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Coronavirus, assistenza domiciliare per malati gravi al collasso. Le famiglie: "Non ci sono più infermieri"

L'associazione Adi famiglie italiane ha scritto una lettera all'assessore D'Amato: "Turni scoperti e cambi di personale, così non viviamo più"

L'assessore alla Sanità Alessio D'Amato

Turni scoperti e continui cambi di personale. Le famiglie con figli, genitori o parenti affetti da gravi malattie lanciano l’allarme alla Regione Lazio: l’assistenza domiciliare è al “collasso”. E il motivo è da legarsi all’epidemia di Coronavirus che ha reso sempre più urgente per il sistema sanitario pubblico reperire figure professionali come gli infermieri. “Negli ultimi mesi molti infermieri risultati idonei al concorso pubblico emesso dell’ospedale Sant’Andrea sono stati chiamati per lavorare negli ospedali”, spiega Serena Troiani, presidente di Adi famiglie italiane, un’associazione nata a febbraio per opporsi al piano di riorganizzazione delle cure domiciliari della Regione Lazio che metteva in campo un possibile taglio delle ore di assistenza domiciliare. “La maggior parte di questi infermieri è a partita iva, non è stabilizzata, e ha così deciso di passare al sistema sanitario pubblico perché garantisce maggiori tutele e garanzie”.

L’assistenza domiciliare, però, secondo quanto denuncia l’associazione Adi, ha subito un contraccolpo. “Da mesi ormai accade che le società ci comunicano che in carenza di personale non riescono a coprire i turni oppure assistiamo a continui cambi di personale non compatibili con un servizio destinato a malati ad alta complessità”, spiega Troiani. Stiamo infatti parlando di pazienti ad ‘alta intensità’ che necessitano dell’assistenza di infermieri, e non di Operatori socio sanitari, per 12, 24 in alcuni casi anche 34 ore al giorno, in quest’ultimo caso prevedendo due figure nelle ore notturne. Nel Lazio i pazienti che necessitano di assistenza domiciliare sono tra i 600 e gli 800.

Questi pazienti “nella maggior parte dei casi sono colpiti da malattie rarissime e degenerative che li rendono bisognosi di un’assistenza continuativa da parte del personale che se ne occupa, poiché per conoscere pazienti simili c’è bisogno di tempo”, spiega Troiani. “Nei casi più gravi questi pazienti non possono essere lasciati soli nemmeno per poco tempo e sapere che sono assistiti da infermieri che non li conoscono porta le famiglie a non potersi allontanare da casa. Senza contare il fatto che si alzano le probabilità di venire a contatto con persone contagiate, cosa che equivarrebbe a una sentenza di morte per i nostri familiari”.

L’assistenza domiciliare ai malati gravi è un servizio pubblico erogato tramite società e cooperative private accreditate presso la Regione Lazio. Per questo Adi famiglie italiane ieri ha inviato una lettera all’assessore alla Sanità, Alessio D’Amato, per chiedere un incontro urgente e capire “come reperire personale e stabilizzarlo”.

I problemi nell’erogazione dell’assistenza, spiega ancora Troiani, si ripercuotono sulla vita dell’intero nucleo familiare. “Ci ritroviamo a dover rinunciare al lavoro e a fronteggiare il disagio anche dal punto di vista economico, la conseguenza di tutti questi fattori di stress è che lo stesso nucleo familiare cessa di esistere e si disgrega. Le nostre vite senza l’assistenza sono impossibili. E se noi caregiver dovessimo contrarre il Covid, da chi verrebbero fatti assistere i nostri cari?”.

A seguire da tempo queste famiglie è la consigliera regionale di Fratelli d’Italia, Chiara Colosimo, che ha depositato una proposta di legge regionale per il “riconoscimento ed il sostego del caregiver familiare”, l’oggetto. “Ai problemi che questa assistenza ha sempre avuto oggi si aggiunge la mancanza di infermieri. Per le famiglie è diventato impossibile andare avanti”, ha commentato Colosimo.

“Soprattutto per i pazienti ad alta intensità che necessitano di 12, 24 o 34 ore giornaliere e che non possono essere seguiti dagli Oss. Nella legge che ho presentato viene prospettata la possibilità per un infermiere che partecipa a un concorso pubblico di restare con il nuovo contratto presso la famiglia che conosce da tempo così da non interrompere la stabilità assistenziale", spiega la consigliera. "Chiediamo inoltre, visto che i tempi di approvazione di una legge sono lunghi, di fornire agli infermieri dispositivi di protezione individuali come se dovessero assistere un paziente affetto da Covid, così limitare al minimo il rischio contagio. La mancanza di figure professionali come gli infermieri è un tema che riguarda tutta Italia e va affrontato”. 
 

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