Cose da Pazzi

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La Morgante e quella volpe di Marino

Marino è come la volpe che, per liberarsi dalla tagliola, si mutila una zampa. Ma quanto potrà sopravvivere? Su questo blog abbiamo le idee molto chiare in proposito, avendo segnato la deadline dell’avventura di Marino: il 2015. Oggi si prende solo atto dell’inizio della china discendente che ha intrapreso l’avventura del Marziano. E come in un film noir che si rispetti, arriva la prima vittima. Ed è una donna.

Chi ha voluto Morgante assessore al bilancio? Ancor oggi se andate sul sito web di Ignazio Marino potete leggere la sua dichiarazione all’indomani della presentazione della sua giunta, “Ho lavorato per giorni alla giunta, esaminando curricula e svolgendo colloqui con i vari candidati. Sono orgoglioso di presentarla alla città di Roma.  Ho chiesto a tutti di non essere solisti ma di essere una vera squadra al servizio della città e dell’interesse pubblico. Si tratta di una giunta giovane e composta al 50% da uomini e donne”. Quindi la Morgante, in primis, è stata scelta perché donna, seguendo il vuoto populismo delle quote rosa. Ma c’è di più. La Morgante, nelle intenzioni di Marino, proprio in virtù del background di magistrato della Corte dei Conti e componente del Collegio dei Revisori dei Conti, era un segnale chiaro. A Roma con Marino bilanci chiari e precisi al centesimo.

Cosa ha fatto la Morgante per essere costretta alle dimissioni? Una dichiarazione della Morgante è illuminante, “Si poteva e si doveva tagliare la spesa e ridurre la pressione fiscale. Non è stato possibile farlo, la mia bellissima esperienza all’assessorato al Bilancio finisce qui”. Ovvero, da tecnico qual è, la Morgante ha preso atto del deficit di Roma Capitale e ha strutturato un bilancio previsionale di lacrime e sangue, con un taglio di circa 500 milioni, salvo perdersi 60 milioni per strada. E non si pensi che la Morgante sia una sorta di malvagia Strega dell’Est. Il suo bilancio previsionale era figlio del piano richiesto dal Governo che ha posto come paletto per il decreto Salva Roma una necessaria diminuzione di risorse per arrivare ad un riequilibrio strutturale dei conti comunali. Inoltre, la Morgante si rifiutava di inserire in bilancio previsionale le risorse derivanti dal decreto Salva Roma, così come le maggiori entrate (solo previste) dall’aumento di alcune tasse comunali. Con la punta massima di ilarità toccata con le previste maggiori entrate derivanti dall’aumento della tassa di soggiorno soprattutto negli hotel di lusso. Ed è cronaca di qualche giorno fa l’evasione di questa tassa da parte di circa 5mila strutture a 4 e 5 stelle, per un totale di 25 milioni di euro che ancor oggi mancano all’appello. Soldi che magari l’amministrazione Alemanno aveva messo in bilancio. Potete dar torto alla Morgante? E così, la risposta delle Morgante a Marino, che insisteva sull’inserimento di queste somme, tutte da verificare, era più o meno: “non metto a bilancio somme che ad oggi non ci sono!”. Un po’ come chiedere ad un’inflessibile professoressa di avere un bel 7 sulla fiducia.

Chi ha voluto le dimissioni della Morgante? Tutti. Il Pd che, dopo aver messo a posto alcune faccende in casa propria (come ad esempio la leaderschip nazionale, regionale e romana), adesso vuole riequilibrare la giunta comunale. Quando Marino fu candidato e vinse le elezioni, il Pd era in pieno psicodramma. L’unico ad avere ben chiara la rotta era Bettini. Il quale un mese fa, ricevendo il sindaco nella sua nuova casa di Corso Trieste, gli ha consigliato di mozzarsi una zampa, facendo dimettere la Morgante. Adesso che il Pd si è normalizzato, che tutti i piddini sono allegramente renziani, batte cassa. Nei prossimi mesi salteranno tutti gli assessori partoriti dal genio di Marino e che non hanno rapporti di fiducia con il Pd. Inoltre c’è da riequilibrare la sovra-rappresentanza di Sel. Dalla cultura ai servizi sociali. Tutti sostituiti dal nuovo che avanza in casa Pd. Stanno preparando la festa a Marino.

Che destino per Marino? Con la defenestrazione della Morgante, l’allegro Chirurgo si lega mani e piedi per consegnarsi nelle mani dei partiti. Ma la sostanza non cambia. Se il bilancio previsionale non rispetterà i criteri di risanamento chiesti esplicitamente da Palazzo Chigi, il Salva Roma non arriverà. E Marino salta. Preceduto dal commissariamento di Roma Capitale. Le prossime elezioni politiche saranno nel 2015, il tempo tecnico per il centrodestra di sistemarsi e diventare un contendente presentabile al cospetto di Renzi. Non sarebbe convincente un incontro di boxe tra un peso massimo ed un peso piuma. Specie se all’orizzonte c’è il Movimento 5 Stelle che avanza ai danni di Forza Italia, insidiando la Santa Alleanza Renzi-Berlusconi. Al contempo, ci saranno le elezioni a Roma. E alla fine Marino apparirà per quello che è stato: un sindaco di transizione. Un’invenzione, un sogno di mezza estate partorito da quel grande autore che è Bettini. E’ servito al centrosinistra ad occupare la poltrona di sindaco in un periodo in cui nessuno era in grado di governare. In Campidoglio, così come a Palazzo Chigi.

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