La storia di Alfredino Rampi, caduto in pozzo a Vermicino e morto dopo giorni di vani soccorsi

Ripercorriamo la tragedia del piccolo Alfredo Rampi, che il 10 giugno 1981 cadde in un pozzo vicino Roma e morì dopo 3 giorni di complesse operazioni di soccorso

Il 10 giugno di 39 anni fa accadeva una tragedia che sarebbe entrata per sempre nella storia della cronaca nera italiana. Alfredo Rampi (Alfredino), a soli 6 anni, cadeva in un pozzo artesiano in zona Vermicino, perdendo la vita dopo tre giorni.

Era l'estate 1981 quando la famiglia Rampi stava trascorrendo un periodo di vacanza nella seconda casa in via di Vermicino (zona Finocchio a Roma). La sera di mercoledì 10 giugno, il padre Ferdinando Rampi, con due amici e il figlio Alfredo, uscirono a passeggiare nella campagna circostante la casa. Verso le 19,20, sulla strada di ritorno, Alfredino chiese al padre di poter continuare la strada da solo, Ferdinando Rampi acconsentì, ignaro che questa scelta avrebbe portato ad una disgrazia.

Quando il padre giunse a casa, verso le 8 di sera, Alfredino non era arrivato. I genitori iniziarono a cercarlo nei dintorni e, verso le 21,30 chiamarono le forse dell'ordine. Accorsero Polizia, Vigili Urbani e Vigili del fuoco, gli abitanti delle case limitrofe si avvicinarono vedendo questo via vai. Iniziarono le ricerce, anche con l'ausilio delle unità cinofile e si arrivò a ispezionare una zona dove era in corso la costruzione di una nuova abitazione. Qui c'era un pozzo che, nonostante fosse chiuso da una lamiera, un agente di polizia, il brigadiere Giorgio Serranti, decise comunque di ispezionare. Una volta fatta rimuovere la lamiera, si sentirono i deboli e lontani lamenti di Alfredino.

Solo successivamente si scoprì che il proprietario del terreno Amedeo Pisegna aveva messo la lamiera sul pozzo alle 21, senza immaginare che Alfredino ci fosse caduto dentro. L'uomo, abruzzese di 44 anni, insegnante di applicazioni tecniche, venne arrestato con l’accusa di omicidio colposo e con l’aggravante della violazione delle norme di prevenzione degli infortuni.

Le operazioni di soccorso

I soccorsi si presentarono sin da subito complessi, per la profondità del pozzo e per l'imboccatura larga meno di 30 centimetri. Una lampada, calata nel pozzo, permise di vedere che Alfredino era ad una profondità di 36 metri, bloccato da una rientranza. Il primo tentativo di soccorso fu un fallimento: i soccorritori calarono nel pozzo una tavoletta di legno che, però, si incastrò a 24 metri e la corda a cui era legata si spezzò. Alle difficoltà già presenti si aggiunse l'ostruzione del pozzo. Nella notte arrivarono al pozzo anche i tecnici della Rai che, con la strumentazione in loro possesso, permisero ai soccorritori di comunicare con Alfredino.

Secondo tentativo: i tunnel laterali

Si comprese presto, che non era possibile arrivare ad Alfredino dall'imboccatura del pozzo e, dunque, l'11 giugno si pensò di scavare dei tunnel, uno verticale e uno orizzontale per poter raggiungere il punto preciso in cui il piccolo è intrappolato. Non fu facile neanche questa strada, poiché in alcuni punto il terreno si presentò molto duro e difficile da scavare. Alfredino rispondeva ancora ai soccorritori, chiedeva da bere, ma iniziava ad alternare momenti di vaglia a momenti di sonno. Il bambino era anche affetto da una cardiopatia congenita e avrebbe dovuto sottoporsi ad un intervento da lì a pochi giorni.

Arrivarono presto anche i giornalisti della Rai che iniziarono a seguire in diretta le vicende di Vermicino, con l'intenzione di documentare il salvataggio.

Il 12 giugno i tentativi proseguirono, ma anche le difficoltà incontrate, e Alfredino smise di rispondere. La sera il processo di perforazione arrivò a 34 metri di profondità, ma si scoprì che il piccolo non è più a 36 metri, come all'inizio delle ricerche. Le vibrazioni del terreno lo avevano fatto scivolare più in basso. Solo successivamente si scoprirà che il piccolo è a 60 metri di profondità. L'unica alternativa rimasta era quella di un volontario disposto a calarsi nel pozzo.

La morte di Alfredino

Tanti volontari tentarono di calarsi per recuperare il bambino, da Angelo Licheri allo speleologo Donato Caruso. Quest'ultimo raggiunse il bambino e provò ad imbracarlo senza riuscirsi, si fece ritirare su fino al cunicolo di collegamento per riposarsi e ritentare. Fallito anche il secondo tentativo, Caruso riportò in superficie la notizia della probabile morte del bambino. La mamma Franca provò a chiamare molte volte il figlio, invano, La mattina del 13 giugno venne calato uno stetoscopio nel pozzo, per percepire il battito cardiaco di Alfredino, non registrando nulla. Alle 16 dello stesso giorno, venne calata una telecamera della Rai a circa 55 metri che riprese la sagoma imobile del piccolo. Dopo la dichiarazione della morte presunta, per poter assicurare la conservazione del corpo, il magistrato fece immergere del gas refrigerante. Il corpo di Alfredo Rampi fu recuperato da tre squadre di minatori l'11 luglio, quasi un mese dopo la morte del bambino.

I funerali vennero svolti il 17 luglio 1981 nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura; la salma venne trasportata dai volontari che avevano tentato di tutto pur di salvarlo. Alfredino è sepolto al Cimitero del Verano di Roma.

La mancanza di organizzazione nei soccorsi di Alfredino fece comprendere l'esigenza di una nuova struttura organizzativa, in grado di gestire situazioni di emergenza. Negli anni a seguire sarebbe nata la Protezione Civile.

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