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Venerdì, 3 Dicembre 2021
Attualità Torre Angela

Omar e l'emergenza abitativa addosso: da 20 anni soluzioni precarie e ora rischia lo "sfratto coatto"

Storia di uno studente poco più che ventenne, della madre disoccupata e del fratello liceale: "Dal 2001 solo residence, centri d'accoglienza e affitti in nero: aspettiamo un alloggio popolare dal 2014". I sindacati: "il Comune non fornisce alternative valide"

Dai residence di Bravetta e Val Cannuta, veri e propri ghetti soffocati dal degrado e dall'abbandono, a una serie di affitti e subaffitti - il più delle volte senza alcun tipo di contratto -passando per due differenti centri d'accoglienza e, fortunatamente per un brevissimo periodo, anche in strada: la storia di Omar, 23 anni, suo fratello di 17 e la madre di 58 è legata a doppio filo all'emergenza abitativa che migliaia di persone a Roma vivono quotidianamente, spesso senza avere alcuna voce. Oggi, da inquilini morosi in un appartamento fatiscente a Torre Angela in cui vivono in subaffitto e senza contratto, rischiano uno sfratto coatto "e da marzo scorso siamo senza luce, acqua e gas nonostante abbiamo sempre pagato le utenze". 

"A Bravetta 500 euro per una stanza con topi e scarafaggi"

Omar e il fratello sono cittadini italiani, la madre è una signora egiziana con permesso di soggiorno illimitato, disoccupata. "Era mio padre che lavorava - racconta Omar a Roma Today -, faceva il cuoco. Nel 2001 vivevamo in un appartamento, senza contratto. Quando il proprietario ebbe bisogno di riavere la casa indietro, ci consigliò di andare al residence Bravetta: ci siamo stati 5 anni, fino alla chiusura, pagando 500 euro al mese per una stanza in condizioni pessime, senza ascensore, con topi e scarafaggi. Dopodiché siamo finiti a Val Cannuta, per 6 anni, vivevamo due piani sotto il livello della strada, una sorta di garage. Alla fine ce ne siamo andati per la nostra incolumità, non venivamo visti di buon occhio perché avevamo fatto mandare via una coppia di vicini molto turbolenti". 

Lo sfratto nel 2014, la "fuga" in Egitto e il ritorno in Italia

Dal 2012 ricomincia il vagare della famiglia, da un affitto all'altro, finché nel 2014 subisce uno sfratto per morosità. "A quel punto il Comune ci divise - prosegue Omar, iscritto alla facoltà di Economia de La Sapienza - così con mio fratello e mia madre finimmo in un centro d'accoglienza su via Nomentana, fuori Roma. Di mio padre invece non ne abbiamo più saputo niente". Dopo un periodo in un secondo centro sulla Cassia, i tre decidono di non farcela più: "Sono posti vergognosi". La madre di Omar decide di riportarli in Egitto, ma dopo due mesi sono costretti a tornare per mancanza di alternative: "Era il 2017 - ricorda il ragazzo, che percepisce una pensione d'invalidità al 75% - , una volta in Italia mio fratello è finito in casa famiglia, abbiamo chiesto anche aiuto in Moschea a Centocelle, ma alla fine abbiamo trovato una stanza in subaffitto. Abbiamo cambiato alloggio ogni due o tre mesi, siamo stati in albergo, abbiamo vissuto in strada per una settimana, finché nel febbraio 2019 siamo arrivati qui, sempre in subaffitto e sempre in nero: 350 euro all'inizio, poi 245 perché sono arrivati altri inquilini. Ma erano sporchi, non pagavano le bollette, allora abbiamo smesso di pagare la locazione. A marzo il proprietario ha staccato le utenze, ma noi le abbiamo sempre pagate". Per lavare i vestiti, la madre di Omar fa 2 chilometri a piedi per arrivare alla prima fontanella funzionante. I telefoni li ricaricano al McDonald's o al centro commerciale "e mio fratello fa i compiti con la torcia dello smartphone, ma ormai si sta rovinando gli occhi".

crepe dentro la casa di Omar

"Sconosciuti sono venuti a casa ad intimidirci"

L'appartamento ("probabilmente un ex lavatoio") è pieno di macchie di umidità e di crepe, ci sono fili scoperti e prese elettriche precarie. E da metà ottobre a tutto ciò si sono aggiunte le visite di alcuni personaggi che provano a intimidire Omar e la sua famiglia: "Un mese fa si presenta un signore sulla cinquantina - racconta Omar - che dice di essere il nuovo proprietario e che dobbiamo trovarci un'altra sistemazione. Poi, il 6 novembre, sempre la stessa persona ritorna accompagnata da un altro uomo, forse un fabbro, staccando la porta d'ingresso e portandosela via. Hanno provato anche a divellere le finestre, ma le abbiamo rimesse". La porta, per fortuna, gli è stata rimessa da un ragazzo che fa parte di Sciopero degli Affitti. Le visite sgradite però continuano: "Il 7 novembre arriva un'altra persona - prosegue Omar - sempre per intimidirci. Ci ho discusso, sono stati momenti di tensione, stessa cosa due giorni dopo quando si è presentato il presunto proprietario, che non ci ha mai fatto vedere l'atto di compravendita, accompagnato da una seconda persona".  

la porta di ingresso rimessa da poco

Asia Usb: "I deboli sempre meno tutelati"

Negli ultimi mesi anche Asia Usb sta cercando di dare una mano alla famiglia di Omar. "Lo abbiamo accompagnato a fare denuncia al commissariato Casilino - ci racconta Maria Vittoria Molinari - ma in sostanza quando sei un inquilino in nero se non succede qualcosa di molto più grave, la denuncia non puoi sporgerla perché ti chiedono un contratto d'affitto che non esiste. Le forze dell'ordine sono informate dei fatti, tutto qui. Chi si trova dal lato debole della storia soccombe sempre di più". Recentemente il sindacato ha aiutato Omar a fare una nuova domanda per un alloggio popolare, a sette anni di distanza dalla prima volta: "Ma siamo i numero 4.000 in graduatoria" tiene a precisare il ragazzo. Nel frattempo Maria Vittoria ha tentato una mediazione con il proprietario ("che non è la stessa persona che si è presentata a casa minacciando", sottolinea), chiedendo di procedere con uno sfratto ordinario "ma ha rifiutato". 

"Vorremmo solo una casa normale"

Omar è esasperato: "Vorremmo una casa normale - chiede - non un residence, non una casa famiglia, non il cohousing con altre persone che non conosciamo, alla luce anche delle molte bruttissime esperienze avute". "Se alla fine verranno buttati fuori - aggiunge Maria Vittoria - , non sanno proprio cosa fare o dove andare. Dovevano già vere una casa popolare da anni, parliamo di un nucleo di tre persone con un minore, una donna disoccupata e un ragazzo che percepisce una pensione di invalidità: invece non ce l’hanno e quello che offrirà il Comune sarà sempre lo stesso, ovvero mandare il 17enne in casa famiglia e gli altri chissà dove". 

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