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Mercoledì, 17 Agosto 2022
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Redazione RomaToday

L'estate è romana

L’eredità di Renato Nicolini a dieci anni dalla sua scomparsa

08_FotoLorenzaFruci-2Il mio primo incontro con Renato Nicolini fu nel 2019. Mi aggiravo tra gli scaffali dell’archivio storico capitolino e, mentre cercavo di risolvere un’intrigata faccenda amministrativa affidandomi alla ricerca di documenti datati, attraversai una sala piena di scatoloni. “È dedicata a Nicolini” mi spiegò la dipendente di Roma Capitale che mi accompagnava, “stiamo terminando di catalogare il suo Fondo. Ci vorrà ancora del tempo, c’è di tutto…”. Quel “c’è di tutto” si riferiva alla varietà del materiale donato dalla famiglia al comune, la sua prima casa politica da assessore alla cultura. Incuriosita, mi soffermai in quella stanza che raccoglieva i documenti provenienti dal suo archivio privato e dalla sua biblioteca personale, e temporeggiai intorno a quegli scatoloni. Vi facevano capolino libri di architettura sperimentale, fantascienza, filosofia, cinema, teatro, titoli di classici del marxismo, libri di Nietzsche, scritti di Mao Tse Tung, fumetti Marvel. La personalità di Nicolini si delineava in quella composizione eterogenea di testi, da cui si evinceva la complessa articolazione della sua cultura e la poliedricità dei suoi interessi. Ognuno di quei libri e il loro insieme parlava di lui, delle sue passioni e del suo modo di vedere il mondo. Dopotutto un uomo non è quello che legge? Non ho mai conosciuto Renato Nicolini, ma vedere la sua onnivora biblioteca mi confermò l’opinione che di lui mi ero fatta documentandomi.  

All’epoca lavoravo per il Campidoglio, avevo la delega alle pari opportunità e non sapevo ancora che due anni dopo avrei assunto lo stesso incarico di Nicolini. Il rione Campitelli, dove aveva e ha tuttora sede l’assessorato alla aultura, è un quartiere pieno di storia e di spiritualità, ma anche di ricordi dello stesso “Renato”, come amano chiamarlo coloro che lo hanno conosciuto. Nicolini fu assessore per 9 anni dal 1976 e in quel lungo periodo furono in tanti a frequentarlo. Tra questi Stella, la proprietaria dello storico bar Antico Caffè che affaccia su Teatro Marcello, che ha servito cappuccini a tutti gli Assessori del comune di Roma e che ha aneddoti per ognuno di loro. Ma per Renato in più ha anche sorrisi quando racconta che “era simpatico, pieno di vita e sempre circondato da personaggi strani che lo aspettavano fin dalle 7 di mattina appollaiati sulla fontana di piazza Campitelli e che poi venivano a fare colazione da me con il gin tonic”. Questi strani personaggi erano gli artisti che Nicolini aveva saputo coinvolgere nelle politiche culturali della città. Nel suo libro Estate romana parla di “un vero e proprio pellegrinaggio dai sotterranei della cultura non ufficiale a piazza Campitelli”, pellegrinaggio che lui aveva saputo accogliere facendo “il lavoro “politico” che dovrebbe fare un assessore”, che “è produttivo se è in sintonia con una domanda sociale esterna alla logica degli apparati”. La sua intuizione con l’Estate romana fu quella di aprire un’istituzione come il comune di Roma alle energie creative e alle avanguardie della città, e contemporaneamente di proporre gli spazi urbani come luoghi da vivere e da abitare, attraverso nuovi modelli di consumo culturale. Il senso di quell’operazione fu creare un pubblico protagonista ed emancipato, capace di trasformare la città con la sua partecipazione agli eventi. In un articolo del 2008 per la monografia InRoma Nicolini scrisse che grazie all’Estate romana “si scoprì che la città non era solo un insieme di musei, monumenti e luoghi della politica, ma poteva divenire spazio condiviso dell’immaginazione, della sovversione, degli esperimenti e del disordine amoroso e creativo”. 

A farmi rincontrare Nicolini furono anche molti degli operatori culturali che, ricevuti in assessorato, esordivano esclamando “Venni qui anche quando c’era Renato!”, “…con lui organizzammo…”, “Nicolini inventò…”, tanto che i miei appuntamenti politici spesso si tramutavano in momenti di “amarcord”, durante i quali i miei interlocutori si abbandonavano con affetto a ricordi, citazioni, nostalgie. Consapevole della sua eredità politica, non mi sarei aspettata di raccogliere tanta stima e calore intorno all’uomo Nicolini. Il segno che un assessore riesce a lasciare è il frutto della sintesi tra la sua identità, il rapporto con il sindaco e il contesto storico in cui si trova a governare. Per Renato Nicolini, oltre alla creatività degli anni ’70 e al sostegno di Carlo Giulio Argan all’avvio delle sue politiche culturali, influì molto la sua personalità, mista alla sua preparazione, alla sua intelligenza e al suo entusiasmo. La sua Estate romana si affermò come un’“istituzione”, riconosciuta anche al di fuori del Raccordo anulare, e restò un’attitudine a godere della bella stagione insieme all’arte e alla cultura che la città produce e promuove, creando appartenenza e immaginario. Un lascito importante per ogni suo successore, me compresa che, nata nel 1977 -lo stesso anno in cui inaugurò l’Estate Romana- e nominata Assessora 45 anni dopo di lui, non potei non confrontarmi con quella sua eredità che ancora permea la città e la memoria dei romani e delle romane.  

La mia estate romana fu quella pandemica del 2021 che richiedeva ancora mascherine e distanziamento. Con il Covid e il primo Dpcm dell’8 marzo 2020, che decretò la chiusura dei luoghi della cultura, tornò di grande attualità il tema degli spazi pubblici e del loro ruolo nella società. E contrariamente a quello che si stava facendo, le istanze degli operatori culturali esprimevano la necessità di un’accoglienza da parte della pubblica amministrazione. Fu chiaro che le istituzioni, in quel momento storico, dovevano tornare ad aprirsi alla cittadinanza. Andarono in questa direzione i bandi pubblicati durante i 9 mesi del mio incarico (come “Spazi alla città” e “sala Santa Rita”), che tentarono di inserirsi nel solco delle tracce lasciate da Nicolini che definivano gli spazi pubblici come “la casa di tutti”. 

Di quei mesi ho anche il ricordo amaro di alcune serate di coprifuoco trascorse nella solitudine dell’Assessorato, dalle cui finestre Roma si mostrava silente e deserta. Una città immobile e sospesa che nulla aveva dell’atmosfera da “Sera dei miracoli” inneggiata da Lucio Dalla e ispirata alle estati nicoliniane. E quando arrivò il momento delle timide e contingentate riaperture estive, per rilanciare l’Estate romana scegliemmo come immagine della campagna di comunicazione il dipinto “Nuvole di giugno” di Umberto Prencipe che esprimeva quella leggerezza tanto desiderata che solo le nuvole portano con sé. L’invito era ad alzare gli occhi al cielo, riponendo fiducia nel futuro, con la speranza di poter tornare serenamente a riappropriarci delle piazze della nostra città. Quelle nuvole erano anche un omaggio a Renato Nicolini, al suo estro e a quello spirito di grande gioia e vitalità che aveva accompagnato la nascita della sua prima Estate romana e l’inizio della stagione del “meraviglioso urbano”. Oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, il mio pensiero per lui passa da quelle nuvole.  

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