Intervista | de Finis svela il suo 'Rif' - Museo delle periferie a Tor Bella Monaca: "Allargheremo i confini della città"

Intervista a Giorgio de Finis, ex direttore del Macro Asilo e ideatore del Maam. Il museo nasce dalla collaborazione tra l'assessorato alla Cultura, il VI municipio e l'Azienda speciale Palaexpo

Un museo “per rifondare il confine della città”. Per tracciarne uno “più ampio che includa tutti i territori di Roma, un auspicio e un impegno ad abbattere muri ricomponendo un tessuto urbano lacerato e non dialogante”. Una città che “non è più solo il Centro storico di Romolo ma che dovrebbe ricomprendere anche la progenie di Remo, il fratello a cui sono stati tolti i beni di famiglia”. Il Museo delle periferie sorgerà in uno dei quartieri che più viene citato per parlare di periferia romana, Tor Bella Monaca. “Coltiverà una relazione con le realtà del territorio” ma nasce anche con la vocazione di “dialogare con le periferie del mondo. Di riflettere sulle questioni a livello globale”.

Giorgio de Finis, antropologo, ex direttore del Macro Asilo e ideatore del museo abitato Maam, che sta per Museo dell’altro e dell’altrove di Metropoliz che sorge in un’ex fabbrica occupata da ormai dieci anni, non cerca scorciatoie per raccontare il suo ‘Rif - Museo delle periferie’: “Sarà un progetto complesso, perché complessa è la materia che andremo a trattare”. Il museo nasce dalla collaborazione tra l'assessorato alla Crescita Culturale, il VI municipio e l'Azienda speciale Palaexpo. La sua istituzione è stata annunciata il 19 giugno nel corso della conferenza stampa di presentazione della nuova Estate romana, Romarama, dalla sindaca Virginia Raggi e dall’assessore alla Cultura e vicesindaco Luca Bergamo. Ma è destinato a durare ben più di una stagione.

Le mura che lo ospiteranno non sono ancora state tirate su. Si tratta di una ‘opera a scomputo’ che verrà realizzata in via dell'Archeologia da un imprenditore privato che costruirà tre edifici, uno dei quali, in base all’accordo stretto con l’amministrazione capitolina, verrà donato al municipio VI che ha deciso di utilizzarlo per questo scopo. “L’idea è nata oltre un anno fa quando l’assessore alla Cultura del VI Municipio, Alessandro Gisonda, è venuto al Macro Asilo e mi ha invitato a riflettere insieme sul possibile utilizzo di questo spazio per il quartiere; così abbiamo iniziato a ragionare sulla possibilità di inventare un nuovo museo”. Così è nato il Rif, il Museo delle periferie.

Nella prima grafica del progetto che è stata resa pubblica fin dagli incontri partecipati al Macro Asilo, il nome è contenuto in una freccia circolare, che è anche il suo logo, al centro di tante altre frecce circolari, margini da rifondare, esplorare e abitare, che circondano tutte le città del mondo. “Il logo si ispira al Grande Raccordo Anulare, ma vuole rappresentare anche il solco più ampio di un aratro ideale che includa tutti i territori della Capitale. Il museo si chiamerà ‘Rif’, non solo perché sono lettere centrali della parola ‘periferia’, ma anche per richiamare l’idea di una Rif-ondazione della città. Molti urbanisti e sociologi sostengono che la parola periferia sia ormai vecchia, da non usare più. Invece credo sia importante usarla perché permette di capire subito di che cosa stiamo parlando. Usare altri termini (città policentrica, ecc.) vorrebbe dire che il problema della marginalità spaziale, che diventa anche sociale, economica e di opportunità, sia superato. Invece non è così e questa realtà va guardata dritta negli occhi. Magari è una parola che supereremo ma è meglio partire da lì, discuterne, capire quali sono i suoi confini, che senso ha parlare del margine, se esistono la città locale e la città globale, la città-mondo e il mondo-città o se queste città, come è molto probabile, sono l’una compenetrata nell’altra. Capirlo, anche con uno sguardo a scala planetaria, è ciò che per prima cosa il museo si prefigge di fare”.

L’idea è quella di dare vita a un centro studi internazionale che “rifletta sulla questione urbana a livello globale. Collezioneremo ricerche e libri, organizzeremo incontri e metteremo insieme tutte quelle esperienze che in tante città del mondo la società civile, gli architetti, gli artisti, hanno messo in campo per rispondere in modo non banale a questioni che sono un po’ locali e un po’ globali. Cercheremo quei progetti visionari che, come il Maam, non danno la realtà per scontata, che hanno avuto la capacità di cambiare le carte in tavola. Insisto sempre sulla funzione dell’arte perché non mi interessa la lettura della città fine a se stessa ma punto a raggiungerne una che serva a capire come stanno le cose sul tavolo per poi sparecchiare. Non daremo per scontato che i poveri saranno sempre poveri, gli ultimi per sempre ultimi. Ci piace l’idea di cambiare un po’ la storia perché se è sempre uguale a se stessa non ha più senso neanche studiarla”.

Al centro c’è la città di Roma, ma ci sono anche tutte le altre città del mondo, le loro periferie. “La città è l’habitat degli umani. Lo spazio vitale dove, dal 23 maggio 2007 (data in cui gli istituti che studiano la crescita della popolazione terrestre hanno registrato il superamento del numero di abitanti insediati nella città rispetto a quello delle persone che vivono nelle campagne, ndr), vive la maggior parte dell’umanità. Andrebbe tutelata come va tutelata l’aria e l’acqua”.

Così come il Macro Asilo era stato pensato come uno spazio da attraversare e abitare senza biglietto, il Museo delle periferie sarà un pezzo della città pubblica. “Non è solo una questione di proprietà. Ci sono musei pubblici che costano 20 euro e sono poco accessibili ed edifici di proprietà ecclesiastica nelle quali puoi entrare liberamente e vedere Caravaggio. Un po’ come Nolli disegnava le città in bianco e nero non in base alla proprietà ma all’accessibilità. Per lui era pubblico lo spazio della piazza ma anche quello della chiesa. Le istituzioni dovrebbero lavorare favorendo la città pubblica, ostacolando, nei limiti delle proprie possibilità, la città egoista degli interessi privati. Se poi pensiamo che anche le amministrazioni pubbliche seguono le stesse regole del privato, con la Corte dei conti che ti costringe a mettere a rendita i tuoi beni altrimenti sei un cattivo gestore, capiamo che la città pubblica non c’è più”.

Come spiegato anche al momento del suo annuncio, nel museo troveranno spazio una biblioteca specializzata, una videoteca, una collezione permanente, residenze per artisti e progetti di ricerca, mostre e pubblicazioni, lectio magistralis e incontri. Ma il cuore della proposta non sarà esporre qualcosa, che siano opere d’arte o progetti urbanistici realizzati in giro per il mondo. Le mura dell’opera a scomputo che saranno lo spazio del museo dovrebbero arrivare entro il prossimo anno, ma il museo, quale luogo della relazione e dell’incontro, “senza escludere lo scontro o l’indifferenza”, nascerà molto prima.

Partiremo a breve costruendo la rete, intercettando artisti e professori e li metteremo attorno a un tavolo, come già abbiamo fatto al Macro Asilo. Abbiamo avuto il via libera a utilizzare i locali dell’istituto scolastico Melissa Bassi, che si trova lì vicino, per incontrare in modo costante le realtà del territorio. A breve, poi, elaboreremo un primo calendario di appuntamenti al teatro di Tor Bella Monaca che potrebbero partire già da ottobre. Il principio è sempre quello di unire l’alto con il basso. Ė un gioco di sponda quello che mi interessa, è abbattere dei muri tra luoghi che non si parlano e non si frequentano. La mia idea non è realizzare un museo per la periferia, per fare in modo che la gente di Tor Bella Monaca resti a Tor Bella Monaca. La mia idea è aggiungere in quel quartiere una cosa che è per tutta la città, creare un innesto. Il che vuol dire che mi auguro che i Parioli vengano a Tor Bella Monaca a sentire quello che il nuovo museo propone, che si crei uno scambio".

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Verranno organizzate una serie di lectio magistralis "e lo faremo affrontando anche temi complessi, con un linguaggio che potrà risultare a volte indigesto, perché non dobbiamo spaventarci di far circolare anche discorsi difficili, perché è importante scontrarsi anche con il non capire. Tracciare il solco dell’aratro un po’ più in là è un atto dovuto ma è anche un’operazione complessa. Ricorreremo all’aiuto di quelle speciali anomalie che per me sono gli artisti e gli studiosi non chiosatori che non hanno paura di leggere il mondo senza ripetere quello che hanno studiato”. Giorgio de Finis sorride: “Se qualcuno pensa che andremo in periferia per fare due cosette si sbaglia. Questo museo per me, e per chi lo ha voluto, è una sfida enorme e penso di poter fare un lavoro importante per la città”.

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