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Coronavirus Roma, un anno di Covid e vite stravolte: dai primi casi nella Capitale alla speranza dei vaccini

I primi casi sospetti scovati il 29 gennaio e poi confermati il giorno seguente. Da quel giorno in poi le nostre vite sono cambiate. In un anno sono morte più 4500 persone

Le nostre vite sono cambiate. Radicalmente. In un modo che non immaginavamo neanche e che - sotto certi aspetti comprensibilmente - alcuni fanno ancora fatica a comprendere.

D'altronde rivoluzionare il proprio quotidiano dall'oggi al domani, come se fossimo interruttori ci ha richiesto molte energie. A tutti. E questo è innegabile. Un anno dopo dai primi casi sospetti e poi confermati di Coronavirus a Roma, la Capitale è cambiata. E con la Città Eterna anche il resto d'Italia, d'Europa, del mondo interno.

Non sapevamo neanche dove fosse Wuhan. La Cina, sempre così lontana, ma era davvero vicina invece. Come non mai. Non lo sapevamo. Lì, il 18 gennaio 2020, con i primi contagi accertati, con la prima vittima ufficiale e con la certezza ormai lampante della trasmissione da uomo a uomo, la storia stava già iniziando a fare il suo corso.

Vedevamo le immagini in tv. Come in una di quelle serie apocalittiche facevamo i nostri commenti. "Ma dai, ti pare che succederà pure qui?". Impossibile, la nostra risposta.

I primi contagi di Coronavirus a Roma

Il 29 gennaio del 2020, a Roma, si iniziano a diffondere le prime indiscrezioni stampa. Nelle redazioni giunge la prima foto. Uno scatto rubato. La foto parla: si vede una autoambulanza con il portellone laterale aperto, all'interno un uomo con un cappellino, la mascherina ed i tratti somatici asiatici; fuori tre sanitari del 118 bardati con le ormai - ahinoi - famose "tutone" bianche. Si pensa ad un foto montaggio, ma non c'è nulla di più terribilmente vero.

Quell'uomo all'interno dell'ambulanza è un turista cinese soccorso mentre si trovava in un albergo di via Cavour, nella Capitale da pochi giorni con la moglie. Già si capisce la portata del fatto. Il 30 gennaio si ha certezza: marito e moglie cinesi sono i primi due casi di Coronavirus a Roma. Una ufficialità che innesca una serie di effetti domino non prevedibili, che ci fanno compagnia, da un anno, nelle nostre vite.

Navi da crociera, bus e aerei: la "caccia" ai casi sospetti e ai positivi

Dal 30 gennaio, infatti, la psicosi da Covid-19 - poi confermata come verità - la fa da padrona. Inizia la "caccia" ai casi sospetti, piovono le disdette negli hotel, la comunità cinese a Roma inizia ad essere sempre più emarginata, il 7 febbraio allo Spallanzani viene confermata anche la positività di un italiano rientrato da Wuhan e nel frattempo nelle farmacie iniziano a finire le prime scorte di mascherine e Amuchina.

Roma e i romani vivono in una bolla: chi ha paura e chi, invece, continua la propria quotidianità immaginato che il traffico, i rifiuti e le strade piene di voragini siano ancora il male più grande da combattere nella vita di tutti i giorni. I casi Covid, però, iniziano ad aumentare sempre più.

Le prime navi da crociera vengono bloccate nei porti. Il 24 febbraio viene stoppato in aeroporto un volo decollato da Fiumicino e diretto alle Mauritius, la Regione inizia a mettere il veto sulle prime gite scolastiche, Atac annuncia le sanificazioni nei mezzi pubblici e nelle stazioni e la sindaca Virginia Raggi inizia a dare i primi dettami ai commercianti con regole e locandine da esporre.

I giorni però passano, le notizie dell'aumento dei positivi in Italia circolano. Ci sono. Esistono. I dati del turismo a Roma iniziano ad avere una flessione già a fine febbraio 2020, negli alberghi di lusso addirittura uno su due cancella la prenotazione. Tra fine mese e inizio marzo, Roma è circondata: tra Pomezia e Fiumicino spuntano sempre più contagiati. Il 2 marzo, a Roma, la conferma che anche un poliziotto e un vigile del fuoco ormai sono positivi al Covid-19. E' l'inizio, tanto che il 6 marzo il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti firma l'ordinanza per il piano anti Coronavirus.

Scuole chiuse, rivolta nelle carceri e lockdown

La nostra vita cambia. Del tutto. Le scuole iniziano a chiudere, vengono stanziati i primi fondi per lo smart working, e chiuse piscine, palestre e centri benessere. I ristoranti provano a riorganizzarsi, ma il virus dilaga ed il 7 marzo viene confermata la positività anche del Governatore Zingaretti.

Ormai l'epidemia è inarrestabile. Le tensioni aumentano e sfociano anche nelle carceri e tra i familiari all'esterno, ed il 9 marzo il premier Giuseppe Conte mette l'Italia in zona rossa: è il momento del lockdown con le prime scene di follia che raccontato di una Roma animata con lunghe file fuori dai supermercati aperti h24.

Il 10 marzo, secondo il bollettino dello Spallanzani, a Roma si registrano i primi 100 casi Covid. Il virus è in città e fa le prime vittime.

I morti per il Covid o di Covid

I primi tempi, con timore, analizzavamo anche le preposizioni: se la vittima fosse morta per Covid o di Covid quasi ci dava una sensazione di più o meno distacco. Ora quelle preposizioni neanche le notiamo più.

Così come le vittime del virus non hanno distinzione di età tanto che a fine marzo sono due giovani a perdere la vita, prima un 35enne di Cave morto a Tor Vergata con l'autopsia che decretò come il Covid fu la causa della sua morte poi, il 25 marzo, un 33enne risultato positivo al Coronavirus e morto allo Spallanzani. Un anno dopo nel Lazio le persone morte risultate positive al Covid sono più di 4500.

A Roma i primi focolai  

In una Roma sempre più deserta sono i cluster a far impennare la curva dei contagi con un scenario sempre più preoccupante confermato anche dall'Oms che l'11 marzo ha dichiarato la pandemia.

I primi focolai nella Capitale si sono registrati a fine marzo, con le case di riposo sempre più epicentro del virus. Ai Castelli Romani, in pochi giorni, nelle Rsa e nelle case di cura per anziani il Covid aleggia costantemente, con i casi di Rocca di Papa e Nemi che impongono i rispettivi sindaci che chiudono i comuni con check point e militari a sorvegliare gli ingressi.

Ma i focolai arrivano anche in città, dagli istituti religiosi, fino ai centri di riabilitazione, passando per i palazzi occupati come alla Garbatella, fino a quelli estivi dovuti alle feste private organizzate o negli ospedali.

La speranza nei vaccini e primi ritardi

La pausa estiva è stata solo in intervallo, effimero, di poche settimane in un 2020 nero. Però, un luce in fondo al tunnel ha mostrato il cammino: il vaccino con i primi test iniziati allo Spallanzani ad agosto.

A dicembre, dopo Natale - il 27 - Roma diventa teatro del V-day: allo Spallanzani si vaccinano i primi 5 operatori sanitari. L'assessore alla sanità regionale Alessio D'Amato soffia il vento nelle vele e punta alla primavera o all'inizio dell'estate come periodo buono per la somministrazione a tutti delle dosi del farmaco anti Covid.

Il 17 gennaio, tuttavia, i primi ritardi di Pfizer hanno costretto la Regione a modificare, già due volte, la tabella di marcia con l'avvio della campagna vaccinale destinata agli over 80 prima all'1 febbraio e poi all'8 febbraio sperano che sia una data simbolo, un nuovo inizio per tutti noi.

Vaia e D'Amato: "Nostre vite trasformate"

E che le nostre vita siano state tasformate lo hanno certificato anche gli esperti. "E' passato un anno dalla coppia cinese ricoverata allo Spallanzani. Da quel giorno tutto è iniziato - è il pensiero del direttore sanitario dell'Inmi Spallanzani di Roma, Francesco Vaia - Dall'isolamento del virus nel Laboratorio di Virologia dello Spallanzani diretto dalla dottoressa Capobianchi, alle terapie innovative e poi avanti fino al vaccino. La cura della coppia cinese è stato un grande orgoglio della sanità della Regione Lazio e dell'Italia, ricordo che sono stati ricoverati per più di 2 mesi in condizioni gravissime".

"Abbiamo sempre cercato di anticipare, anche alle volte sbagliando. Penso al lavoro fatto in estate all'aeroporto di Fiumicino con i test agli arrivi mai fatti in Europa. Sono state importanti le zone rosse, come accaduto a Fondi. Abbiamo cercato di correre, un lavoro intenso che è stato possibile grazie al di squadra", ha sottolineato invece l'assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D'Amato.

"Questo virus nelle metropoli ha corso molto - ha sottolineato - Il fattore tempo nel Lazio è stato determinante. Questa pandemia ci ha segnato molto, ma ci consegna una spinta all'innovazione determinante".

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