Hikikomori a Roma, l'allarme: "Casi in aumento. Trattati 40 giovani"

A dirlo è Ignazio Ardizzone, neuropsichiatra infantile del Policlinico Umberto I e responsabile del 'Progetto isole', intervenendo al convegno sugli Hikikomori oggi a Roma

Li chiamano hikikomori, termine giapponese che significa "ragazzi in disparte". I casi, nel paese del Sol Levante, hanno superato il milione. Il fenomeno però è tutt'altro che circoscritto. Anche in Italia i casi sono in aumento e Roma non fa eccezione. Oggi si è svolto nella Capitale un convegno per parlarne e i dati sono preoccupanti. 

"In questi ultimi due anni c'è stato un aumento esponenziale con l'arrivo di 40 casi di giovani ritirati sociali presi in carico. Quaranta ragazzi significa 40 scuole, perchè il fenomeno riguarda circa un ragazzo per scuola". A lanciare l'allarme, riportato dall'Agenzia Dire, è Ignazio Ardizzone, neuropsichiatra infantile del Policlinico Umberto I e responsabile del 'Progetto isole', intervenuto oggi al convegno sugli Hikikomori oggi a Roma.

"È una condizione umana, che sia una patologia o una scelta esistenziale- continua il medico- di certo molti pazienti non riconoscono di avere un problema e il primo passo e fare con loro un'alleanza terapeutica che parta dalla consapevolezza che c'è un problema". 

Il tema centrale è il rapporto con la mente dell'altro. "Sono ragazzi che hanno paura della mente dei loro compagni e dei loro professori. Escludono il corpo nella relazione". Ardizzone ricorda che "il 90% sono maschi ma la presenza femminile sta aumentando. L'esordio di questa patologia è alle scuole Medie e sono fermi in un tempo circolare- aggiunge il neuropsichiatra- in un eterno presente. Non vivono un tempo evolutivo". 

Il trattamento è "complesso e comprende un intervento terapeutico riabilitativo che deve riguardare la scuola, l'istituzione sanitatia e la famiglia". Il progetto Isole prevede "una terapia iniziale a casa per colpire la paura della mente in questi ragazzi attraverso terapie di gruppo e individuali", spiega il medico. Il ritiro sociale è "una patologia particolare, è un segno dei tempi che segna questi tempi. È una patologia legata alla società, alla vergogna, al sentirsi esposti. Dobbiamo curare loro ma anche il posto dove li metteremo. È un lavoro- conclude- a 360 gradi". 
 

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