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Lunedì, 24 Giugno 2024
Il progetto / San Basilio / Via Bartolo Longo, 92

Il riscatto delle detenute di Rebibbia parte dalla scuola: laboratori di cucina e lezioni su Dante

Le partecipanti hanno preparato e servito un pranzo speciale, insieme ai ragazzi dell'Istituto alberghiero Vespucci, da cui arrivano anche i docenti che le hanno seguite in questi mesi

“Grazie a questa esperienza ora ho un sogno, che voglio realizzare”. A parlare è una delle detenute della Casa circondariale femminile dell’Istituto penitenziario di Rebibbia, che, venerdì 31 maggio, insieme ad altre cinque ragazze e ad alcuni studenti dell'istituto alberghiero Vespucci di Roma, ha preparato e servito un pranzo speciale ad alcuni ospiti, tra cui il garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, a conclusione del primo step di un percorso iniziato nella Casa circondariale. Quello per ottenere il diploma di istruzione superiore.

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Corsi di italiano, storia e cucina

Il progetto è stato promosso dal Vespucci, insieme a Coop-Unicoop Tirreno con il sostegno del municipio IV e, a spiegarlo nel dettaglio, è il referente dell’istituto alberghiero, Alessandro Reale: “Il percorso si articola in tre anni, in cui i detenuti e le detenute partecipano a laboratori di cucina e sala, ma anche a lezioni frontali di storia, italiano e diritto. E, alla fine dei tre anni, dovranno superare l’esame di Stato per ottenere il diploma”. I docenti sono quelli del Vespucci, mentre Unicoop ha fornito i prodotti alimentari necessari allo svolgimento dei laboratori: frutta e verdura, pasta, farina, carne, pesce, uova, e tutto il necessario per mettersi ai fornelli e imparare la preparazione di sughi, pane, pasta, ricette tipiche, dolci, confetture. “Ho partecipato a questo progetto per la prima volta in questo anno scolastico – spiega Roberta Iadevaia, che da ottobre a maggio ha insegnato italiano e storia in due classi di detenuti, una maschile e una femminile -. I corsi sono tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13 per le donne e dalle 14 alle 18 per gli uomini. Alla fine di questo percorso posso dire di aver imparato più io da loro che loro da me. Mi ha colpito in positivo la loro educazione, la voglia di riscatto e di partecipazione. In negativo la dispersione scolastica: le classi all’inizio erano di 15/20 persone, poi alla fine sono arrivata a far lezione anche con due persone, perché da gennaio partono anche i percorsi lavorativi e molti preferiscono dedicarsi a quelli, come è comprensibile”. L’insegnamento, come sottolinea Iadevaia, nella Casa circondariale si fa senza dispositivi elettronici, né libri di testo. Ma con carta, penna e con una lavagna con gessetto. Molto più antiquata delle moderne Lim (Lavagne interattive multimediali). Un percorso non facile per un docente, soprattutto in alcuni momenti: “Alla prima lezione ho chiesto loro di scrivere un testo per presentarsi  e ho passato la notte a piangere – spiega Iadevaia –. Non è mai stato facile entrare e uscire dal carcere sapendo che loro non avrebbero potuto fare lo stesso. Almeno per ora. Come è stato difficile anche parlare della Divina Commedia di Dante, dell’Inferno, con le pene per i peccatori. Ricordo bene quella lezione, la volta dopo le ragazze mi hanno chiesto di far loro vedere la Divina Commedia letta da Roberto Benigni”. L’età media delle studentesse è di circa 40 anni. 

Un’occasione di riscatto 

Secondo il garante Stefano Anastasìa, questo tipo di attività sono “le più significative che si possono fare in carcere e la Regione Lazio ha contribuito mettendo a disposizione alcune attrezzature essenziali per i laboratori – sottolinea -. La scuola rappresenta un importante occasione di riscatto e per costruire un percorso di reinserimento nella società. Manca ora il tassello finale, ovvero come portare all’esterno questa attività, una volta che si esce dal carcere”. I laboratori, infatti, come sottolineato anche dalla direttrice della casa circondariale femminile di Rebibbia, Nadia Fontana, e dalla presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma, Marina Finiti, mirano a dare un’attuazione concreta all’articolo 27, comma 4, della Costituzione italiana, che prevede il principio della finalità rieducativa della pena. Le pene non devono tendere solamente a punire chi si è reso colpevole di un reato, ma mirare anche alla sua rieducazione, favorendone il reinserimento nella società. “Per questo – ribadisce Finiti – è importante non isolare gli istituti di pena dal mondo esterno. Questa frattura va superata una volta per tutte, la soluzione non è la chiusura. Ma l’apertura al mondo”. 

L’abbraccio tra studenti

Alla fine della giornata, dopo il pranzo, i ragazzi e le ragazze del Vespucci hanno consegnato una pianta di orchidee a ogni detenuta. Tra abbracci, lacrime e commozione. “Grazie alla direttrice Fontana, alla preside del Vespucci, a Reale e a tutti i nostri docenti per averci permesso di vivere e organizzare questa bellissima giornata – sottolinea una delle partecipanti ai laboratori organizzati a Rebibbia -. Grazie al professore di cucina che ci ha insegnato dei trucchetti ‘al bacio’. È stata una bellissima esperienza, in cucina ma anche fuori, con le lezioni teoriche. Siamo state impegnate per quelle 4-5 ore al giorno che abbiamo vissuto in modo diverso, rispetto al resto del tempo qui”. 

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