Cos'è il Baobab e perché ha sostituito lo Stato

Dal centro di via Cupa alle ruspe del 13 novembre. Nel mezzo centinaia di persone accolte e un vuoto istituzionale trasversale, da destra a sinistra

Quello del 13 novembre a Tiburtina è stato il 22esimo sgombero in due anni per il presidio di Baobab Experience. In media uno al mese. I militanti promettono di andare avanti, e già si stanno organizzando per prestare assistenza a chi è rimasto in strada. Ma stavolta, complice la linea dura del ministro dell'Interno Matteo Salvini, il cantiere di Ferrovie dello Stato aperto intorno all'accampamento per lavori di restlyng dello scalo e l'ostilità di una parte di comitati di quartiere e cittadini, resistere potrebbe rivelarsi più difficile che in passato.

Una storia complessa quella di Baobab, un collettivo di volontari supportati da una fitta rete di associazioni umanitarie, che per anni ha portato assistenza ai migranti rimasti fuori dal circuito assistenziale di Stato. Prima in uno stabile di via Cupa, a due passi dal cimitero del Verano, dove dal 2015 il gruppo autogestito ha offerto un posto letto e pasti caldi ai cosiddetti migranti "transitanti", in viaggio verso il nord Europa e a Roma solo di passaggio. Un flusso continuo specie quell'anno, quando scoppia la "crisi migratoria".

E' l'estate del naufragio di 600 profughi nel Mediterraneo, del corpicino di Aylan Kurdi trovato morto sulle coste greche, ritratto in una foto che ha commosso il mondo. In quei mesi si inaspriscono i controlli alle frontiere. Vedi Ventimiglia. Intorno alle stazioni di Roma e Milano si formano capannelli di migranti accampati sui marciapiedi. Non riescono a partire. 

Iniziano qui le interlocuzioni con il Comune di Roma. In Campidoglio c'è il sindaco Ignazio Marino. I volontari chiedono una struttura, un luogo adatto a fronteggiare l'emergenza. L'ente locale promette ma non mantiene. Una tendopoli della Croce Rossa, sempre allestita sul versante orientale della stazione Tiburtina, sopperisce alle carenze per la stagione estiva. E a dicembre 2015 gli spazi di via Cupa vengono sgomberati. 

Comincia così la seconda vita del presidio, dalla casa alla strada. Un accampamento sempre a fianco della scalo di Tiburtina prima su piazzale Spadolini poi nel vicino parcheggio ribattezzato piazzale Maslax, dal nome di un 20enne somalo, ospite dell'accampamento informale per un breve periodo, che si è suicidato a marzo del 2017 a Pomezia in un centro di accoglienza. Era stato espulso dal Belgio.  

Nei due anni successivi l'emergenza ha vissuto periodi di tregua, specie nelle stagioni invernali, quando calano gli sbarchi. Ma il Baobab ha continuato a esistere. Un punto di riferimento con sostegni legali, sanitari, culturali per un flusso di migranti che seppur a ritmi alterni non si è mai fermato. Negli anni si sono aggiunti i cosiddetti "dublinati", quelli che vengono rispediti in Italia da altri Paesi della Ue in ottemperenza al regolamento di Dublino. Ma anche chi è rifugiato, beneficiario di protezione, ma senza più il diritto di restare nel circuito di accoglienza. O chi è in attesa di rinnovare il permesso di soggiorno ma non riesce a farlo per le file interminabili fuori dalla Questura. 

"Abbiamo accolto 2mila migranti da quando siamo alla stazione Tiburtina" raccontano i volontari in conferenza stampa a due giorni dal primo sgombero dell'era Salvini, ma, dicevamo, il 22esimo da quando il presidio è in vita. Perché il governo Conte, al netto della stretta leghista, non è certo il primo che non dà risposte sufficienti sul tema immigrazione. E non va meglio con le politiche sociali dell'amministrazione locale, giudicate dalle associazioni umanitarie altrettanto inefficaci. Lo erano prima con Marino, lo sono oggi con Raggi. 

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In queste ore, sullo sgombero di due giorni fa, è in atto uno scontro tra volontari e Campidoglio. Le versioni sugli aiuti forniti divergono. Per l'assessore al Sociale Laura Baldassarre sono stati offerti a tutti gli aventi diritto posti letto nei circuiti di prima accoglienza, quelli per i senzatetto. Chi è rimasto in strada avrebbe rifiutato per sua scelta. Per gli attivisti si tratta di un'altra promessa mancata. E comunque "il tipo di accoglienza offerto non sarebbe adeguato". Nessun servizio di mediazione culturale, di assistenza legale, di supporto psicologico. Perché oltre la guerra dei numeri e dei posti letto, resta il vuoto strutturale di un sistema. La tendopoli del Baobab non è la risposta all'accoglienza. Dovrebbero esserci alternative pubbliche, di più ampio respiro. Ma è stata forse l'unica realtà che ha provato a colmare le assenze.  

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