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Martedì, 5 Luglio 2022
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A cura di Flaminia Bolzan

Coronavirus, il nemico esterno stavolta non c'è: ecco perché il popolo va nel panico

Speculazione, comunicazione e percezione del rischio: ecco perché il Coronavirus sta creando psicosi negli italiani

Il tweet, rigorosamente scritto in romanesco, del celebre Alessandro Gassman che in maniera ironica, ma anche un po’piccata, allegava lo screenshot di una pagina Amazon in cui flaconcini di Amuchina da 80 ml venivano venduti a prezzi esorbitanti, neanche fossero bottiglie di Dòm Perignon. Il mini market accanto al mio studio in zona Balduina dove “origliavo” il discorso del cassiere che rivolgendosi ad una cliente sulla sessantina si giustificava per l’assenza del disinfettante in gel, rassicurandola sul fatto che era stato appena riordinato, e dulcis in fundo alcune pagine facebook. Unitamente alle consuete foto di gatti, che in questo periodo sembrano non andare più di moda, ho trovato infatti numerosissime immagini degli scaffali dei supermercati vuoti.

Mi sono ovviamente interrogata su cosa tutto questo potesse significare e ho trovato una risposta nel fatto che la domanda è altissima, tutto ciò che serve per pulire pelle e superfici, nonostante i rincari, è andato a ruba e molte persone, preoccupate magari all’idea di dover andare troppo spesso in luoghi affollati, o per paura di un futuro incerto anche per ciò che attiene l’approvvigionamento alimentare, hanno deciso di fare “scorte”.

Se la comunicazione è però una delle caratteristiche proprie del mondo globalizzato, la modalità con cui si propagano le informazioni si rappresenta come l’essenza di un processo in cui le crisi, a volte, originano dall’impossibilità dei destinatari di decodificare i messaggi. In una prospettiva strettamente psicologica il nucleo centrale della questione Covid2 è da individuare, a mio avviso, nella percezione del rischio e nelle capacità del singolo e della collettività di fronteggiarlo in maniera adeguata.

I messaggi che invadono le home page dei nostri social network, cosí come gli hashtag in tendenza non rimandano ad altro se non al tema di questo “pericolosissimo” agente patogeno. Sì, perché se chiedessimo a tappeto l’opinione che molti cittadini hanno maturato rispetto alla possibilità di sperimentare esiti nefasti in seguito al contagio non otterremmo come risposta un ragionamento basato sulla valutazione dei dati statistici ufficiali, ma probabilmente ci troveremmo davanti alla verbalizzazione di un concetto che ha come sinonimo il superlativo assoluto della condizione che chiamiamo comunemente “pericolo”. 

Ma il pericolo reale, quale è? Quello di non trovare un colpevole. Quello di non avere a disposizione qualcuno contro cui puntare il dito. Quello di speculare su qualcosa che è oggettivamente un’emergenza, ma una di quelle che, di fatto, con il buon senso e con un ragionevole sforzo possiamo gestire. Non c’è necessità di recriminare su ciò che, almeno sul piano istituzionale poteva essere fatto e non è stato fatto, perché questo ormai è un dato e fa già parte del passato. 

È inutile, per utilizzare un detto popolare, piangere sul latte versato alla ricerca di fatui consensi.  E il “paziente zero”? Forse non lo troveremo. Dobbiamo metterlo in conto.  Ma ciò non significa che non possono essere messe in campo altre azioni che in un’ottica preventiva assumono comunque una dimensione di adeguatezza. È quello che sta avvenendo, ad esempio con il presidio sanitario mobile che è stato montato dalla Protezione Civile presso lo Spallanzani, o con la sanificazione straordinaria dei mezzi pubblici.

L’allarmismo odierno è il frutto marcio dell’errata interpretazione di un’emergenza che supera la possibilità di avere risposte univoche e genera interpretazioni che poggiano le basi su fondamenta di incertezza. Nessuno di noi, chi scrive e chi legge, ha mai avuto probabilmente e aggiungo anche, fortunatamente, esperienze dirette di situazioni analoghe e quindi non può fare affidamento su meccanismi già consolidati e sperimentati nella gestione psicologica di una problematicità simile.  In buona sostanza, non ha appigli a cui ancorarsi, quindi, cerca conferme all’esterno.

Il problema origina però dalla scelta di questo “esterno”, un mare magnum di informazioni che sui social rischiano di essere enfatizzate e distorte prima ancora di essere comunicate.  Un’incertezza crescente e la spinta, la stessa che permette alle fake news di proliferare anche riguardo ad altri ambiti, a credere a ciò che conferma il nostro sistema di credenze. Perciò, se la mia paura persistente e preesistente era già quella di poter contrarre malattie, tenderò a fidarmi maggiormente di chi mi dice che uno starnuto o un colpo di tosse sono certamente sintomi di un contagio avvenuto che mi condurrà a conseguenze letali.

Tutto ciò è ingiusto e profondamente scorretto anche rispetto all’operato dei tanti medici, virologi ed epidemiologi di chiarissima fama, che in questi giorni si stanno dando un gran da fare per supportare le Istutuzioni. Noi abbiamo il dovere di ricercare l’interpretazione corretta delle informazioni e chi fa informazione ha la responsabilità di essere chiaro. Questo è il punto, perché l’allarmismo così come il lassismo sono due facce della stessa medaglia.

Dobbiamo agire responsabilmente, per noi stessi e per gli altri, ma senza dimenticare che la gestione del rischio passa principalmente attraverso la possibilità di processare e valutare adeguatamente il pericolo e ciò non può prescindere da una buona comunicazione sul tema.

Flaminia Bolzan su instagram

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