Città dello Sport di Roma, scontro tra Calatrava e Comune: "La Vela va terminata"

A margine del convegno sulle opere incompiute l'archistar spagnola contro chi propone una rivistazione al ribasso del suo progetto: "In tempo di crisi bisogna investire, non fermarsi". Rapporti con Marino? "Parlo solo con l'università". Il rettore di Tor Vergata: "Pronti a tutto per completare l'opera"

Chi si aspettava la parola "scusa", è rimasto deluso. Del fallimento delle Vele di Calatrava non c'è responsabile. E mai ci sarà. Tutta colpa della crisi. O delle lungaggini burocratiche. Addirittura, colpa del fatto che i mondiali di Nuoto sono arrivati troppo presto (nel 2009) a fronte di un'opera la cui costruzione è iniziata solo un anno e mezzo prima. Tutte questioni evidentemente cadute dall'alto sulla testa dell'archistar spagnola che si è seduta al tavolo degli amministratori. Al suo fianco il viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini e, ad osservare i suoi rendering, il rettore di Tor Vergata, Giuseppe Novelli, ormai unica parte in causa chiamata a salvare il salvabile del fallimento della Città dello Sport. Come detto, però, nessuno che abbia pensato anche solo un secondo a scusarsi con i cittadini romani che da ormai sei anni sono costretti a guardare lo scheletro della prima Vela (la seconda, forse, non si farà mai) all'orizzonte.

CALATRAVA - Partiamo dall'archistar. Santiago Calatrava è stato chiamato ad aprire il tavolo di discussione sulle opere incompiute. In Italia un'emorragia da 1,5 miliardi di euro. Poche parole concrete sulle Vele, molte sui suoi progetti sparsi per il mondo. Chi si è seduto nel gazebo allestito sotto lo scheletro del palazzo dello sport adiacente alle piscine ha potuto ammirare i lavori dell'architetto in quel di Taiwan o in Florida, i ponti subacquei di Dubai e la stazione futuristica sul cratere di Ground Zero. Ma quando si è trattato di parlare della Città dello Sport, nessun fatto. Non si sa cosa sorgerà dentro le piscine e a cosa servirà il palazzetto dello sport. Non si sa quanti soldi serviranno a completare l'opera e non si sanno, ovviamente, i tempi. Unico dato certo: o l'Università Tor Vergata si prenderà carico di tutto il baraccone (costruito sui suoi terreni) o si potrà mettere la parola fine sul fallimento.

IL PROGETTO - Calatrava si è però detto a portare a termine il suo progetto a prescindere da cosa ne sarà della mega struttura. L'opera che ha definito "epocale" sarà terminata e il progetto inziale è pronto a essere ridiscusso. Potrà diventare un giardino botanico o restare una piscina. Unico "diktat": la seconda Vela. Quella "dovrà essere costruita". Il suo gioiello dovrà mostrarsi a Roma così come lo aveva progettato. Anche a costo di andare allo scontro con il Comune di Roma che, per bocca del suo assessore all'Urbanistica, si è già detto pronto a lasciar svettare dai prati di Tor Vergata anche solo una vela.

L'UNIVERSITA' E LO SCONTRO COL COMUNE - In gioco, come detto, ormai c'è solo l'università. Il rettore Novelli è stato chiaro: le Vele saranno terminate. Basta solo sedersi a un tavolo e decidere cosa farne, quali fondi europei richiedere e capire se la partita olimpica di Roma 2024 potrà vedere come protagonista la struttura pensata per i Mondiali di Nuoto del 2009. Il problema, però, stando alle parole di Calatrava, è che a questo tavolo oggi sembra esserci poco dialogo tra la firma del progetto e chi è chiamato a metterci faccia e soldi. Il Comune, infatti, si è tirato indietro o quasi. Marino, è evidente, non è Veltroni e non ama le grandi opere. La freddezza con la quale parla della Nuvola di Fuksas o il disinteresse che mostra verso lo scheletro delle Vele è la certificazione che questa Giunta non vuole mettere in gioco la propria immagine su fallimenti di altre amministrazione. Per salvare il salvabile si gioca sui conti, sui numeri. Ed è qui che la partita non torna. Caudo, assessore all'Urbanistica, ha più volte fatto capire che il progetto va rivisto con una sforbiciata ai costi. Ma Calatrava non ci sta. "Parlo solo con l'Università". La seconda Vela s'ha da fare. Costi quel che costi. Il problema, è che costa tanto.

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