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Baracche e vite bruciate: quel che resta del villaggio fantasma dei domestici della Roma bene

Chi sono i filippini e i sudamericani rimasti senza casa dopo l'incendio di via del Foro Italico di sabato 8 agosto. Viaggio tra ciò che rimane della loro vita

 

Vivono qui da 30 anni. Hanno tutti documenti regolari e la residenza, con i figli che vanno a scuola e all’università. In quella via Foce del’Aniene divorata dall’incendio scoppiato in un autodemolitore lo scorso 8 agosto e che gli ha fatto perdere ogni cosa. Sono circa 60 le persone della comunità filippina e sudamericana che per anni ha abitato all’interno di queste case costruite negli anni quasi a ridotto del fiume Tevere. A separarli dal campo rom del Foro Italico, sgomberato nella giornata di martedì’ 11 agosto, solo una ferrovia. E l’enorme discarica abusiva. “Noi non c’entriamo nulla con questa storia, ne abbiamo nulla a che vedere con loro - sottolinea Raul (nome di fantasia), originario del Perù mentre ci accompagna a vedere la situazione del loro “piccolo villaggio silenzioso”.

Ormai ridotto a un cumulo di macerie. Sigillato perché pericolante e con la presenza di amianto. L’unica zona che si è salvata è stata adibita a cucina comune dove i cocomeri e l’insalata vengono messi in ammollo in una piscina gonfiabile per bambini: “Non abbiamo più frigoriferi o energia elettrica dall’incendio - continua Raul -. Le utenze erano intestate a noi con la residenza mentre il gas lo compravamo con le bombole e l’acqua arriva dal campo qui vicino. Le nostre case erano in muratura e i vigili sono venuti spesso a controllarle ma non ci hanno mai chiesto di allontanarci. Ora abbiamo perso tutto e abbiamo bisogno di una mano per poter ripartire. Non vogliamo nulla di regalato, ma solo una spinta”.

Temporaneamente ospitati nel centro anziani del Villaggio Olimpico, ma solo per la notte. “Nei prossimi giorni organizzerò un incontro per verificare meglio la situazione ed avviare con loro un percorso di autonomia che li porti fuori da questa situazione - spiega Francesca Del Bello, presidente II municipio di Roma -. Sono persone che lavorano nelle case bene dei Parioli per poi vivere in una situazione del genere. Sono invisibili degli invisibili”. E la loro richiesta di anonimato rispecchia ancora di più questa loro condizione: "Non vogliamo che i nostri datori di lavoro possano riconoscerci e magari mandarci via". 

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