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Venerdì, 2 Dicembre 2022

Veronica Altimari

giornalista videomaker

Chi gestisce le case popolari a Roma?

Tra graduatoria ferma al palo, successioni anomale e famiglie in attesa da anni, il patrimonio pubblico di Roma sembra abbandonato ormai a se stesso: tra illegalità e chi lo considera "cosa sua"

Roma ha fame di case. Un paradosso se si pensa al fatto che, com’è noto ai più, è la città “dei palazzinari”. Quelli che mancano sono infatti gli alloggi di edilizia popolare per le fasce più deboli, e a dirlo sono i numeri di questa emergenza: almeno 12mila persone in graduatoria e in attesa da anni, migliaia costretti a vivere nelle decine di occupazioni sparse in tutta Roma.

In un contesto del genere si aggiunge l’assenza, quasi totale, di un riciclo degli immobili popolari. Ovvero il rilascio da parte di una famiglia che magari nel corso del tempo è uscito da una condizione di povertà, ha stabilizzato la sua posizione e ha potuto rivolgersi al mercato privato e che, restituendo le chiavi all’Ente, permette ad un’altra di accedervi.

Un esempio di quanto scritto è senza dubbio la storia appena raccontata da RomaToday nel servizio “Storia di una casa popolare contesa”, in cui al centro della vicenda c’è un alloggio di Tor Bella Monaca. Il padre (assegnatario) muore, e tra i figli scatta il “chi se la pija”? Per carità, è nel diritto di chiunque sia parente di primo grado (coniuge o figlio) chiedere il subentro e, se permangono i requisiti economici, ottenere l’assegnazione dell’alloggio. Ma è sempre così? Gli uffici sono in grado di controllare il proprio patrimonio pubblico per gestire in maniera più coerente anche la graduatoria e le nuove assegnazioni?

Non sembra proprio così. Perché, tornando al servizio di cui sopra, quella casa ad oggi è occupata. Senza titolo. E quante ce ne sono a Roma? Un dato di cui nessuno dispone, a quanto pare, ma che ovviamente sembra molto ampio. Compravendite delle case popolari, a 10 o 20mila euro, assolutamente illegittime ma di cui tutti sanno e tutti tacciono. Oppure la gestione tutta interna ad una famiglia: tra fratelli stabiliamo un prezzo, quello che entra da una quota ad ognuno di noi e può vivere li. Tipo una successione? E perché? Sembrano storie folli eppure sono quelle che senti raccontare ogni volta che ti trovi a parlare con chi in questi quartieri popolari ci vive da sempre. Difficile da verificare, ma che talvolta le operazioni di indagine delle forze dell’ordine sono riuscite a far emergere: il racket delle case popolari.

Ma il Comune di Roma, o anche la Regione Lazio con l’Ater, esattamente che cosa fa? E’ dai tempi del sindaco Gianni Alemanno che si parla di una grande riorganizzazione degli uffici del dipartimento al Patrimonio della Capitale, ma non si ha certezza che qualcosa si sia mosso. Anzi, la sensazione è che vada tutto eccessivamente a rilento: pratiche di assegnazione ferme al palo, ampliamenti e gestione dei nuclei famigliari sempre più difficili da sbrigare. E a dirlo sono i sindacati, come Asia Usb, che ogni giorno raccolgono decine di richieste e segnalazioni dagli inquilini. Quindi figuriamoci un controllo anagrafico ed economico per verificare che, chi vive in un alloggio popolare, ne abbia davvero il diritto.

Tornando alla storia di Maria (nome di fantasia) e la disputa famigliare per ottenere la “casa contesa”, ci sono volute più di due settimane (nel mezzo le festività natalizie, per carità) per verificare chi aveva ragione e chi torto malgrado questo non spetti ad un giornalista, chiamato a raccontare i fatti senza prendere le parti di nessuno. Ma da una parte c’è Maria con in mano la determina dirigenziale del comune con la quale le viene affidato l’alloggio, ma priva di residenza, e dall’altra parte gli occupanti. Nel mezzo il dipartimento che effettua la cancellazione all’anagrafe di Maria perché “irreperibile dal luglio 2020”, però poi non effettua alcun accertamento su chi in quella casa ci è entrato con la forza e abusivamente. Eppure Maria di denunce ne ha fatte due.

E mentre vale la tolleranza, magari anche in cambio di qualche “favore”, cresce il caos ma anche l’ingiustizia verso chi la domanda per la casa popolare l’ha fatta perché ne ha bisogno e attende da anni. Le stesse persone che, talvolta, occupano perché non possono più aspettare: “Che faccio vivo sotto i ponti con mio figlio?”, ribadiscono ogni volta che gli fai capire quanto comunque sono nell’illegalità. Chi è in grado di rispondere a questo?

Non serve solo costruire ex novo, acquisire oppure ricavare alloggi popolari dall’esistente, pratiche attese anch’esse da decenni e su cui qualcosa si sta muovendo solo negli ultimi cinque anni. Ma per rispondere a questa grande emergenza romana, la fame di case, occorre anche valorizzare e gestire quello che si ha. Eppure questa lezione si continua a scegliere di non volerla proprio imparare.

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