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Tor Bella Monaca ( ANSA/ANGELO CARCONI)

Tor Bella Monaca ( ANSA/ANGELO CARCONI)

Se la periferia cambia immagine a partire da Tor Bella Monaca: un libro smonta i luoghi comuni sul quartiere

Intervista al docente di Urbanistica de La Sapienza Carlo Cellamare su libro 'Periferia. Abitare Tor Bella Monaca', scritto insieme a Francesco Montillo

“Fornire una diversa rappresentazione della periferia, a partire dal luogo che a Roma raccoglie la sua immagine più negativa”. Bastano queste prime due righe per capire come il libro 'Periferia. Abitare Tor Bella Monaca' (Ed. Donzelli) si addentra in uno dei quartieri più emblematici della Capitale. Il volume è stato scritto a quattro mani da Carlo Cellamare e Francesco Montillo, rispettivamente docente di Urbanistica a La Sapienza e dottore di ricerca in Tecnica urbanistica presso il dipartimento di Ingegneria edile, sempre a La Sapienza, ed è soprattutto il frutto di una ricerca complessa svolta sul campo per alcuni anni da un gruppo di lavoro interdisciplinare che ha partecipato alla stesura del volume con diversi contributi. Per capire quale Tor Bella Monaca ne è uscita Romatoday ha intervistato Carlo Cellamare.

Partiamo dall’inizio: perché un libro su Tor Bella Monaca?

L’idea è nata per raccontare un lavoro sul campo di diversi anni e ha l’obiettivo di smontare i luoghi comuni sul quartiere. Oggi basta pronunciare il suo nome per pensare al peggio della città. ? vero che le torri di edilizia residenziale pubblica sono brutte e grigie ma la bruttezza del quartiere non significa che siano brutte le persone le quali, al contrario, fanno il possibile per vivere dentro a una condizione difficile, tra infiltrazioni al tetto, fogne che non funzionano e poi, nessuno lo nasconde, lo spaccio. La presenza di famiglie criminali, però, non significa che siano tutti spacciatori o tossici. Ecco nel libro raccontiamo il fatto che i residenti di Tor Bella Monaca cercano di vivere degnamente nonostante le difficoltà mettendo in campo anche energie positive da cui dovremmo imparare. Un altro aspetto che emerge dal libro è la necessità di leggere il territorio in modo più complesso da quello a cui siamo abituati. Per questo mescoliamo i linguaggi e le discipline con l’obiettivo di smontare e destrutturare categorie utilizzate normalmente.

Si tratta di un volume articolato. Anche nella sua struttura sembra voler rispettare la complessità che si propone di indagare. Come è costruito il libro?

Il libro è stato il prodotto di un lavoro collettivo, indice compreso. Volevamo evitare la separazione disciplinare di molti testi accademici per esempio tra l’intervento dell’urbanista, quello dell’ingegnere edile o del sociologo. Proponiamo la lettura integrata di tre grandi momenti della vita collettiva all’interno del quartiere. Il primo è l’abitare che non riguarda solo la casa ma il significato che essa assume nella vita delle persone, le relazioni, la questione delle assegnazioni, ma anche aspetti tecnici. Non è un caso che quando abbiamo lavorato sul campo con i residenti di Tor Bella Monaca il gruppo di lavoro più seguito sia stato quello degli ingegneri edili sul tema della riqualificazione del patrimonio edilizio, uno dei problemi più sentiti nel quartiere.

In cosa consiste il secondo punto?

Il secondo tema riguarda la vita collettiva del quartiere e come sono organizzati gli spazi comuni, come sono vissuti e chi li gescisce. Per esempio a Tor Bella Monaca ci sono tanti spazi verdi che dovevano costituire la dotazione di standard anche per i quartieri limitrofi nati abusivamente che non ne avevano. In realtà molti di questi spazi sono oggi inutilizzati perché il pubblico non c’è. C’è poi chi ne usa un pezzetto per farci un orto, chi cura le piante. E questo con tutti i pro e i contro perché da una parte questi spazi vengono curati ma dall’altra c’è chi se appropria sottraendone un uso possibile ad altri. Le dinamiche interne a uno spazio pubblico assumono forme diverse. Il luogo pubblico spesso è un luogo di nessuno, lasciato al degrado, o un luogo del conflitto tra gli spacciatori e le madri che invece vorrebbero tenerselo per far giocare i propri bambini. ? uno spazio fisico ma anche di relazioni sociali esistenti. Queste relazioni condizionano lo spazio usato. Il lavoro interdisciplinare è fondamentale per restituire la complessità della vita collettiva in uno spazio collettivo.

E il terzo?

Il terzo tema è come si interviene e cosa significa farlo. Pensiamo a un progetto architettonico. Se viene effettuato dal pubblico e questo spazio diventa terra di nessuno viene distrutto, se parte dal basso scatta un processo di riappropriazione per cui i residenti lo difenderanno. In questo contesto è importante considerare gli elementi immateriali e le energie sociali presenti su un territorio. Per esempio, per intervenire in un quartiere come Tor Bella Monaca bisognerebbe ragionare di più sul tema del lavoro perché la criminalità sfrutta le difficoltà delle persone, la loro carenza culturale ma anche i problemi economici. Mettere in campo un Pru (Programma di recupero urbano, ndr) va sempre bene però non va a toccare gli aspetti importanti. Al contrario, per pensare a un intervento utile bisogna considerare la complessità della situazione. Per questo nel volume ci sono una serie di schede costruite insieme alle associazioni, di racconti e di fotografie: per dire che il territorio non è una tabula rasa ma un luogo dove la trasformazione già avviene e sta nelle azioni di chi lo abita.

Il libro parla di Tor Bella Monaca ma si propone di indagare una tema centrale per le città contemporanee come quello della periferia. Farei un passo indietro: cos’è la periferia?

Il concetto di periferia andrebbe rideclinato. Quando la città era compatta la periferia era un luogo distante dal centro, che non ne aveva né la ricchezza né la complessità. Era anche il luogo del degrado, qualitativamente peggiore del centro, dove abitavano le persone peggiori. Oggi questa distinzione è più difficile. Il Coronavirus ha mostrato bene che il centro storico è abitato a dir tanto da 100mila persone e che Roma è la sua periferia, la vita della città sta lì. Inoltre, come abbiamo potuto vedere per alcune centralità, la ricchezza economica non sempre corrisponde a una migliore qualità dell’abitare. La dicotomia tra centro e periferia va quindi smontata. Senza considerare che la perifera indica realtà differenti: ci sono le centralità, appunto, i vecchi e i nuovi piani di zona, i quartieri abusivi, le gated communities come l’Olgiata. Ciò non toglie che esistono ancora quartieri problematici in periferia. Nei quartieri di edilizia economica e popolare, per esempio, proprio perché le abitazioni vengono assegnate sulla base di determinati criteri come il reddito, si concentrano le persone con il maggior disagio sociale. Quindi oggi direi che la periferia è il luogo dove è più difficile l’accesso alla città, alle sue opportunità. Un luogo di marginalizzazione sociale, culturale ed economica.

A proposito di marginalizzazione, secondo quanto avete osservato, quanto pesa la precarietà abitativa in questo processo?

Parlerei più di precarietà urbana perché è legata anche alla disoccupazione e alla difficoltà di accesso ai servizi esistenti. Le condizioni sociali e culturali spesso rendono difficile l’accesso ad alcuni servizi telematici o al non sapere a chi rivolgerti quando hai un problema. Se pensiamo che non c’è nemmeno un ufficio dell’Ater o del Comune e quando un’abitazione ha una semplice perdita di acqua devi inviare un fax capiamo che si tratta di un processo di marginalizzazione che produce marginalità. In questo senso la precarietà abitativa contribuisce notevolmente. Chi abita in una casa occupata vive con il terrore di uscire e non poterci più rientrare e questo sicuramente aumenta il livello di disagio e di precarietà nel vivere il quartiere. Va detto anche che nel nostro lavoro sul campo la casa è vissuta come un bene rifugio: quando non hai reddito o lavoro hai almeno un tetto sulla testa. Per questo i residenti se la difendono con forza.

Nelle premesse del libro vi ponete come obiettivo quello di dare una “rappresentazione diversa” di un quartiere stigmatizzato come Tor Bella Monaca. Ad alimentare questa narrazione, attraverso l’uso di determinate parole, sono purtroppo i mezzi di informazione e la politica. Ci sono alcune parole abusate sia sui giornali sia nei discorsi istituzionali ed elettorali che invece nel libro restituiscono complessità e profondità di analisi. Me ne sono segnate tre: pubblico, illegalità e degrado. Partiamo dal primo. In un grande quartiere di proprietà pubblica come Tor Bella Monaca che cosa è il pubblico?

Il pubblico a Tor Bella Monaca si identifica come un soggetto assente, che non si rappresenta nell’azione ordinaria. ? sempre un soggetto lontano, da raggiungere, ed è anche per questo che lo spazio pubblico è di nessuno, perché non corrisponde a una presenza sul territorio. Riprendiamo anche l’idea di un pubblico negativo, inteso come soggetto esterno, estraneo, presente anche nelle riflessioni di Foucault o di Bordieu. Allo stesso tempo, però, è paradossale e interessante verificare come ci sia una forte domanda di pubblico, come si reclami con forza che qualcuno si occupi della dimensione pubblica.

Cos’è illegalità a Tor Bella Monaca?

L’illegalità spopola all’interno di un vuoto. Nessuno vuole difenderla ma l’illegalità non è tutta uguale. Ci sono comportamenti illegali dettati da interessi personali o azioni criminose che sfruttano il fatto che il pubblico arretra e altri prodotti dalla necessità di risolvere da soli i problemi che il pubblico non risolve. Ci sono una pluralità di comportamenti illegali il cui metro di valutazione è dato dalla loro accettabilità sociale. Il padre che dorme per mesi in macchina con il figlio e un giorno decide di occupare un appartamento genera accettazione, la famiglia criminale è giudicata negativamente. Più in generale possiamo dire che a Tor Bella Monaca l’illegalità è un segnalatore di altri problemi per questo non può essere risolta con azioni di legalizzazione.

Che cos’è il degrado a Tor Bella Monaca?

Del degrado se ne fa un uso strumentale. Per esempio viene utilizzato per trasformare un territorio in un capro espiatorio. Così quando va la Raggi si vedono solo topi e non il resto del quartiere. Ciò non toglie che anche a Tor Bella Monaca le persone vivano una condizione di difficoltà legata al degrado fisico ed edilizio del quartiere, che non deve essere associato al degrado delle persone. Anzi, questo degrado fisico misura la situazione di difficoltà in cui vivono. In alcuni casi c’è degrado prodotto intenzionalmente. Lo spacciatore vuole la lampada rotta affinché nessuno veda chi acquista, la panchina inutilizzabile così nessuno si può sedere, il portoncino dei palazzi che non si chiude così tutti possono entrare negli appartamenti in cui si spaccia. La criminalità produce anche bellezza, come gazebo in aree verdi ben curate. Come a dire: siamo noi che facciamo il bene del quartiere. Il degrado è sempre un luogo del conflitto.

Il volume dedica ampio spazio alle forze sociali attive sul territorio. Cosa può imparare l’amministrazione pubblica dalle energie sociali di Tor Bella Monaca?

Premetto che non sono per un’apologia delle forze che vengono dal basso che sono energie positive ma spesso entrano in conflitto tra loro. Hanno però sicuramente una percezione più reale dei problemi del quartiere e sono un presidio sul territorio. Sono un motore potente non come sostitutivo del pubblico ma vanno coinvolte nella progettualità. Proprio perché più attente al territorio innescano infatti dinamiche di riappropriazione e di gestione responsabile. Per esempio c’è un gruppo di madri che ha trasformato un’ex scuola materna abbandonata in una ludoteca, in un luogo protetto per i bambini che vivono proprio in una piazza di spaccio. Per prima cosa queste donne hanno una percezione più reale del problema che devono affrontare, in secondo luogo il fatto che siano loro a gestirlo fa si che lo spacciatore le rispetti e le lasci in pace. Se si trattasse di una riqualificazione pubblica lo spacciatore rovinerebbe quello spazio. Se invece queste madri venissero sostenute quello spazio sarà sempre presidiato e ci sarà più speranza che duri nel futuro perché quelle madri lo sentiranno come proprio e ne avranno cura. Da queste forze sociali andrebbe imparata la complessità dei problemi da affrontare e le modalità per gestirle.

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