcosa che va oltre la rassegnazione: è l'istinto di sopravvivenza per non perdere la pazienza, il farsi tutt'uno con la città e la sua anima dannata, accettandone il gioco perverso a non mollare, a non sbroccare di fronte ad uno scatafascio senza fine. Di chiusura in chiusura, tra binari rotti e stazioni metro diventate fantasma, si affastellano nella quotidianità dei romani tanti "si stava meglio quando si stava peggio". Talmente tanti da pensare che un passo indietro, al quadro prima, quello meno difficile da superare, rappresenti una conquista

La resilienza del romano medio nei primi giorni era arrivata finanche ad apprezzare le navette. A Porta Maggiore erano tante e subito disponibili per il cambio. Viaggiando sul percorso del tram sfruttano la strada vuota, con un'andatura più veloce del mezzo elettrificato. Più di qualcuno ha cominciato ad apprezzare il servizio. I più nerd, quelli che si appuntano i tempi di percorrenza da casa a lavoro e da lavoro a casa, ridevano soddisfatti dei 4 5 minuti guadagnati per la maggior intraprendenza delle navette sugli scalcagnati binari di viale Regina Elena e viale Regina Margherita.

Ma se il romano si adatta, Atac come sempre si supera, confermandosi sceneggiatore tanto spietato quanto scontato. Come nelle migliori offerte commerciali di inizio attività infatti, indorata la pillola con decine di navette in strada pronte a partire (e farsi apprezzare), con il passare del tempo sta attuando un dosaggio a scalare. Il servizio per sopperire al disservizio sta lentamente peggiorando. Le navette sono sempre più piene, a mattina come a sera, e nel trasbordo a Porta Maggiore c'è sempre da aspettare, in media tra i 5 e 10 minuti.

I viaggi sono sempre più un incubo, tra liti per gli autobus che non passano, lo strapuntino irraggiungibile e l'affollamento fuori controllo. Incredibile ma vero, nessuno pensa al binario rotto, al fatto che non si hanno notizie sulla sua riparazione, più banalmente che lì, su quel percorso, dovrebbe correre un tram e non un autobus.

La normalità sono le navette, il servizio anti disservizio, diventato esso stesso disservizio: "Dovrebbero metterne di più", è la litania di tutti. E in questo gioco di matriosche che al mercato mio padre comprò c'è chi nel 19 ha già un'alternativa alla metro Policlinico, chiusa da ormai un anno. Ovvero, il 19 è esso stesso, per tanti, un servizio anti disservizio, diventato esso stesso disservizio.

E in questo Squid game all'amatriciana, in cui a prendere a schiaffi i romani è Roma stessa, chiedersi quando riapre Policlinico è un po' come vedere il coreano protagonista della serie Netflix, Seong Gi-hun (alias 456),  vessato e preso a schiaffi nei perversi giochi della serie, che chiede di uscire dal gioco per tornare alla vita reale. Quella dove tutto funzionava male, ma sempre meglio della vita sul binario rotto.

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