La Roma delle case vacanze messa ko dal Coronavirus: "Solo il 10 per cento degli appartamenti è occupato"

Intervista a Alessandro Colombo, general manager a Roma di Sonder Italy, attiva nel settore extra alberghiero

Perdite che sfiorano il 90 per cento e un orizzonte di ripartenza ancora incerto. Anche a Roma il settore ricettivo extra-alberghiero ha subito un duro colpo con l’emergenza Coronavirus e uno stop totale ai flussi turistici vedendo quasi azzerate le prenotazioni. Romatoday ha intervistato Alessandro Colombo, general manager a Roma di Sonder Italy, società internazionale di origini canadese-statunitense, attiva nel settore del turismo alberghero ed extra alberghiero e presente in varie città del mondo. In Europa, per il momento, le sue attività sono presenti solo a Roma e a Londra anche se entro un anno la società dovrebbe sbarcare anche a Milano. Nella Capitale Sonder gestisce 130 appartamenti, a volte singoli mentre in altri casi concentrati in un intero edificio, dislocati in varie zone della città, da San Lorenzo a Fontana di Trevi, dalla zona del Vaticano a Trastevere, destinate soprattutto ai turisti ma pensate anche per accogliere quanti viaggiano per lavoro.

“Sono appartamenti pensati per consentire di vivere come a casa propria, forniti di qualunque cosa possa servire a una persona”, spiega Colombo. “Li affittiamo da proprietari privati con contratti a lungo termine e ne rinnoviamo l’interno con un arredamento che rispecchia il nostro stile dal design pulito ma non troppo asciutto, personalizzato a seconda della città e del quartiere in cui si trovano. Inoltre prediligiamo un modello con poca presenza di personale: check in e check out online e con codici di accesso all’appartamento inviati tramite un link sul telefono. Direi che è l’ideale in un momento in cui il distanziamento sociale è necessario”. La società, di fronte all’emergenza Coronavirus, ha deciso di mettere a disposizione gratis per un mese una serie di appartamenti per il personale sanitario che si è trasferito nella Capitale.

Come è nata l’idea?

La scelta è nata dall’esigenza di dare il nostro contributo in questa situazione cercando di aiutare persone che fanno tanto per curare le persone contagiate. Abbiamo appartamenti vicini allo Spallanzani e al Policlinico. Le persone che ne hanno usufruito sono felici di averci vissuto e alcune prolungheranno la permanenza. Siamo molto contenti di aver preso questa iniziativa.  

Cosa è accaduto con la crisi?

Il business, più che contratto, si è esaurito. Roma è una città che vive soprattutto di turismo internazionale e la crisi ci ha colpito proprio nel momento in cui stava partendo l’alta stagione. Dal 22 febbraio abbiamo assistito a una valanga di cancellazioni. Se nei mesi di aprile, maggio e giugno il tasso di occupazione è attorno all’85 per cento, al momento solo il 10 per cento degli appartamenti romani è affittato. Si tratta di persone che hanno bisogno di un luogo dove trascorrere l’isolamento, di personale medico che teme di contagiare la propria famiglia o anche professionisti, come membri delle organizzazioni internazionali o uffici stampa, a cui è ancora consentito viaggiare.

Quante perdite pensare di registrare?

Il ricavo giornaliero a Roma è crollato del 95 per cento. E questo è il tracollo del fatturato per i mesi di marzo, aprile e maggio, poi vedremo. Considerando la chiusura delle frontiere forse ad agosto potremo vedere qualche turista italiano e magari in autunno qualche europeo. Ma sono tutte supposizioni. Per il momento non abbiamo prenotazioni. Il 2020 sarà un anno di perdite.

Partendo dal presupposto che la crisi è globale, Roma sta reagendo in maniera diversa rispetto ad altre città nelle quali avete gli appartamenti?

Le città che hanno un bacino di utenza più orientato al turismo sono quelle che soffrono di più. Roma, per esempio, ha la stessa percentuale di occupazione di Miami, un’altra di quelle città dove ci si sposta prevalentemente per turismo. A Londra si va per viaggiare ma anche per lavoro e la percentuale di occupazione è attorno al 25 per cento, un po’ come a New York e a San Francisco. Non possiamo non considerare che l’Italia è stata la prima ad essere colpita e c’è la speranza che ne possa uscire prima, ma non se siamo così sicuri.

Che strada dovrebbe prendere Roma, secondo lei, per risollevare il settore ricettivo dopo questa emergenza?

In altri tempi avrei detto ‘fare come Milano’: organizzare eventi che attirano decine di migliaia di persone. Ma non è questo il caso, almeno nell’immediato. Noi faremo sicuramente più attenzione alla persona che viaggia per motivi di lavoro, offrendo soluzioni più confortevoli rispetto a quelle offerte da una camera d’albergo. Per quanto riguarda il turismo, incentiveremo quello italiano, magari con agevolazioni per gli ingressi nei musei o per il trasporto pubblico. Abbiamo inoltre creato un programma per incentivare le persona a utilizzare i nostri appartamenti rendendoli convenienti anche per chi necessita di una permanenza di due o tre mesi e che prima si sarebbe rivolto ad altri siti di affitti.

Quali politiche dovrebbero mettere in campo, secondo lei, le istituzioni?

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Penso che questa sia l’occasione per rivedere o sospendere il contributo di soggiorno. A Roma molti servizi per i turisti presentano dei prezzi molto elevati. Penso per esempio ai mezzi pubblici: se per un cittadino il prezzo di un abbonamento è più basso rispetto ad altre città il giornaliero, che è il biglietto che i turisti usano di più, è molto più elevato. Ogni servizio per i turisti a Roma è molto costoso.   

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