Virtus Roma: così la stagione del definitivo rilancio si sta trasformando in un incubo

Dopo l'addio di Toti, viaggio nella delicata situazione della squadra capitolina

foto Brandolini

Un fulmine a ciel sereno. La decisione di Claudio Toti ha gettato nello sconforto gli amanti della pallacanestro a Roma che ora temono per il futuro della squadra, ormai sempre più incerto. La Virtus formalmente non ha più un proprietario, in questi anni non ha provveduto a costruire un impianto polifunzionale per allenamenti e attività amministrative e per la prossima stagione il suo parco giocatori ha sotto contratto solamente Tommaso Baldasso. Archiviate le annate ruggenti delle grandi firme (con fuoriclasse come Dejan Bodiroga e Carlton Myers) e due finali scudetto nel 2008 e nel 2013, la bacheca dei trofei si è arricchita solamente di una Supercoppa Italiana dal lontano 2000. Il passo indietro di Toti dopo oltre venti anni è un pessimo segnale non solo per la città ma anche per la Lega Basket Serie A che da anni nutre grandi ambizioni di rilancio ma che alla prova dei fatti si è dimostrata incapace di limitare i danni della situazione causata dal Covid-19. 

Il modello senza retrocessioni inizialmente proposto avrebbe livellato verso il basso il livello della competizione e la successiva e alquanto frettolosa marcia indietro ha evidenziato una distanza abissale tra il vertice della pallacanestro italiana e gli interessi dei club. Il nuovo corso del presidente Gandini eletto a inizio marzo si prospetta molto complesso. 

Una massima serie a 18 squadre, la promozione d’ufficio di Torino e il fronte immobile di molte realtà che non hanno contestato le modalità per l’iscrizione al prossimo campionato hanno probabilmente contribuito al passo indietro di Toti. La pallacanestro italiana assomiglia sinistramente a un guscio vuoto e purtroppo in questo momento storico la situazione di Roma sembra la rappresentazione plastica di questi limiti. 

La Virtus rispetto alle altre squadre deve fare i conti con l’astronomico affitto del PalaEur (si vocifera di 500mila euro) che pesa come un macigno sul budget per quasi il 15% e che mette a nudo le mancanze di una metropoli che deve contare ancora su due impianti costruiti per le Olimpiadi del 1960. L’alternativa più credibile infatti è rappresentata da quel PalaTiziano ancora alle prese con una importante opera di ristrutturazione. Questi limiti pesano come macigni sulle ambizioni della società e non è certamente un mistero che la proprietà nella seconda parte della sua avventura ha più volte tentato la strada della cessione. 

A dispetto delle difficoltà, Roma ha dimostrato progressi nelle ultime due stagioni e il parco giocatori rimodellato dopo la partenza di Jerome Dyson sembrava in grado di conquistare la salvezza sul campo. Un fattore che dopo l’auto-retrocessione in A2 nel lontano 2015 non ha ricucito il complesso rapporto tra la tifoseria e la presidenza. Due entità che vivono un rapporto teso e difficile, vissuto ormai da separati in casa da oltre cinque anni. 

Lo scarso numero di abbonati, il pessimo andamento della campagna di Equity Crowdfunding penalizzato anche da una ridotta esposizione mediatica e da una tempistica infelice è un chiaro indice della mancanza di interesse della città. Le potenzialità restano molto importanti come testimoniano le presenze al botteghino per la gara con Milano ma considerato il bacino d’utenza, il contributo dei concittadini è rimasto sotto le aspettative anche in considerazione della generosa politica di prezzi adottata dalla Virtus. La mancanza di un Main Sponsor pesa sempre di più per una realtà del genere, una situazione davvero delittuosa per una squadra della capitale. Ora si cerca un acquirente con la voglia di investire, un compratore magari supportato da Giovanni Malagò nelle vesti di traghettatore-garante esattamente come venti anni fa. 

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Anche Gianni Petrucci nonostante i rapporti non idilliaci con il celebre dirigente romano ha sotterrato l’ascia di guerra e auspicato un suo pronto intervento. A meno di clamorosi ripensamenti Roma ha un mese abbondante per trovare una soluzione (il termine di iscrizione è molto più avanti ma non sembra saggio aspettare l’estate inoltrata) o rischia il fallimento. Le realtà cestistiche geograficamente vicine come l’Eurobasket o Latina non sembrano attrezzate per assorbire il titolo sportivo e tentare una fusione, considerati anche i tempi stretti e le incertezze economiche derivanti dalla pandemia. Per anni ci è posti il dubbio: La proprietà Toti non riesce ad attirare investimenti e nuovi protagonisti o semplicemente nessun potenziale compratore si è dimostra solido e determinato? Al momento la Virtus è malinconicamente sola.

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