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"All'ex Snia una rinaturalizzazione molto avanzata: distrutti dalle ruspe anche habitat protetti dall'Ue"

Intervista al botanico Giuliano Fanelli che da anni studia l'ecosistema cresciuto nell'ex area industriale della Snia e sul tema ha scritto diversi articoli scientifici

Giuliano Fanelli è un botanico di lungo corso. Al Museo Erbario della Sapienza c’è una collezione con quasi 10mila esemplari che porta il suo nome. È tra i primi ad aver studiato l’ecosistema del lago dell’ex Snia e ad aver prodotto studi e articoli scientifici che hanno dato sostanza alla richiesta di istituire il monumento naturale del lago Bullicante. I suoi studi e le sue analisi portano da sempre in una direzione: per le sue caratteristiche naturalistiche, l’area privata dell’ex fabbrica, dove nelle ultime settimane la vegetazione è stata quasi completamente distrutta dalle ruspe, doveva essere inserita fin dall’inizio nel perimetro del monumento naturale (l'iter per l'ampliamento è in corso e dovrebbe concludersi nei prossimi mesi). 

Ci può descrivere l’ambiente della fabbrica dell’ex Snia?

Pur essendo un territorio al centro di Roma e di recente rinaturalizzazione, sia nella parte privata sia in quella pubblica, è possibile osservare che la natura è rinata in modo impressionante. L’Unione europea, con la direttiva Natura 2000, ha individuato una serie ambienti, chiamati habitat prioritari, da tutelare per l’alta biodiversità e per il valore ambientale a livello continentale. La cosa sorprendente è che quando siamo andati a studiare la vegetazione dell’ex Snia abbiamo ritrovato alcuni di questi habitat. I più interessanti sono stati individuati proprio nella parte dell’ex fabbrica. A differenza della zona del lago, che è un’area umida, l’ambiente della fabbrica è arido perché sui muri e sulle pavimentazioni c’è poco suolo e quello esistente non trattiene abbastanza acqua. Questo ambiente ricorda moltissimo il paesaggio delle rupi tra Terracina e Gaeta, che sono stati dichiarati zona protetta proprio per la presenza di habitat prioritari che si trovano anche nell’area privata dell’ex Snia. Uno di questi si vedeva bene anche dall’esterno e da quel che abbiamo potuto osservare è stato quasi del tutto distrutto: la macchia mediterranea con pino d’Aleppo, olivo e alaterno. Il secondo habitat protetto è una prateria il cui nome scientifico è ‘Percorsi steppici dei Thero-Brachypodietea’. Si tratta di piante erbacee che erano ben visibili dalle foto aree. Anche le formazioni di rovo che vengono considerate infestanti – ma questo termine andrebbe proprio abolito – hanno una forte funzione ecosistemica: forniscono cibo agli animali, sono sito di nidificazione per gli uccelli, preparano il terreno perché possano insediarsi formazioni vegetali più sviluppate. Un’altra formazione di estremo interesse presente all’ex Snia è il bosco di alloro, per prima cosa perché è raro in tutto il Mediterraneo, secondo perché è una pianta tropicale, relitto dei climi più caldi presenti sul nostro territorio prima delle ere glaciali che circa due milioni di anni fa hanno cambiato la vegetazione del globo. In sintesi, la vegetazione dell’ex fabbrica è un ambiente seminaturale, in gran parte protetto dall’Unione europea tanto che la Regione Lazio ora sembra molto intenzionata a estendere il perimetro del monumento naturale. 

Dal punto di vista naturalistico, cosa è possibile trovare, invece, nell’area che circa un anno fa è diventata monumento naturale del lago Bullicante?

Il discorso è lo stesso: troviamo una rinaturalizzazione molto avanzata con altissima biodiversità. Non sto qui ora a citare tutti i numeri delle specie di piante che vi si trovano. Per esempio, lì sono state individuate il 30 per cento delle specie di libellule presenti in Italia. Ricordo che la biodiversità è un indicatore del buon funzionamento del sistema. Nel monumento naturale, inoltre, si sono sviluppate le catene alimentari, dal pesciolino all’insetto fino agli uccelli predatori, come poiane e varie specie di rapaci. Pur essendo al centro di Roma e pur essendo un’area molto piccola, quello del lago dell’ex Snia è un ecosistema che sta funzionando.

Prima ha parlato della presenza di cespugli di rovi tra i ruderi dell’ex fabbrica. Non è il caso dell’ex Snia, il cui valore naturalistico è stato compreso ormai da anni dalla popolazione locale, ma spesso quando in un luogo abbandonato iniziano a vedersi i rovi alcune persone gridano al degrado. Da botanico, cosa ne pensa?

Il discorso del degrado dobbiamo togliercelo dalla testa. Degrado è il benzene nell’atmosfera prodotto dalle automobili o i rifiuti non raccolti per la strada. La vegetazione che ricresce non è mai degrado. È rinaturazione. Questo è un problema che ha radici molto profonde nella cultura umanistica italiana, che vede la natura come un pericolo. La cultura nordica, sviluppata in paesi dove paradossalmente c’è molta meno natura selvaggia rispetto all’Italia, nasce da un rapporto molto più stretto con la natura. In Germania, in molte delle fabbriche abbandonate della zona della Ruhr le istituzioni hanno deciso di lasciar ricrescere la vegetazione. Quando dei professori tedeschi sono venuti a visitare l’ex Snia hanno riconosciuto subito che si tratta di un bell’esempio di rinaturazione spontanea, perché l’ambiente mediterraneo è più ricco sia dal punto di vista della flora sia della fauna. Dobbiamo cambiare prospettiva: la vegetazione non è mai degrado ma un patrimonio preziosissimo per cittadini che vivono in un ambiente così urbanizzato. Il verde, al di là del servizio minimo per le attività ricreative, filtra l’inquinamento, produce ossigeno, trattiene il carbonio, mitiga il clima, favorisce la formazione di suolo. Quest’ultimo è un tema fondamentale perché all’ex Snia tutte le piante presenti favoriscono la formazione di suolo. Sono ottimista nel vedere la mobilitazione dei cittadini e anche una certa sensibilità delle istituzioni, cosa molto rara. Poi è chiaro che c’è sempre chi sostiene che bisogna fare pulizia, ma queste persone sono sostanzialmente figlie di un modo di vedere le cose che non si è reso conto che la biosfera sta cambiando, che siamo entrati nell’Antropocene. È nelle città, dove abita il 70 per cento dell’umanità, che si risolve il problema. Compenetrare l’aspetto umano a quello naturale è l’unico modo di rispondere all’Antropocene. Se non iniziamo a vedere la natura in modo diverso, non vedo come potremo sopravvivere a questa era.

Fermo restando che per valutare i danni è necessario un sopralluogo all’interno dell’area, dai video e dalle fotografie disponibili c’è, secondo lei, la possibilità che la natura si riprenda?

La possibilità c’è ma è un discorso complesso perché dipende da quanto sono stati alterati i suoli. La dinamica della ricrescita della vegetazione ha due fattori fondamentali: uno è l’acqua, il secondo è il suolo. In Borneo, per esempio, hanno disboscato pesantemente molti tratti di foresta. I tentativi di rimboschimento però sono falliti perché quando vengono tagliati gli alberi il suolo viene portato via dalla pioggia. Nella parte dell’ex fabbrica un po’ di suolo c’era. Bisogna capire se gli interventi delle ruspe l’hanno distrutto. Se così fosse, le conseguenze potrebbero essere gravi. Se invece il suolo non è stato distrutto, la vegetazione potrebbe ricrescere. Certo, non velocemente perché la crescita in un ambiente arido come quello della rupe è abbastanza lenta, tanto è vero che i pini di 20 anni presenti all’ex Snia sono più piccoli rispetto a esemplari della stessa età cresciuti su un suolo più profondo e con molta acqua. Non bisogna dimenticare che ricostruire il suolo è difficile e che le piante lo fanno spontaneamente più di quanto non lo possa fare l’uomo. 

Le operazioni di distruzione della vegetazione all’interno della parte privata dell’ex Snia, potrebbero aver indebolito anche la parte adiacente che già da un anno è stata dichiarata monumento naturale?

Serve una premessa: non abbiamo ancora i dati per poterlo dire. Ho una formazione scientifica e rispetto a questa domanda, a differenza delle precedenti, posso dire di essere certo della risposta al 20 per cento. Un primo effetto che abbiamo già osservato, anche se non è il mio campo, è che il rumore ha spaventato gli uccelli. Sembra una cosa da niente, ma per gli uccelli nidificanti avere un ambiente tranquillo è importante. Il germano reale è scappato via subito. Non è un uccello raro ma è abbastanza iconico del fatto che l’ecosistema del lago funziona. La seconda considerazione riguarda l’inquinamento: avere qualche centinaio di metri di vegetazione piuttosto sviluppata tra largo Preneste e il lago dovrebbe filtrare l’inquinamento. Ripeto, dobbiamo attendere dati che ancora non ci sono ma dal momento che è già accaduto in altre situazioni simili è possibile che l’inquinamento aumenti. A riguardo vorrei sottolineare che il rovo, oltre a quanto già detto prima, funziona da filtro all’inquinamento. Come la robinia, che è molto presente all’interno dell’area dell’ex Snia. È uscito recentemente un articolo su Nature che afferma che questo sarà il decennio della ‘Restoration economy’. Il restauro degli ecosistemi sta diventando fondamentale non tanto per gli ecosistemi in sé quanto per il ripristino delle funzioni della biosfera. Restaurare la vegetazione è importante, per esempio, per abbassare la Co2 nell’aria. Si tratta di riportare i boschi dove sono stati tagliati o le paludi dove sono state distrutte. All’ex Snia adesso è urgente fermare i lavori e, una volta valutati i danni, si potrebbe pensare a una sorta di restauro. Sarebbe un progetto innovativo perché non ci sono quasi precedenti di restauro in una fabbrica abbandonata. 

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