Covid-19, ansia e disturbi comportamentali: italiani all'estero e mamme smart-workers i più colpiti. L'intervista

Il dottor Santo Rullo, coordinatore medico scientifico del servizio di sostegno psicologico a distanza Ecos, racconta a Romatoday i disagi e i disturbi dell'adattamento che il Coronavirus ha provocato

Il sostegno psicologico, parlare con un professionista che possa fornire consigli e linee guida su come affrontare l'emergenza è un aiuto per molti in questo difficile periodo di isolamento. Anche Ecos (European Culture and Sport Organization) ha deciso di mettere a disposizione il proprio network di professionisti della salute mentale, per fornire un servizio gratuito di informazione e supporto a coloro che più risentono del lockdown. 

"Attraverso il sito ecos.europe.com - ha spiegato a Romatoday Valerio Di Tommaso, President and Project Manager di Ecos - ogni persona può contattare gratuitamente uno dei professionisti presenti nel network, psichiatri, psicologi. Noi come Ecos mettiamo a disposizione la piattaforma, ma l'individuo ha contatto diretto solo con il professionista nel completo anonimato e riserbo. Noi abbiamo solo una relazione generale sulle casistiche".

Di questa iniziativa di sostegno psicologico a distanza, ne abbiamo parlato con il dottor Santo Rullo, coordinatore medico scientifico di questa iniziativa, il quale ha presentato una panoramica generale sul target di pazienti che sentono il bisogno di prenotare un colloquio e spiegato l'importanza di non sentirsi soli, persi, abbandonati in un periodo tanto complesso.

Dottor Rullo, la vostra iniziativa di sostegno psicologico nasce nel rispetto delle indicazioni ad interim per servizi assistenziali di telemedicina durante l’emergenza sanitaria COVID-19. Come si svolge un colloquio e che tipo di sostegno è possibile offrire a distanza?

Partendo dalle raccomandazioni dell'Istituto Superiore di Sanità per quel che riguarda la telemedicina, prima presa poco in considerazione, ma oggi ritenuta fondamentale per affrontare questo periodo, abbiamo dato inizio al progetto di sostegno psicologico a distanza. Il nostro non è un intervento medico-sanitario, ma un intervento informativo e di supporto. Lavoriamo sui disturbi dell'adattamento. Le persone che ci chiedono un colloquio sono coloro che hanno difficoltà ad adattarsi a questa nuova realtà, dunque quello che facciamo è tentare di individuare le aree del disturbo di adattamento che permettono di vedere come la persona sta rispondendo a questo tempo di isolamento.

Nello specifico quali sono queste aree?

La prima area è quella dell'ansia. Una persona, non avendo capacità di prevedere il futuro, appesantita dai continui rinvii e dalle informazioni date dagli organi governativi che, ovviamente, non possono essere chiare e precise, poiché rappresentano l'evoluzione di un fenomeno sconosciuto, può riscontrare alcuni sintomi ansiosi. La seconda area che indaghiamo è quella della depressione. Ad esempio ci sono persone che hanno difficoltà ad alzarsi la mattina, vivono giornate indifferenti, senza orari, senza attività e questo consuma tante energie che possono degenerare in stati depressivi. La terza area è quella dei disturbi comportamentali: si possono avere comportamenti inappropriati in varie situazioni; nell'alimentazione, ad esempio, abbiamo notato che c'è stato in alcuni un problema di iperalimentazione o, al contrario, ci sono state persone che hanno passato 14 ore davanti ad una serie tv senza sentire il bisogno di mangiare. Da non sottovalutare, ancora, il disturbo del sonno anche questo molto diffuso.

Ci sono suggerimenti, accortezze, abitudini che possono aiutare in generale a contrastare ansia, depressione, disturbi comportamentali?

Beh, la letteratura scientifica internazionale attesta che 45 minuti di attività fisica, moderata o intensa, portano concreti benefici a chi soffre di ansia e depressione. Così, non potendo prescrivere medicinali, abbiamo consigliato a chi ci ha contattato di fare movimento, abbinando quest'ultimo ad una corretta alimentazione. Piccole ma efficaci dritte.

Da quando avete avviato il servizio di supporto psicologico ad oggi, chi vi ha contattato principalmente?

Inizialmente ci hanno contattato molti italiani residenti all'estero. Diciamo che circa un 40% delle persone che hanno preso appuntamento per un colloquio, lo hanno fatto da tutte le parti del mondo. Il problema comune era quello di soffrire la lontananza dal luogo delle proprie radici. Ricordo una persona che ci ha contattato dal Sud America, non tornava in Italia da 7 anni ma in questo momento sentiva la necessità di rientrare nella sua terra. A spaventare sono stati principalmente lo stop dei voli, l'incerto rapporto tra le Nazioni. A chiamarci anche diverse donne-mamme-smart workers che dovendo gestire contemporaneamente ruolo di mamme e ruolo di workers si trovavano a riscontrare problemi emotivi. Qualcuna ci diceva: 'Mi rendo conto che quando sono molto concentrata sul lavoro e mio figlio mi chiede attenzioni, questo mi infastidisce, ma poi ho i sensi di colpa'. Abbiamo ricevuto telefonate da parte di diverse famiglie che hanno dovuto completamente rivedere le loro abitudini. Situazioni nelle quali uomini non abituati a dare una mano in casa, hanno continuato a non darla senza dare motivazioni e questo ha creato conflittualità e problematiche comportamentali. Abbiamo riscontrato difficoltà nei rapporti genitori-figli: alcuni genitori si sono resi conto di quanto poco rapporto avessero, ad esempio, con i figli adolescenti, a volte con lunghi silenzi, senza sapere di cosa parlare.

E' capitato che a contattarvi siano state persone risultate positive al Covid-19 o parenti di questi ultimi?

Devo dire che in parecchi ci hanno contattato per timore di essere asintomatici, con la preoccupazione di non poter fare il tampone. E poi ci hanno chiamato alcuni parenti delle vittime. Loro hanno sottolineato, in particolare, la difficoltà ad elaborare il lutto senza averlo potuto vivere di persona, senza aver potuto toccare fisicamente la salma. E l’altra cosa che ha pesato, a prescindere da aspetti religiosi, è stata l’assenza del conforto del rito del funerale.

Ricorda una storia che l'ha colpita particolarmente?

Ricordo una persona che diceva 'non sopporto che mio padre sia 1 su 16mila', al tempo erano 16mila. 'Non sopporto di non essere stato in grado di vivere la morte di mio padre in modo personale, intimo, ma come un fenomeno collettivo'. Sicuramente questa cosa da un lato infastidisce, fa soffrire, dall’altro, però, sta ritardando l’elaborazione del lutto che queste persone affronteranno più avanti, con maggiori difficoltà.

Qual è il lavoro che psicologi e psichiatri dovranno fare da qui ai prossimi mesi?

Tutti gli elementi di cui ho parlato prima sono da prendere in considerazione da qui ai prossimi 6 mesi. Il disturbo di adattamento in 6 mesi deve ritrovare un equilibrio, se questo equilibrio manca c’è un rischio reale di sviluppo di sintomatologia psichiatrica. Attacchi di panico, depressione maggiore, problematiche comportamentali, aumento di dipendenze. Nei prossimi 6 mesi tutte queste situazioni dovrebbero essere sottoposte a sorveglianza. La Protezione Civile sta attenzionando il fenomeno, la cosa importante sarebbe avere servizi di rilevazione e supporto e che riescano ad individuare la popolazione non psichiatrica che rischia di avere un aumento dei fattori di rischio. 

Ma, ad oggi, le persone che vi contattano sono più provate dall'isolamento o più preoccupate del ritorno ad una vita "semi-normale"?

Partiamo dal fatto che la mente fa difficoltà ad adattarsi alle cose nuove. Dopo questi mesi di isolamento, oggi prevale quella paura di riadattarsi al futuro. Le persone hanno il timore di non trovare la normalità che avevano lasciato. Anche l’eccesso di informazione che c’è stato in questo periodo non ha aiutato. Molte sono state le fonti d'informazione a dire che nulla sarà come prima, il che è anche giusto, perché nel 'tutto è come prima' c'è il rischio che il virus non ci trovi pronti ad una eventuale seconda ondata. Però, allo stesso tempo, tutto questo genera ansia e la domanda 'come mi adatterò'?

Ecos e il professor Santo Rullo stanno valutando la possibilità di proseguire il servizio anche dopo la fine del lockdown...

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Sicuramente le persone avranno bisogno anche dopo. Non sarà facilissimo parlare con Borrelli, ma vorremmo farlo, perché abbiamo le idee molto chiare sul servizio che vogliamo continuare ad offrire. Nel post-Covid bisognerà stare molto attenti a non dare false speranze alle persone, sarà anche importante non psichiatrizzare fenomeni naturali, perché l'adattamento e il disagio per l'adattamento sono fenomeni non patologici. Quello che abbiamo riscontrato in questo tempo è che per il 90% dei casi, dopo un primo colloquio, i pazienti ci hanno inviato feedback positivi, solo nel 10% dei casi sono stati richiesti più colloqui.

 

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