FlaminiaBolzan

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L’omicidio di Willy Monteiro Duarte e la negazione dell’umanità

Quando parliamo di comportamenti violenti facciamo riferimento a situazioni relazionali in cui il bisogno preminente e manifesto dell’individuo o di un gruppo è quello di procurare un danno o minacciare il senso di sicurezza di qualcun altro. È fondamentale però, in una prospettiva psicologica e sociale, scindere due concetti che spesso tendiamo erroneamente a sovrapporre nel linguaggio di uso comune, ovvero aggressività e violenza.

Il primo termine infatti fa riferimento ad una caratteristica che è intrinseca all’essere umano, ma non necessariamente si tramuta sempre in violenza e quindi non “vira” in maniera assiomatica in condotte socialmente inaccettabili, se non addirittura in violazioni di norme giuridiche. Sul piano filosofico il “far del male all’altro” si rappresenta come una peculiarità dell’essere umano che si potrebbe sostanziare nel costrutto teorizzato da Hobbes “homo homini lupus”.

Questa breve premessa appare utile per inquadrare un fatto di cronaca tristemente noto che per certi versi appare sovrapponibile a numerosi altri accadimenti che hanno trovato spazio nelle pagine dei quotidiani, ovviamente stiamo facendo riferimento all’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il 21 enne di Paliano che nella notte tra sabato e domenica ha perso la vita in seguito ad una brutale aggressione da parte del “branco”.

Quando parliamo di “branco” è evidente il riferimento all’etologia, ma anche il tentativo di ricondurre, sempre in una prospettiva psicosociale, l’origine del comportamento violento gruppale ad un meccanismo di “deindividualizzazione” che si verifica nell’ambito di quella che possiamo considerare quasi come una entità a sé stante.

E in effetti la crudeltà e le efferatezze comportamentali che si osservano nell’azione del “branco” possono proprio essere ricondotte ad una percezione di deresponsabilizzazione individuale in cui le azioni, più che come credenze e valori personali “propri”, possono essere interpretate come il riflesso marcio di regole che nascono e vengono condivise in un particolare gruppo di persone.

La dinamica dell’accaduto, secondo quanto riportato dai media, evidenzia in questo senso un piano di interesse psicologico e criminologico che può aiutarci nella comprensione dell’origine del fatto.

Tanto per cominciare spiccano due figure, quelle dei fratelli Marco e Gabriele Bianchi, rispettivamente 24 e 26 anni, di cui le fonti giornalistiche riportano diversi precedenti di polizia per lesioni e droga e vengono descritti come “attaccabrighe”, “delle teste calde che non evitano i litigi, anzi spesso pronti a scatenare risse”.

Dilagano immagini che li ritraggono in “pose” che richiamano la guardia dei pugili, coperti di tatuaggi che evidentemente si rivelano una patina a rivestimento di personalità gravemente devianti. E si badi bene, non è certo l’inchiostro sulla pelle a renderli tali, né tantomeno la passione o la pratica degli sport da combattimento, ma il dato della mancanza totale di empatia che si può estrapolare dalle parole di chi li conosceva e soprattutto dal comportamento posto in essere nei confronti di un ragazzino, Willy, che mentre era a terra e implorava pietà è stato preso a calci e pugni, lasciato in una pozza di sangue, a morire di una morte che fa ancora più male se messa in relazione a ciò che è accaduto nei momenti successivi.

Se ne sono andati, fieri, quei massacratori, probabilmente tronfi dell’ostenazione di una mascolinità inesistente, di un ideale trasfigurato in negativo di ciò che la parola Uomo dovrebbe significare.

Qualcuno, mosso comprensibilmente da una necessità di giustizia, potrebbe ribattere che poco importa comprendere l’origine di questo male, ma dal mio punto di vista, che chiaramente non mette in discussione la totale e significativa disapprovazione morale per ciò che è stato commesso e parimenti il bisogno del rispetto dei diritti sacrosanti della vittima e di una intera collettività, non può esistere possibilità di prevenzione in assenza di consapevolezza delle variabili che entrano in gioco nella genesi dei comportamenti criminali.

Rispetto a questi ragazzi violenti che nella ricerca della loro affermazione hanno introiettato modelli malsani di “malavita”, provo umanamente sdegno, perché non solo hanno distrutto un’esistenza, ma hanno voltato le spalle all’unica possibilità che forse avevano di dimostare a loro stessi cosa significa essere umani.

FlaminiaBolzan

Sono nata a Roma il 27 agosto del 1987. Intorno ai sette anni volevo capire perché “le persone cattive fossero cattive” e senza saperlo mi avviavo a grandi passi sulla strada che mi avrebbe condotto alla mia professione. La formazione accademica inizia dopo la maturità classica; nel 2009 ho conseguito la Laurea in Scienze dell’Investigazione, all’Università dell’Aquila, poi ho frequentato un Master in Criminologia Clinica e Psicologia Giuridica e nel 2102, mentre collaboravo già con il Prof. Francesco Bruno, mi laureavo in Psicologia per potermi conseguentemente iscrivere all’Albo Professionale. Nel 2018 ho conseguito il titolo di Dottore di Ricerca, seguendo un progetto che coniugava due dei miei principali interessi, lo sport e la realtá carceraria. Sempre nello stesso anno ha visto la luce il mio primo romanzo, Turchese. Attualmente svolgo la libera professione come psicologa e criminologa. Ho collaborato in qualità di cultore della materia con alcune cattedre in vari atenei tra cui quella di Diritto Penale della LUISS Guido Carli. Svolgo docenza in diversi master e seminari a indirizzo criminologico e psicologico e negli stessi ambiti mi dedico anche ad un’intensa attività convegnistica; sono consulente tecnico in molti casi di cronaca nera, alcuni dei quali particolamente rilevanti nel panorama nazionale. Spesso intervengo come ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche e nell’estate del 2019 ho curato una rubrica per Unomattina Estate in cui ho approfondito alcuni dei gialli più celebri della storia del nostro paese. Sono appassionatissima di tennis, di Charles Bukowski e del cinema di Tarantino, ma soprattutto, amo infinitamente la mia città. Roma.

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Commenti (2)

  • Ciao Angelo

  • Degrado sociale e familiare. Purtroppo in Italia siamo molto indietro rispetto all'Europa.

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