Giovedì, 16 Settembre 2021
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"Così è possibile chiudere gli insediamenti rom della Capitale": ecco l'analisi di 21 Luglio e Migrantes sui campi

A Roma l'investimento dell'amministrazione non ha portato a un reale superamento, come testimonia l'esempio di Camping River. In un convegno nazionale numeri, buone pratiche e testimonianze per guardare al futuro con ottimismo

Parlare di campi rom per conoscerli e capirne genesi e dinamiche. Parlare di campi rom perché un problema si risolve quando si maneggia con dimestichezza il tema, altrimenti ogni soluzione risulta inutile o addirittura dannosa. È per questo che Fondazione Migrantes e Associazione 21 Luglio, in collaborazione con la Diocesi di Roma, hanno organizzato lunedì 13 settembre un convegno nazionale: “Oltre il campo. Superare i campi rom in Italia: dalle sperimentazioni di ieri alle certezze di oggi”

Una vergogna nazionale

Un’occasione per riunire rappresentanti della comunità rom (24 donne da vari campi di Roma presenti), figure istituzionali provenienti da diversi comuni italiani a testimonianza di buone pratiche e anche chi dal campo è uscito e ora vive in alloggi di edilizia residenziale pubblica. “Quella dei campi è una vergogna nazionale che va superata, ma non con concetti astratti. Ci vogliono progetti concreti”. Apre così i lavori Carlo Stasolla, presidente della 21 Luglio, onlus che da anni si occupa della tutela dei diritti di cittadini rom, sinti e camminanti in tutta Italia. 

“Nella mia esperienza di amministratore locale – l’intervento di Riccardo Magi, deputato di Più Europa – mi sono occupato spesso di politiche per il superamento dei campi, toccando con mano resistenze e pregiudizi propri della nostra classe dirigente e che costituiscono dei freni. Ho avuto vicino l’associazione di Carlo Stasolla e ho imparato moltissimo. Le buone pratiche esistono, vanno condivise perché rappresentano un patrimonio prezioso per tutti quegli amministratori che si trovano a governare qualcosa che conoscono poco”. 

Campi rom: i numeri in Italia e a Roma

Per capire la profondità del tema e quanto le radici siano antiche, ecco i dati pubblicati in uno degli ultimi rapporti della 21 Luglio sulla genesi e il consolidamento dei campi rom gestiti dalle istituzioni: 109 insediamenti monoetnici in Italia, di cui 13 solo a Roma - il comune italiano con maggiore presenza – per un totale nazionale di 11.300 persone insediate formalmente, alle quali vanno aggiunte circa 7.000 in insediamenti informali. In pratica rappresentano meno dello 0,03% della popolazione presente in territorio italiano. Il 42% proviene da uno dei paesi dell’ex Jugoslavia, il 47% è cittadino italiano e il resto proviene prevalentemente dalla Romania. Una popolazione estremamente giovane, considerato che più della metà non ha 18 anni. 

Nella Capitale, il primo insediamento rom si costituì nel 1994 e si componeva di 150 persone. Le prime due baraccopoli formali sono state quelle di via Candoni e via Cesare Lumbroso, nate nel 1996, alle quali sono seguite nel 2002 Via dei Gordiani, nel 2005 Castel Romano, nel 2006 via di Salone e Camping River, nel 2012 La Barbuta. 

Lo studio comparativo della 21 Luglio

Convegno rom-2-2

Al centro del convegno di ieri, che si è tenuto nella nuova aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari della Camera, lo studio comparativo condotto dall’Associazione 21 Luglio tra le 10 città che negli ultimi anni hanno portato avanti progetti di superamento dei campi rom. Un’analisi che fa emergere quanto Roma, ancora una volta, sia in forte ritardo rispetto ad altri comuni, quali per esempio Palermo, Moncalieri, Sesto Fiorentino, Alghero, Messina.

Basti prendere in considerazione la tabella che fa riferimento ai costi del piano e ai suoi esiti: Roma Capitale nel 2017 ha impegnato – ma non si sa se speso integralmente – 1.270.000 euro per il “superamento” dell’insediamento di Camping River. L’esito non è stata l’inclusione abitativa dei suoi residenti, come accaduto in tutte le altre città fatta eccezione per Pisa, ma un’azione di sgombero forzato andata in scena il 26 luglio 2018, nonostante la sospensiva della Corte europea dei diritti dell’uomo. Una conclusione turbolenta, dovuta a tempi estremamente stretti nei quali l’amministrazione Raggi ha tentato di fornire alternative alle 400 persone residenti nel villaggio, senza riuscirci. Dei 100 nuclei familiari presenti, solo 12 hanno reperito un alloggio sul mercato privato, almeno la metà dei quali sono stati aiutati da operatori del terzo settore, come per esempio Sant’Egidio.

In alcuni casi, come si legge nel report, le abitazioni non rispettavano i requisiti abitativi minimi, ma rappresentavano un’alternativa preferibile a rimanere in strada o finire in altri insediamenti della città. Da La Barbuta e Monachina, i due “villaggi della solidarietà” inclusi nel piano rom lanciato a maggio 2017 dopo Camping River, non risulta che alcun rom abbia trovato un alloggio popolare grazie al sostegno dell’amministrazione. Le strade scelte, infatti, sono state diverse: alcuni nuclei hanno avanzato la domanda del tutto autonomamente, altri sono stati aiutati da operatori di associazioni del terzo settore. 

Le testimonianze di chi ha lasciato il campo

Marijo Omerovic e Hanifa Govorusic sono due rom che ce l’hanno fatta, hanno abbandonato le baracche – entrambi erano a Castel Romano, definito un “vero e proprio inferno” – e adesso vivono in appartamenti popolari. “A 4 anni mi trovavo in un campo abusivo non attrezzato a Tor di Valle – ricorda Marijo, classe ’88 – non c’era acqua potabile, né luce, solo immondizia ovunque. Nel 2000, frequentavo la seconda media, arrivarono le forze dell’ordine per un controllo di notte e ci hanno rispediti tutti in Bosnia, ma quello non era più il nostro paese, nemmeno parlavamo la lingua. Dopo un anno siamo tornati a Roma e ho preso la licenza media. Ho frequentato prima l’istituto alberghiero, poi la scuola per parrucchieri ed è così che ho trovato lavoro. Adesso per colpa del Covid sono disoccupato, ma il mio sogno è aprire un negozio e impiegare altri rom, per fargli capire che un altro futuro è possibile”. Omerovic con la sua famiglia adesso vive a Torre Gaia: “Ci hanno subito accolto bene – ammette – a braccia aperte. Ammetto che quando ho fatto domanda ho temuto non mi accettassero, ma alla fine avevo il punteggio e ho ottenuto la casa”. 

Hanifa non è nata in Italia, ci vive da dieci anni subito dopo essersi sposata e la sua dimensione, fino a un anno fa, è stata quella di un campo rom: “Adesso sono volontaria a Castel Romano – racconta – ma lavoro anche in altri campi. Vivere in una casa popolare è un sogno che si è realizzato, i miei figli hanno cambiato comportamento, si sono integrati. Quando ti cambia l’indirizzo sulla carta d’identità ti si aprono porte che prima erano chiuse. Le famiglie hanno bisogno di lavoro, stabilità, la casa non basta. Il mio sogno? Lavorare nei diritti umani, perché è tutta la vita che me ne occupo. Quello che voglio dire è che se a Roma e altrove si stanno chiudendo i campi è grazie a noi attivisti e ai volontari”. 

"Rom siano conosciuti ancor prima che riconosciuti"

Parole importantissime sono arrivate dal Prefetto Rosanna Rabuano, direttrice centrale dei servizi civili per l’Immigrazione e le Minoranze: “La riflessione che emerge dal convegno di oggi – le parole di Rabuano – fa capire che sono possibili vie di riscatto e superamento dei campi, anche se in alcuni casi le modalità sono ancora imperfette. Il primo ostacolo è sicuramente il mancato riconoscimento di rom, sinti e camminanti come minoranza, passaggio che avverrà nel momento in cui si conoscerà davvero questa comunità, che in larga parte è composta da nostri concittadini, poi profughi dai Balcani e altri cittadini dell’Unione Europea. Purtroppo ancora oggi molti pensano che gli insediamenti siano stati scelti da chi li abita, ma non è così: sono veri e propri ghetti, tra l’altro costosi per le istituzioni. La spesa che viene fatta per mantenere questi campi supera di gran lungo quella per superarli”. 

"Basta pietà, si tuteli la dignità"

“Ringrazio tutti di aver scelto di non parlare in maniera pietistica e ‘drammaticistica’ dei campi – ha esordito don Benoni Ambarus, direttore uscente della Caritas di Roma -  ma custodendo uno sguardo e una lettura in cui la dignità è tutelata. L’approccio pietistico sui campi non è stato scelto e non ne abbiamo bisogno. Le persone che vivono questa situazione vivono con la dignità, almeno interiore e noi dobbiamo salvaguardarla e dargli la possibilità di non sentirsi schiacciati. Non basta la casa, non può esserci un approccio solo economico, non solo un criterio di sicurezza. Abbiamo capito che ci vuole comunità, una parola che tutti usiamo ma facciamo fatica a viverla. Ma è uno stile di vita in cui riconosco tutti gli altri al pari di me e dove siamo ‘fratelli tutti’ come scrive il Papa nella sua Enciclica. Ogni giorno tutti noi siamo chiamati a scegliere se vogliamo essere Caino o Abele. Superiamo la mentalità dell’aggettivo e abbracciamo quello della persona. Non esistono criteri etnici, linguistici, di cittadinanza”. 

Don Gianni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes: “A volte per ignoranza ci sono azioni che fanno più danno che bene – il suo intervento - . Serviva uno spazio di conoscenza come quello di oggi. Quello che rivendichiamo è la difesa della dignità dell’essere umano, in un momento in cui c’è chi pensa esistano esseri umani di serie A e altri di serie B. Persone a cui spetta tutto il superfluo e altri per cui non c’è nemmeno l’indispensabile. E la casa è essenziale. Quello di stasera è solo un inizio”. 

Gli errori da non ripetere

“Il giorno in cui si smetterà di applicare un approccio su base etnica al problema, - le conclusioni da parte di Stasolla -  si chiuderanno gli uffici speciali, si passerà da erogazioni di contributi una tantum a graduali, si interromperanno le cosiddette scremature che discriminano i rom tra di loro, si metteranno in campo interventi non monodimensionali ma comprendenti l’abitare insieme a lavoro, educazione e salute, si darà più attenzione a donne e giovani smettendo di mediare con figure maschili, anziane e poco rappresentative e si metterà da parte l’approccio meritocratico, allora veramente si sarà deciso di affrontare il tema del superamento dei campi in maniera concreta, realistica ed efficace”.

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