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Giovedì, 27 Gennaio 2022
Cose da Pazzi

Opinioni

Cose da Pazzi

A cura di Enrico Pazzi

Renzi e Mussolini. Ascesa di due giovani leader

È bene premettere che qui non si vuole tacciare di fascismo Matteo Renzi, né tanto meno i renziani. Si vogliono mettere in luce alcune analogie circa la loro ascesa al potere. Stiano tranquilli quindi i renziani, così come gli anti-renziani. Nessuno vuole fare parallelismi di tipo ideologico tra i due leader. Sarebbe stupido. I periodi storici sono chiaramente diversi ma, oggi come allora, ci troviamo di fronte ad una fase di profonda crisi economica e sociale. Una crisi amplificata dalla inadeguatezza del nostro sistema-paese. Allora come oggi l’Italia ha una necessità oggettiva di modernizzarsi a livello infrastrutturale, economico-finanziario e sociale.

Oggi il Paese è rimasto indietro dopo il ventennio berlusconiano. L’indice di questa regressione è rappresentato dalla crisi che sta vivendo la classe media, con l’allargamento della forbice tra chi è ricco e chi è povero. Né Mussolini, né tantomeno Renzi, sono arrivati al potere con un colpo di Stato. In Italia i colpi di Stato non hanno mai avuto fortuna e per lo più si sono rivelati fortunatamente ridicole farse. Entrambi hanno ricevuto un mandato a formare il governo secondo le leggi vigenti. Sia Mussolini che Renzi hanno ottenuto l'incarico di formare un governo senza essere mai stati eletti in Parlamento. Ed entrambi hanno impiegato lo stesso lasso di tempo per ottenere il loro primo incarico.

Tre anni e poco più. La fondazione dei Fasci di Combattimento avvenne a San Sepolcro nel 1919 e Mussolini ottenne l'incarico nell’ottobre del 1922. La prima Leopolda è datata 2010 e Matteo Renzi si appresta ad ottenere l'incarico da Napolitano in questo primo scorcio di 2014. Tre anni e poco più. Passando da perfetti sconosciuti a Presidenti del Consiglio. Il primo arrivò a Roma su un treno in seconda classe, il secondo ci è arrivato in Smart. Entrambi alla soglia dei quarant'anni. Mussolini a 39 e Renzi a 38 anni. Entrambi hanno dato i natali alla propria avventura politica su scala a nazionale a Firenze.

Il primo congresso dei Fasci di Combattimento si tenne a Firenze il 9 ottobre 1919, così come la prima Leopolda, tra il 5 e 7 novembre del 2010. Entrambi capirono che per allargare il consenso elettorale era necessario affascinare l'elettorato conservatore. Mussolini da socialista, dopo la prima batosta elettorale, virò su posizioni conservatrici. Renzi da membro del maggior partito post-comunista italiano, ha più volte dichiarato che è necessario attrarre i voti di chi la volta prima aveva votato Berlusconi. Mussolini ci riuscì, guadagnandosi l'appoggio incondizionato della ricca borghesia e del mondo industriale, nonché di quell’elettorato scontento della propria condizione economico-sociale, specie dopo la I Guerra mondiale. Renzi incontra il consenso dell’elettorato di sinistra post-ideologico. Ma pure di quell’elettorato conservatore che, in cerca dell’uomo forte, sposta la sua preferenza sul Toscano, dopo aver votato per vent’anni Berlusconi. Ma non solo, Renzi viene inoltre sostenuto dal bel mondo della finanza e da quel tessuto economico-imprenditoriale che si riconosce nel Made in Italy.

Entrambi hanno inaugurato la propria avventura presidenziale chiedendo a gran voce la riforma elettorale. Mussolini con la legge Acerbo, Renzi con l'Italicum. Entrambe le leggi con la finalità di determinare in maniera univoca un vincitore. Entrambi hanno defenestrato un Governo instabile, retto da una debole figura di transizione. Mussolini successe a Luigi Facta, Renzi succede ad Enrico Letta. Entrambi i loro predecessori si sono dimessi senza alcuna sfiducia parlamentare, ma per mezzo di dinamiche extra-parlamentari. L'uno in seguito alla Marcia su Roma, l'altro dopo una direzione del Pd, preceduta da un incontro informale di Renzi con Napolitano. Entrambi hanno posto, quale punto iniziale della propria carriera politica nazionale, l'esigenza della rottamazione della preesistente classe dirigente.

Fu il Fascismo per primo a lanciare la “Grande campagna della rottamazione”. Ripetuta poi da Renzi su consiglio di Giorgio Gori, che ignorava il precedente storico. Al concetto della “rottamazione” entrambi hanno associato quello della “giovinezza”. La nuova classe dirigente deve essere giovane e sprezzante. Con una tendenza alla velocità dell’azione, tale da guardare alle istituzioni e alle loro dinamiche decisionali come ad elefantiache protesi dell’indecisionismo paludoso di una classe dirigente fallimentare. Mussolini aveva davanti a sé il vetusto Giolitti, il debole Facta, il pavido Re Vittorio Emanuele III di Savoia. Renzi, il navigato D'Alema, il buonista Veltroni, la riottosa Bindi, il perdente Bersani e il corruttore Berlusconi. Sia Mussolini che Renzi hanno “asfaltato” coloro che li hanno preceduti.

Ed entrambi hanno avuto il placet delle massime cariche dello Stato. Allora Re Vittorio Emanuele III, oggi “Re” Giorgio. Pare che, per quanto concerne la tecnica della presa del potere, nulla sia cambiato. Ciò dimostra che in Italia per arrivare al potere non è necessaria una cruenta rivoluzione, né tantomeno un colpo di Stato, quanto avere tempismo e decisionismo, contando su una crisi economica e sociale che fiacchi la classe media. Scardinando un sistema politico vetusto e incapace di attivare gli anticorpi per auto conservarsi. La conservazione del potere del nuovo leader viene poi determinata dal grado di minaccia più o meno elevato che questi decide di agire nei confronti di quelle élite culturali, economiche e finanziarie che più hanno da perdere da un reale capovolgimento dello status quo. E che il più delle volte hanno il potere di incoronare il nuovo leader.

Renzi e Mussolini. Ascesa di due giovani leader

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