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A cura di Luigi Di Gregorio

Marino, i fannulloni e la cura letale dei tornelli

Leggiamo su alcuni organi di stampa che Ignazio Marino starebbe per far partire la sperimentazione dei tornelli “anti fannulloni” in alcune sedi di Roma Capitale.

L’argomento è delicato e politicamente molto sensibile di questi tempi. Avere la certezza (documentata) che vi siano dipendenti pubblici che quotidianamente trascorrono più tempo fuori che in ufficio, facendo i propri comodi a spese dello Stato (cioè dei cittadini), non è uno spettacolo edificante. E se un tempo era considerato “normale” (sui dipendenti pubblici c’è sempre stata una percezione diffusa che miscela clientelismo/raccomandazioni, incompetenza e fannulloneria), oggi col paese piegato dalla crisi, con lo Stato obbligato ad avere a che fare con una coperta sempre più corta e con segmenti sociali l’un contro l’altro armati, è diventato quanto mai inaccettabile.

Dunque, la premessa d’obbligo è: non si accetta chi ruba lo stipendio.

Dalla premessa devono derivare conseguenze logiche però. E Ignazio Marino, sulla scia della cura Brunetta, opta per i tornelli. Lo dico chiaro, senza giri di parole: i tornelli, se funzionano, possono ottenere il risultato di costringere i dipendenti a non uscire dall’ufficio durante l’orario di lavoro. Ma null’altro. Sono un utile strumento di equità, impedendo che alcuni lavoratori italiani possano andare a fare la spesa durante l’orario di lavoro e altri no, ma non risolvono alcun problema di fondo della nostra P.A.

La conseguenza concreta sarà che chi oggi esce dall’ufficio per andare a fare la spesa, domani resterà in ufficio giocando al solitario al pc o chattando su Facebook tutto il giorno. Mi chiedo: non equivale a “rubare lo stipendio” anche questo?

Da tempo si gira intorno al problema, senza affrontarlo seriamente. E il problema è quello dell’efficacia, dell’efficienza e della conseguente legittimazione dell’apparato pubblico. Veniamo da anni, se non decenni, di premi di produttività garantiti a tutti, di blocco del turnover (che rischia di diventare totale col piano di Cottarelli) che impedisce un ricambio generazionale nella P.A., di tutele per dipendenti e dirigenti pubblici che di fatto impediscono il licenziamento (salvo casi estremi e clamorosi). Tutto questo ha reso la macchina pubblica sempre più inefficace e soprattutto sempre più obsoleta nei confronti di una società che corre a una velocità 10 volte superiore.

La sfida di oggi non è costringere i dipendenti a stare seduti su una sedia per 8 ore al giorno. La sfida è trasformare la P.A. da zavorra a fattore abilitante per la crescita e lo sviluppo, da mostro burocratico a facilitatore per cittadini e imprese. E per far ciò non servono i tornelli.

Serve una rivoluzione culturale. La rivoluzione della trasparenza, della valutazione e del merito di cui si parla da troppo tempo e di cui non si vedono tracce, se non in qualche articolato di legge, sistematicamente aggirato e disatteso nella realtà.

Finché continueremo a considerare i dipendenti pubblici come una massa di fannulloni, ma intoccabili, non cambierà nulla. Cominciamo a verificare le strutture organizzative: quanti sono utili e quanti no. Cominciamo a verificare le loro competenze e a fargli fare ciò per cui sono realmente portati. Cominciamo a motivarli e a formarli anziché costringerli a stare in ufficio a non far nulla. Cominciamo a premiare solo chi merita, per evitare che quelli bravi diventino fannulloni come gli altri perché perdono ogni stimolo. Cominciamo ad agganciare le retribuzioni di performance e anche gli incarichi dei dirigenti agli obiettivi dei vertici politici.  E, soprattutto, cominciamo a non considerare nessuno intoccabile.

Sono stato per 5 anni dirigente pubblico e mi rendo conto che ciò che chiedo è facile a dirsi ma molto difficile a farsi.  Ma non c’è altra soluzione, è bene metterselo in testa una volta per tutte.

I tornelli faranno piacere alle Iene e serviranno al Sindaco Marino per dire che a Roma Capitale non ci saranno più fannulloni. La verità è che i fannulloni saranno semplicemente meno visibili e sempre meno motivati.  

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