Cose da Pazzi

Opinioni

Cose da Pazzi

A cura di Enrico Pazzi

Il Pd all'epoca di Renzi

Il PD con Renzi segretario e salvatore della Patria è destinato sempre di più a trasformarsi in un partito di opinione. All'indomani del suo show a via della Conciliazione a Roma, alla vigilia della sua sconfitta contro Bersani, mi venne da pensare "E ora i circoli che fine faranno?". Semplicemente perché Renzi aveva iniziato ad introdurre nell'immaginario dell'elettore piddino il concetto made Usa del leader carismatico. Viene facile pensare a Berlusconi, il primo ad aver introdotto in Italia il concetto di politica come bene di consumo, con un leader carismatico che se ne fa promotore.

E difatti, così è. Ma c'è una differenza.

Berlusconi ha creato il centrodestra, prendendo la materia prima da quel poco di destra istituzionale che c'era, da quel tanto di partito xenofobo al nord e quel che bastava dagli ex democristiani in cerca di un approdo, più qualche frattaglie del vecchio Psi. Renzi, invece, sta creando il Partito Prêt-à-porter modificando un monolite già ben presente: il Pd. Un partito che, a differenza di Forza Italia, ha una storia pregressa, fondando le sue origini nel maggior partito comunista europeo. Quella sera in via della Conciliazione avevo assistito ad uno show. Convinzione rafforzata dal fatto che, una volta tornato a casa, vidi la puntata adorante di Porta a Porta che riproponeva spezzoni di altre tappe del Renzi Tour.

Potei verificare che tutte le battute recitate dal nuovo leader Pd, ciascuna da appuntamenti differenti nel tempo e nello spazio, erano le stesse che avevo sentito qualche ora prima dal palco dell'Auditorium romano. Una pièce in piena regola. Una narrazione preparata in ogni minimo particolare. E la cosa, da simpatizzante di sinistra, mi parve spiazzante. Spiazzante perché? Perché durante i dibattiti e le manifestazioni di sinistra in cui mi ero imbattuto sino ad allora un principio vigeva: l'originalità del contesto, della dinamica del dibattito, dei contenuti che il leader di turno (da D'Alema, passando per Veltroni, sino ad arrivare ad un fugace Dantoni) esprimeva dal palco. Ma un altro elemento mi turbava. La piazza non c'era più. Era chiaro, sin da quella sera, che non avrei mai più visto la piazza, la folla rumorosa negli happening della sinistra piddina. In quell'auditorium c'era un pubblico composto, silente che assisteva disciplinato alla rappresentazione renziana.

Qualcuno adesso obietterà che la scomparsa della piazza non è stata una scelta dei partiti, specie quelli di sinistra, ma una contingenza dettata dalla crisi politica, finanziaria che ha accresciuto il populismo e il rigetto da parte dei cittadini alle forme di partecipazione fisica agli happening politici. E qui obietto: sono i partiti tradizionali che hanno scelto di fare a meno della piazza. Hanno intrapreso questa scelta nello stesso momento in cui, avendo perso la bussola, si sono chiusi nelle proprie sedi di partito, nei teatri, negli auditorium, per fare scelte che sapevano la piazza non avrebbe condiviso. Hanno scelto di non perseguire un disegno politico concordato con la base per inseguire la necessità contingente di sopravvivenza. Scelta che ha fatto ancor più male al Pd, che una piazza genuina c'è l'aveva. E il Pd ha pure tanti circoli sparsi per il territorio nazionale. Preziosa eredità lasciatagli dal vecchio Pci. Ma in una narrazione che prevede un leader carismatico, un copione ben preparato e che prevede un pubblico ordinato e silente chiuso in un teatro, c'è posto per i circoli?

La mia risposta è no. La dialettica renziana è ad uso e consumo del leader. Renzi rappresenta se stesso e la chimera della sua vittoria. In un a dinamica che non prevede il coinvolgimento dei circoli, ai quali è demandata unicamente la parte amministrativa ed organizzativa, ad esempio, delle innumerevoli Primarie. Trasformando queste ultime da strumento di reale e vivace partecipazione, ad una gabbia entro la quale i circoli sono periodicamente chiamati ad eseguire gli ordini del partito, che coincide oramai con il leader. Vi ricordano qualcosa i "club della libertà"? Da qui le conseguenze sono nefaste per il popolo piddino, almeno quello che era abituato a dire la propria durante le Feste dell'Unità e nei dibattiti nei circoli di quartiere. Il popolo dei circoli oramai è destinato ad essere chiamato unicamente durante le promozioni dei vari candidati in occasione delle primarie. È l'esempio plastico lo si è avuto durante queste ultime primarie per l'elezione dei segretari regionali del Pd.

Nel Lazio, ad esempio, si è assistito ad una buffonata, con due candidati renziani. Il dibattito politico si è fondato sulla supposta maggiore renzianità dell'uno sull'altro, riducendo il tutto ad un dibattito leader-centrico. Un candidato, già parlamentare ed organizzatore dell'happening di via della Conciliazione (guadagnandosi il diritto di renzianità perché ha prestato il suo servizio alla rappresentazione scenica del leader), l'altro tutelato da un patto di ferro tra il leader nazionale ed uno territoriale, che ha aderito di buon grado alla leadership del primo. In entrambe i casi ciascuno dei due candidati era lì perché toccato direttamente o indirettamente dal leader. Il leader ti da la patente di renziano, poi sta a te farti eleggere.

Vi ricorda qualcosa Berlusconi in Campania qualche anno fa? Il risultato è stata un'affluenza ai minimi storici con la disaffezione degli stessi militanti rispetto al proprio partito. Lo stesso è già successo rispetto alle elezioni politiche, siano state esse nazionali o amministrative. La politica di consumo, fondata sui bisogni contingenti e a breve scadenza, non ha come obiettivo fidelizzare l'elettore, ma conquistare ogni volta nuovi consumatori occasionali. Ciò permette ai partiti leaderistici di poter cambiare pelle e contenuti in occasione delle diverse scadenze elettorali, senza avere la zavorra dell'elettorato tradizionale. Taluni renziani obiettano: va bene tutto, ma con Renzi si vince.

Ma io chiedo: a che serve vincere se la maggioranza del Paese non si sente poi rappresentata? Rischiando di finire come negli Usa, dove le classi agiate vivono in comodi residence ben recitanti e ben protetti dalla security.

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