INTERVISTA | Massimo Barra, Villa Maraini: "I giovani tossicomani i più difficili da curare perché in luna di miele"

L'intervista al fondatore di Villa Maraini, l’Agenzia nazionale per le tossicodipendenze della Croce Rossa Italiana, nel quartiere Monteverde di Roma

Fondata nel 1976 da Massimo Barra, medico esperto in tossicodipendenze, Villa Maraini rappresenta un insieme di servizi per la cura e la riabilitazione dalle tossicodipendenze, abuso di alcol e gioco d’azzardo. La terapia viene articolata su diversi livelli di soglia: bassa, media e alta, a seconda della motivazione che il tossicomane ha nell'affrontare il percorso di cura. La strategia terapeutica è infatti adattare la terapia al soggetto e non viceversa. “La terapia prima di tutto deve avere pazienza, se precoce e priva di motivazione porta anche alla morte”, sottolinea Barra. “Ogni morte per droga è un fallimento per tutti noi - dice - gli ultimi fatti di cronaca raccontano una morte in solitudine, di soggetti che non hanno trovato un’alternativa, l’assenza di una terapia”. Da qui, Villa Maraini oltre alla struttura di Monterverde in cui ha anche la comunità semiresidenziale, ha due unità mobili per il lavoro su strada della "riduzione del rischio" e il servizio di automedica con dei medici che intervemgono sul posto in caso di segnalata overdose.   

Storie di tossicodipendente, quel tunnel della droga da cui è difficile uscire

Massimo Barra prova a farci comprendere lo stato d’animo che porta un giovane ad avvicinarsi al mondo delle droghe, quella “luna di miele” con la sostanza che porta a compiere qualsiasi cosa. “Un tossicomane è un soggetto malato, che non può fare a meno della droga per la sua sopravvivenza - spiega -. Va curato sopratutto perché rappresenta un pericolo per se stesso e per gli altri. Serve maggiore liberalizzazione dei farmici ed un migliore accesso alle terapie. La lotta alla droga non si combatte con la burocrazia”.

In 20 anni Villa Maraini, con l’attività di intervento su strada, ha salvato 2500 persone dall’overdose: “Morire di droga oggi è drammaticamente banale perché gli strumenti per intervenire ci sono - conclude - bisogna però essere presenti”.

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