Coronavirus, la morte di Emanuele accende il faro sui call center: "Aziende sospendano servizi non essenziali" 

Parla Carlo Podda, segretario della Slc Cgil di Roma e Lazio. Il caso del call center di via Faustiniana è uno dei tanti dove i lavoratori, al tempo del coronavirus, si battono per il loro diritto alla salute

Bandiera Cgil, foto generica (fonte Ansa)

"Non possiamo permettere che le aziende scelgano fra tutela della salute e tutela del posto di lavoro". A parlare a RomaToday a poche ore dalla morte di Emanuele, 35 anni, ucciso dal coronavirus, dipendente del call center Youtility di via Faustiniana, è Carlo Podda, segretario della Slc Cgil di Roma e Lazio. L'azienda ha deciso di chiudere oggi per permettere un sopralluogo della Asl e un'ulteriore sanificazione degli ambienti. A stretto giro i dipendenti dovrebbero poter rientrare a lavoro, ma hanno paura per la loro salute. I titolari hanno assicurato il rispetto delle normative, i sindacati vigileranno. Un caso che ha acceso i riflettori sui lavoratori dei call center, precari, privi o quasi di diritti, talvolta costretti nei giorni dell'emergenza coronavirus a scegliere tra salute e posto di lavoro.
 

Segretario, qual è la situazione nel call center di via Faustiniana dove lavorava Emanuele?

Oggi c'è stato un sopralluogo della Asl, l'azienda ha fatto ulteriori sanificazioni dei locali dove lavorava il ragazzo. Sappiamo che si stanno organizzando per mettere una parte di lavoratori in smartworking. Sempre oggi è stato costituito il Comitato per la salvaguardia della salute dei dipendenti, come richiesto da un accordo tra confederali e Governo centrale. 

I lavoratori sono spaventati, hanno paura di rientrare in azienda.

Hanno ragione, come biasimarli. Molti di loro sono precari, temono di venire forzati a lavorare in condizioni poco sicure. Devono essere garantite le condizioni di sicurezza, la distanza tra le postazioni di lavoro, le mascherine, le cuffie e il microfono personali per ognuno. Senza queste non si può lavorare. 

Ieri avete avuto una lunga concertazione con i vertici aziendali. Avete chiesto altro?

Il punto centrale, oltre ovviamente a garantire la sicurezza di chi è in sede, è quello di chiudere i servizi che non sono indispensabili. Devono restare in funzione quelli che forniscono informazioni sui servizi della pubblica amministrazione, Inps, Enel, agenzia delle entrate. Vanno sospesi subito quelli inerenti alle semplici vendite commerciali. 

I lavoratori lamentano di aver prestato servizio in condizioni già poco sicure da quando l'emergenza ha riguardato anche il Lazio. Da parte sua l'azienda si è difesa sostenendo di aver ottemperato a tutte le misure imposte. Voi non avete avuto notizie dai dipendenti in merito?

Guardi, la recriminazione principale che noi facciamo all'azienda è di non aver messo in piedi il Comitato per la salvaguardia e tutela della salute dei dipendenti, imposto da un accordo tra i confederali e il Governo centrale. Non abbiamo potuto avere interlocuzione perché il tavolo non è stato costituito se non nella giornata di oggi. È uno strumento fondamentale per fare il quadro della situazione insieme alle rappresentanze interne e capire le condizioni reali di lavoro. 

In generale, com'è la situazione nei call center di Roma?

Abbiamo lavorato molto con le associazioni datoriali per responsabilizzare sulla tutela della salute dei lavoratori, chiedendo prima di tutto, lo ribadisco, di sospendere le attività superflue. Ma a giudicare da quanto squillano i nostri telefoni in queste ore, non sono convinto che tutti rispettano le regole.

Ricevete denunce dalle rappresentanze sindacali dei lavoratori?

Sì, troppe. Le dico l'ultimo caso. In queste ore, se le condizioni di sicurezza non verranno garantite così come richiesto dalle parti, dichiareremo lo stato di agitazione dei lavoratori del call center Olisistem. Ci stiamo battendo su questo: il lavoro deve essere sicuro. Altrimenti non è possibile neanche parlare di servizi essenziali. Non è accettabile che si debba scegliere da tutela della salute e tutela del posto di lavoro, non possiamo permetterlo. 

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