Coronavirus, la corsa degli infermieri assunti per l'emergenza: "Tre giorni per trasferirsi con l'incubo di non trovare una casa"

Per molti infermieri assunti con procedure d'emergenza trovare un appartamento è stato difficile. Ma non sono mancati gesti di solidarietà

Foto Ansa/Massimo Percossi

Alla fine di marzo a Giovanni è arrivata una mail che aspettava da tempo: l’assunzione come infermiere in un ospedale romano. “Avevo tre giorni di tempo per lasciare il vecchio lavoro, salutare la mia famiglia che vive a Napoli e trasferirmi a Roma per prendere servizio”. La stessa cosa è accaduta a Flavia, origini pugliesi. Arriva la mail, lascia il lavoro, saluta la famiglia e poi il trasferimento a Roma. Tre giorni. Per entrambi il primo problema è stata la casa. “Non trovavo nessuno che ci facesse vedere una stanza, gli appartamenti abitati da studenti non accettavano persone impiegate in contesti a rischio contagio e addirittura molti proprietari hanno cercato di speculare nonostante conoscessero perfettamente il perché avessimo bisogno di quelle abitazioni”, racconta.

Giovanni e Flavia sono due dei 300 infermieri vincitori del concorso del Sant’Andrea che sono stati reclutati in fretta e furia a marzo dalle Asl e dagli ospedali del Lazio per far fronte alla diffusione del contagio di Covid-19. Sia Giovanni sia Flavia hanno trovato ospitalità in un appartamento messo a disposizione in modo gratutio per un mese dalla società internazionale Sonder Italy che a Roma affitta 130 appartamenti nel settore extra alberghiero. Ma la ricerca non è stata semplice.

“Quando mi è arrivata la mail avevo tre giorni di tempo per trasferirmi”, ricorda Giovanni, che dal 1 aprile lavora come infermiere al reparto di terapia intensiva per malati Covid-19 del Policlinico Umberto I. “Il primo problema da affrontare è stato trovare una casa in poche ore. Se la situazione fosse stata normale avrei potuto fare il pendolare, si tratta di un’ora di treno. Infatti lo farò non appena sarà possibile. Ma i collegamenti sono stati praticamente sospesi e inoltre non voglio rischiare di contagiare la mia famiglia”. Trovare un appartamento è stato quasi impossibile. “In alcuni casi il fatto che io sia un infermiere ha portato a discriminarmi per paura di contagio. Mi dicevano che nel palazzo avevano paura, che era meglio evitare. Poi sulla pagina Facebook dedicata proprio all’emergenza affitti per infermieri ho trovato l’annuncio della Sonder che metteva a disposizione alcuni appartamenti gratis per un mese. Dal giorno dopo avevo una casa in zona Barberini non lontana dall’ospedale”.

È così che un momento atteso da anni, l’assunzione a tempo indeterminato in un ospedale pubblico, è diventato un momento difficile: la propria quotidianità abbandonata di colpo e poi per ore tra i malati più gravi in terapia intensiva, in una città deserta e impaurita. “Ho dovuto lasciare il mio posto di lavoro al 118 di Napoli, dovendo pagare una penale per il mancato preavviso, salutare la mia famiglia e i miei figli di 17 e 12 anni e andare via dalla mia casa e dalle mie abitudini”. Giovanni lavora in terapia intensiva, “dove finiscono tutte quelle persone che si aggravano in poco tempo e quindi devono essere intubate e ventilate”, racconta.

“Ho lavorato per tanti anni al 118 e per me il contatto umano con il paziente è sempre stato prioritario. In terapia intensiva invece curi una persona che non ti può parlare, puoi solo controllare i suoi parametri vitali attraverso un monitor. I parenti non li possono vedere così a volte ci chiedevano di riferire una frase, di dare una carezza o di poterli vedere con un tablet. Mi sono sentito in una situazione più grande di me. Quando ho giurato da infermiere non avrei mai pensato di dover affontare una cosa del genere”.

Il lavoro in terapia intensiva non è semplice: “Resti vestito per tutto il giorno con la tuta protettiva. Devi andare in bagno il meno possibile, se esci da lì devi spogliarti e cambiarti ma è meglio non sprecare i dispositivi di protezione. Sicuramente ora la situazione è più stabile ma sono davvero provato da questa situazione. Resti tutto il giorno in ospedale e quando esci entri in una città vuota, soprattutto in una zona turistica e centrale come quella di piazza Barberini dove sto abitando. Senza un aiuto per la casa non so proprio come avrei fatto”.

Anche Flavia, nelle difficoltà di lasciare in poche ore la propria famiglia e il proprio lavoro, in un paese bloccato dalla quarantena e dalla paura del contagio, si è scontrata con la difficoltà di trovare un alloggio. “Ho cercato un appartamento insieme a un’altra ragazza pugliese che era stata chiamata come me. Nessuno era disponibile a farti vedere la stanza, le agenzie erano chiuse e le case di studenti, dove puoi affittare anche solo un posto letto, dovevamo escluderle perché la gente quando capisce che fai un lavoro a rischio contagio non ti vuole”, racconta.

“L’appartamento ci serviva in zona Ostiense, un quartiere universitario dove le case costano molto. Ci sono persone che hanno messo a disposizione le proprie case vacanze agli stessi prezzi di prima tentando di speculare e questo mi ha fatto molto male. Sapevano benissimo perché in quel momento decine di persone si stavano trasferendo a Roma, soprattutto dalle regioni del Sud. Poi ho trovato l’annuncio di Sonder che metteva a disposizione un appartamento gratis per un mese e abbiamo deciso di restare altri due mesi a un prezzo ribassato, anche per ringraziare per la disponibilità offerta”.

Flavia attendeva la mail per l’assunzione da tanto tempo. Il concorso iniziato a dicembre 2018 con ben 30 mila aspiranti infermieri, tre prove da superare, la graduatoria. “Alla fine di marzo ho ricevuto una mail con un precontratto a tempo indeterminato. Avevamo tre giorni per venire a Roma e prendere servizio”. Se non avesser accettato avrebbero perso il diritto all’assunzione. Mentre la Regione Lazio, con una delibera, ha facilitato quanti dovevano lasciare il proprio lavoro per entrare in servizio escludendo le penali legate alla disdetta del contratto e mantenendo ferie e permessi del vecchio lavoro, questo non è accaduto per quanti venivano da altre regioni.

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Flavia ha preso servizio nel 118. “Come infermiera, fin dai tempi dello studio all’università sei preparato all’idea che qualunque paziente possa essere infetto. La paura più grande, in questo contesto, è tornare a casa dalla famiglia. Per questo, anche se con qualche giorno di riposo, non sono più tornata in Puglia, nemmeno per prendere altri vestiti”. La ricerca dell’abitazione resta una scottatura: “Mentre in televisione si vedevano i cartelloni delle persone che ci chiamavano eroi decine di infermieri arrivati a Roma proprio per l’emergenza hanno dovuto lasciare tutto in pochi giorni e scontrarsi con la paura di non riuscire a trovare un tetto sulla testa o di accettare offerte economicamente insostenibili. A un certo punto ho avuto paura di non trovare un tetto dove vivere”. 
 

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