Epatite C, in Italia 146mila tossicodipendenti da diagnosticare

Al Senato i risultati del progetto HAND, distribuiti 2.500 test rapidi. Sileri: da iss serve stima realistica su previsione spesa

Si stima che in Italia ci siano circa 280mila pazienti con virus da epatite C (HCV) ancora da diagnosticare, di cui circa 146mila avrebbero contratto l’infezione attraverso l’utilizzo anche pregresso di sostanze stupefacenti, 80mila mediante il riutilizzo di aghi da tatuaggi o piercing e 30mila attraverso trasmissione sessuale. È quanto emerge da uno studio (aggiornato a novembre 2019) basato su un modello matematico presentato lo scorso novembre dalla dottoressa Loreta Kondili, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità, al Congresso annuale dell’American Association for the Studyof Liver Diseases (AASLD).

Grazie al progetto HAND - Hepatitis in Addiction Network Delivery, che ha permesso di distribuire 2.500 test rapidi nei Ser.D. coinvolti, sono aumentati del 20% gli screening sui tossicodipendenti con epatite C e si stima che circa 1.000 pazienti potranno essere inviati ai centri di cura. HAND è il primo progetto pilota di networking a livello nazionale patrocinato da 4 società scientifiche (SIMIT, FeDerSerD, SIPaD e SITD), che ha coinvolto i Servizi per le Dipendenze e i relativi Centri di cura per l’HCV afferenti a 7 città italiane (Roma, Milano, Torino, Bari, Modena, Caserta e Catanzaro). Il progetto si è articolato in diverse fasi: campagna informativa su oltre il 90% dei Ser.D. nazionali, con 16mila materiali divulgativi; campagna di screening con 2.500 test salivari rapidi distribuiti; programma formativo multidisciplinare con più di 300 operatori sanitari coinvolti.

I risultati del progetto, realizzato da Letscom E3 con il contributo non condizionante di AbbVie, sono stati presentati a Roma nel corso di un evento dal titolo ‘La gestione dell’HCV in pazienti consumatori di sostanze’, che si è svolto in Senato. “L’Italia ha un compito estremamente importante che le è stato dettato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: eliminare l’infezione da HCV entro il 2030- ha detto il direttore scientifico della SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali), Massimo Andreoni- Per questo dobbiamo lavorare sulle popolazioni a maggior rischio epatite C, cioè su quei soggetti che fanno uso di sostanze stupefacenti per via endovenosa. Il progetto HAND si muove proprio in questo senso, dimostrandosi un valido modello per il suo approccio multidisciplinare in grado di mettere in collegamento i Ser.D. con i Centri di cura per l’HCV. La sfida più grande, oggi, è quella di far emergere il ‘sommerso’, andando a cercare le persone infette che ancora non sanno di esserlo. Un’altra priorità da mettere in atto è il referral, cioè creare collegamenti sempre più stretti tra Ser.D. e centri per il trattamento. Infine c’è il ‘linkage to care’, che ha l’obiettivo di fidelizzare il paziente fragile al centro, grazie a professionisti che sappiano seguirlo e rispondere alle sue esigenze”.

È dunque sui pazienti con infezione cronica da epatite C non ancora diagnosticati che è necessario focalizzare l’attenzione, soprattutto alla luce di un dato: ogni paziente non curato, che fa uso di sostanze per via iniettiva, hanno fatto sapere di recente gli esperti, potenzialmente è in grado di infettare circa 20 persone nell’arco di tre anni. Così, nonostante l’Italia sia tra i primi 12 Paesi al mondo ad aver intrapreso il cammino verso l’eliminazione dell’HCV entro il 2030, come indicato dall'Organizzazione mondiale della Sanità, allo stesso tempo rischia di non raggiungere questo obiettivo qualora non riesca a far emergere il ‘sommerso’. Per questo, concorda la comunità scientifica, c’è bisogno di un intervento immediato che preveda un aumento degli screening su tutto il territorio nazionale. Ed è in questa direzione che si è mosso il progetto HAND.

“Il progetto HAND si propone di dare la massima applicazione e migliorare i risultati dello sforzo straordinario che ha fatto l’Italia per curare i malati di epatite C- ha sottolineato il past president di FeDerSerD (Federazione Italiana degli Operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze), Pietro Fausto D’Egidio- e di farlo soprattutto nei confronti dei malati tossicodipendenti, che sono uno dei più grandi serbatoi di infezione e quindi anche di trasmissione di infezione nel nostro Paese. Per motivare pazienti di questo tipo penso sia fondamentale un approccio multidisciplinare, con strutture integrate e coordinate tra i vari attori, che in esse devono agire per fare la diagnosi, avviare alla cura e creare meno ostacoli possibili al paziente, che di per sé vive già una vita difficile, fuggendo dalle sue responsabilità. Per eliminare per quanto possibile l’infezione da HCV nella popolazione dei tossicodipendenti ci vuole allora esattamente il lavoro che sta facendo oggi HAND in collaborazione con le società scientifiche, promuovendo una sensibilità all’interno di ogni nucleo di lavoro, dai Ser.D.ai centri di cura”.

“I Ser.D. non curano soltanto la dipendenza, ma indirizzano il paziente ad uno screening completo per quanto riguarda l’epatite C- ha fatto sapere il presidente della SIPaD (Società Italiana Patologie da Dipendenza), Claudio Leonardi- Non solo: il loro compito è anche quello di monitorare in un secondo momento che la terapia affidata venga regolarmente effettuata dal paziente, garantendo, a due soli mesi di distanza dall’inizio, l’eradicazione completa del virus HCV nel soggetto affetto. L’utilità del progetto HAND risiede nella sua capacità di integrare le attività svolte all’interno dei Servizi per le dipendenze con quelle dei Centri di cura, ai quali spetta il compito di affinare la diagnosi iniziale di screening fatta dai Ser.D. (anche con test rapidi salivari) e, laddove necessario, far accedere i pazienti a terapie specifiche. Un approccio multidisciplinare è l’essenza della valutazione diagnostica, a maggior ragione in una malattia multifattoriale come la tossicodipendenza”.

Il progetto HAND è certamente innovativo perché, per la prima volta, ha collegato i Servizi per le dipendenze ad altri settori della sanità, come l’infettivologia e la gastroenterologia- ha evidenziato infine il presidente della SITD (Società Italiana Tossico Dipendenze), Luigi StellaIn questo modo i pazienti, una volta diagnosticati nei Ser.D., dove c’è un’alta incidenza della malattia dell’epatite C, vengono indirizzati ai Centri di cura specializzati per ricevere il trattamento con i nuovi farmaci. E vale davvero la pena sottolineare questa straordinaria innovazione che stiamo vivendo dal punto di vista della farmacologia- ha concluso-perché oggi con i nuovi farmaci è possibile guarire dall’epatite C”.

Foto Epatite C-2

A rispondere all’appello lanciato dalle quattro società scientifiche il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, e la vicepresidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera, Michela Rostan, entrambi presenti all’iniziativa. “Dobbiamo scovare il sommerso e conoscere il numero reale delle persone che non sanno di avere l’epatite C- ha detto Sileri - perché è differente stanziare risorse per il trattamento di 150mila o 300mila pazienti. La prima cosa da fare, allora, è affidare uno studio all'Istituto Superiore di Sanità affinché ci dia una stima realistica sulla previsione di spesa a cui andiamo incontro. Da questa previsione possiamo investire i fondi per i singoli individui, per i test, ma anche per la formazione dei medici e del personale sanitario. Quando apprendo che circa i 2/3 dei pazienti che afferiscono al Ser.D. non hanno fatto il test, non va bene- ha sottolineato ancora il viceministro- È lì che devono andare le risorse, perché quello è il serbatoio dove possiamo scovare coloro che hanno la malattia".

Secondo la deputata Rostan l’Italia sull’epatite C ha raggiunto “risultati importanti, ma ora bisogna fare attenzione e non sottovalutare quest'ultimo miglio. Per questo (lo scorso luglio, ndr)- ha ricordato- ho deciso di presentare un'indagine conoscitiva su questo tema, ritenendolo prioritario. L'idea è nata dalla sollecitazione di tanti operatori del settore ed è stata importante perché ha circoscritto i tre elementi su cui lavorare: l'emersione del sommerso, l'implementazione di tutte le campagne di screening e di informazione e, soprattutto, la ricerca delle coperture economiche adeguate per un piano di azioni che diventi realmente complessivo". Rostan ha poi puntualizzato che ad aprile “scadranno i criteri di innovatività del farmaco che ha consentito le cure a migliaia di pazienti”, quindi ha concluso: “L'obiettivo è che entro un mese si arrivi a una proposta politica unitaria, che per il Governo dovrà essere non un punto di partenza ma di arrivo". 

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