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A cura di Flaminia Bolzan

Aureliano, Spadino, Nadia e Angelica: ecco cosa rende affascinante la narrazione di Suburra

La televisione contribuisce a plasmare i nostri atteggiamenti e le nostre convinzioni e le serie crime popolari attirano il pubblico, ma inevitabilmente ne influenzano anche le prospettive sul mondo che viene rappresentato.

La serialità televisiva ha tra l’altro assunto negli ultimissimi anni un ruolo fondamentale nello spazio comunicativo diventando un genere molto produttivo in termini di differenziazione nella programmazione e quindi anche di fruizione. È un modello di scrittura ricercato che ha il merito di aver scandagliato prepotentemente il quotidiano, comportando di riflesso un accesso maggiore alla conoscenza e, di conseguenza, anche alla riflessione inerente il sistema di rappresentazione che è mediato dai mezzi di intrattenimento. 

Le serie tv in generale, e “Suburra” in particolare per ciò che attiene la città di Roma, veicolano la cultura del nostro paese e in parte aiutano la diffusione di un certo “sapere”, pur non privandosi di alcuni stereotipi e di una certa soggettività di sceneggiatori e registi. 
Come molti di voi già sanno, questa serie che è ormai giunta alla sua terza (e ultima) stagione è stata sviluppata nella sua costruzione a partire da un romanzo (omonimo) del 2013 edito da Einaudi, i cui autori sono Carlo Bonini, giornalista, e Giancarlo De Cataldo, magistrato.

Personalmente apprezzo molto lo stile di entrambi e pur non volendomi soffermare in questa sede sul “lodarne” la penna, ritengo indispensabile spendere qualche parola in merito perché, chi ha avuto modo di acquistare e leggere il libro, avrà notato qualche leggera divergenza di linguaggio rispetto alla serie e viceversa, chi invece sceglierà di leggerlo (vi invito a farlo perché non rimarrete delusi), magari dopo aver visto tutte e tre le stagioni del prodotto presente su Netflix, potrebbe rilevare una minore centratura sulla Roma dei giorni nostri e un legame maggiore ad una storia criminale della città che include riferimenti a un passato che pone al centro la marginalità e mette sotto i riflettori alcune figure che ne hanno fatto parte.

Il tema di cui più si discute riguardo Suburra (e altri prodotti che ne ricalcano il genere), tuttavia, è relativo all’“impatto” che questo tipo di narrazione può avere su coloro i quali, non avendo vissuto e non conoscendo approfonditamente la storia criminale di Roma, possono identificarsi nei protagonisti della serie individuando in questi una sorta di “modelli” che ne influenzano appunto l’atteggiamento.
È una domanda che più volte mi è stata posta e sulla quale oggi voglio soffermarmi a rispondere attraverso un ragionamento che parte dall’enfatizzazione delle caratteristiche individuali dei personaggi e dall’appeal dei temi narrati, primo tra tutti quello che riguarda la potente interconnessione tra “sistemi” che apparentemente sono distanti anni luce l’uno dall’altro, ovvero la Chiesa, la politica e la criminalità.

Suburra racconta storie di malavita che intersecano personalità differenti, grandi manipolatori e personaggi problematici, borghesia e gente di strada; ogni caratterizzazione umana rivela ambizioni personali, sovrastrutture di matrice culturale, bisogno di appartenenza e ricerca di sé.

Questi sono gli “ingredienti magici” che rendono interessante la narrazione e ci permettono, a vario titolo, di avvicinarci alle storie personali di Aureliano, di Spadino, di Angelica e Nadia e anche di Sibilla o Sara. In questa terza stagione un ruolo preponderante è rivestito proprio dalle donne, che tradizionalmente nella narrazione delle culture criminali avevano sempre avuto (almeno per ciò che attiene l’immaginario comune) una posizione secondaria. 

Suburra le riporta al centro, le caratterizza in qualche modo e mentre Aureliano Adami veste i panni di un antieroe rabbioso, vittima del suo passato e della sua impulsività, Spadino Anacleti rappresenta la “rottura” con un sistema familiare in cui i non zingari, i gagè, hanno “il sangue impuro” e le tradizioni che impongono un codice di comportamento e di apparenza distonico rispetto all’essere devono essere in qualche modo distrutte, con il conseguente conflitto interiore che si viene a generare.

Nadia, ma soprattutto Angelica, ne rappresentano i “controaltari” e in particolar modo questo secondo personaggio, interpretato da Carlotta Antonelli, risulta essere il prodotto di una combinazione sapiente di elementi psicologici in grado di affascinare gli spettatori.
Sibilla, anziana faccendiera e amica di Samurai, è l’archetipo “del saggio”, un saggio femminile in grado di leggere cosa c’è “dentro” ogni persona che si siede nel suo ufficio, ma è anche colei che, conoscendo i segreti di una Roma che “si governa col potere”, ambisce alla libertà.

Capirete fin qui, che attraverso una lettura di questo tipo, ognuno di noi può trovare qualcosa di sé nei personaggi, qualcosa da amare e qualcosa da odiare, qualcosa da cui fuggire, tenendo sullo sfondo gli intrighi che svelano, almeno in parte, ciò che è storia.
I segreti del Vaticano, gli interessi economici, gli accordi fatti nei salotti e quella patina di corruzione che è stata “scoperchiata” nel corso di numerose inchieste.

Aureliano, Spadino, Nadia e Angelica: ecco cosa rende affascinante la narrazione di Suburra

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