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Domenica, 22 Maggio 2022
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Opinioni

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A cura di Flaminia Bolzan

L’emergenza, la comunicazione e il dubbio: cosa provano i cittadini dopo l’ultimo DPCM?

Una decina di giorni fa a dividere l’opinione e a foraggiare la satira era solo il tema della “delazione”. Eh si perchè il Ministro Speranza in una nota e seguita trasmissione televisiva comunicava l’intenzione di incidere su alcuni pezzi della vita delle persone che non venivano considerati “essenziali”; in particolare le sue parole, per buttarla sull’ironia, riportavano alla mente quella filastrocca che insegnavano ai bambini per non indurli in tentazione rispetto ad un comportamento che gli italiani chiamano “fare la spia”.

Si è scelto, ad ogni modo, di comunicare pubblicamente la proposta di limitare quelle che formalmente sono state definite “feste private” anziché facendo leva unicamente, o per lo meno in maniera preponderante, sul senso di responsabilità individuale e collettivo (quindi attraverso un metodo che sul piano pedagogico si potrebbe rivelare proficuo), invitando i cittadini a “segnalare” il comportamento dei vicini.

Questo modus operandi potrebbe anche avere un senso nella logica della deterrenza, ma direi che prima di contemplarlo e valorizzarlo pubblicamente come modello universale di prevenzione generale sarebbe stato forse stato corretto operare una riflessione, tutt’altro che banale.

L’interazione tra le persone, infatti, è il campo di studio elettivo della psicologia sociale, disciplina che si occupa di spiegare come i pensieri, i sentimenti e i comportamenti degli individui siano influenzati dalla presenza degli altri.

In questa prospettiva però, quando facciamo riferimento alla “presenza”, non la intendiamo solo relativamente alla sua oggettività, ma anche alla sua forma cosiddetta implicita, ovvero in riferimento a come l’interazione umana attribuisca significato alle cose.
L’esempio migliore per spiegare il significato della presenza implicita è quello relativo alle norme, cioè all’uniformità dei comportamenti e degli atteggiamenti che definiscono l’appartenenza a un gruppo e differenziano tra loro i gruppi.

Tenete conto, per traslare il tutto su un piano pratico, che la maggior parte di noi evita di buttare l’immondizia per strada anche se non c’è nessuno (e nessuna possibilità di essere visti) e ciò accade perché esistono convenzioni, o norme sociali emerse attraverso l’interazione, secondo cui vi è il divieto di buttare i rifiuti a caso in strada. Questo è il senso della presenza implicita.

Che a Roma la presenza implicita sia un concetto per certi versi astratto, o quantomeno limitato ad alcuni quartieri, e che comunque la problematicità di dover fare lo slalom tra frigoriferi, scarpiere e materassi mentre si porta a spasso il cane sia una storia che in molti hanno drammaticamente vissuto passando vicino ai cassonetti come il fatto di essere stati lasciati dalla fidanzata alla vigilia della partenza per i cento giorni è un’altra questione e probabilmente anche Gordon Allport avrebbe qualche difficoltà a spiegarci esattamente il perchè.

Stante questa piccola digressione, e ad ogni modo tornando all’assunto precedente, sorge spontanea una domanda: se un soggetto aderisce a determinate convenzioni sociali perché ha ben chiaro il significato della parola “comunità” e si sente parte di questa, che bisogno c’è di avere sul pianerottolo accanto un dirimpettaio che è legittimato dallo Stato a “segnalare” ciò che già viene “caldamente sconsigliato” (leggi: disapprovato) dalla collettività stessa?
La risposta è semplice, pure sintetica: nessuna.
La considerazione successiva attiene a ció che è accaduto nei giorni seguenti a queste affermazioni del Ministro Speranza e si conclude con l’ultimo DPCM.

Passa peró per una valutazione, tutt’altro che condita dall’ironia, riguardo alla condizione psicologica che le persone si trovano a vivere e che non possiamo in alcun modo permetterci di ignorare.

Facciamo riferimento ad una comunicazione “a spizzichi e bocconi”, contraddittoria e inefficace rispetto alle azioni, che ha contribuito ad alimentare nella mente sociale “il dubbio” rispetto a quelle che sarebbero potute essere le strategie adottate da un Governo che si è rivelato tutt’altro che efficace, lo stesso Governo che da una parte ha permesso alle persone di rifugiarsi in una speranza fatua rispetto ad un percorso che veniva percepito come lineare e dall’altra sembra aver dimenticato che prima di ogni agito esiste un atteggiamento rispetto al problema.

I fatti di Napoli sono la punta di un iceberg, mentre il negazionismo “soft” con cui abbiamo spesso a che fare in tanti contesti è il prodotto di due fattori di natura emotiva: la paura che ha lasciato spazio alla frustrazione e l’assenza del sostegno che ha incrementato la rabbia.

La condizione di incertezza sempre maggiore è quella che ha portato alla negazione del male e non è stata posta in essere nessuna contromisura per aiutare le persone a riscoprire la presenza di risorse inesplorate che potessero aiutarle a mantenere un filo tra la realtà e la percezione di questa; l’individualismo è stato amplificato, la comunità destrutturata e l’individuo, stanco e demotivato, arriva a percepirsi inerme, nella sua personale e affannosa ricerca di uscire quanto prima da una crisi che, se fosse stata “comunicata” con maggiore attenzione, forse, ci avrebbe fatto paura, ma non ci avrebbe fatti sentire così soli e privi di difese, ponendoci in una condizione di sostanziale ostilità e sfiducia nei confronti di uno Stato che è un gigante con i piedi di argilla.
 
Il maggiore impegno istituzionale dovrebbe ambire alla costruzione del senso di comunità perché questo è un modello di prevenzione che funziona e invece, a forza di vederci rappresentati come un branco di irresponsabili disposti a mettere a rischio la salute pubblica per una festa o un aperitivo, potremmo addirittura incappare in quella “profezia che si autoadempie” e magari convincerci che sia questa la realtà.

Nel frattempo chi aveva investito per adeguarsi alle necessità collettive, vedi ristoratori, baristi, gestori di impianti sportivi ecc., si è sentito tradito e alla luce del nuovo decreto, forse, perfino beffato.

La tutela della salute fisica è fondamentale e incontestabile, ma la necessità di porre attenzione anche alla sfera psicologica e sociale è parimenti imprescindibile e in un contesto che è già pregno di problemi di natura sanitaria non è possibile continuare a cibare la mente collettiva di dubbi, o per lo meno, le azioni che vengono poste in essere non dovrebbero lasciarne per quanto attiene la loro idoneità e correttezza per fronteggiare in maniera efficace quella che di fatto si rappresenta nuovamente come un’emergenza. 
 

L’emergenza, la comunicazione e il dubbio: cosa provano i cittadini dopo l’ultimo DPCM?

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