San Giovanni, tra sgomberi e palazzi abbandonati: "Il Sans Papiers non può sparire"

Sul possibile, imminente, sgombero del palazzo di via Carlo Felice, parlano gli attivisti del centro sociale

Il centro sociale Sans Papiers (Foto Radiosonar.net)

Nel maggio del 2015 furono le ruspe a 'svuotare' Scup, lo stabile occupato di via Nola 5, centro di numerose attività aperte al quartiere. Negli stessi mesi lo sfratto dell'ex palestra 'Castello' di via Sannio, di proprietà comunale, interruppe un'esperienza radicata da 40 anni tra la cittadinanza. Il 31 luglio, sempre nel 2015, chiuse tra le barricate e i blindati delle forze dell'ordine anche l'ex occupazione di viale Castrense, poi trasformata in Caat nel 2005, destinata a presone in emergenza abitativa.

Presto, dalla geografia di San Giovanni, potrebbe sparire anche l'occupazione abitativa di via Carlo Felice 69, e con essa anche il centro sociale Sans Papiers lasciando il territorio sempre più "privo di spazi di socialità, di aggregazione e di cultura che hanno per antonomasia la capacità di rendere vive le città, vivibili e felici". Tutt'attorno una città governata da dinamiche opposte. "Non potrebbe essere forse che l'aumento dei prezzi immobiliari della zona di San Giovanni, alla luce - guarda caso - dell'apertura della metro C, non faccia gola alla proprietà fino ad ora disinteressata?" l'interrogativo.

Anche l'immobile in stile umbertino, di proprietà di Bankitalia, era vuoto da oltre dieci anni, dal 1989, quando venne occupato nel 2003. Oggi si ritaglia sempre più spesso un articolo su vari giornali della Capitale in quanto viene considerato il 'primo della lista' degli sgomberi da effettuare, insieme all'occupazione di via del Policlinico. Il piano di sgomberi messo in campo dal ministero dell'Interno Marco Minniti e sostenuto dall'amministrazione di Virginia Raggi, che ha subito una battuta d'arresto dopo le polemiche generate dalle operazioni senza alternative sul palazzo di via Curtatone, potrebbe ripartire presto. 

E nel caso di via Carlo Felice 69, non si tratta solo di emergenza abitativa. Oltre alle 40 famiglie, un centinaio di persone in totale che vivono nell'occupazione di Action, a rischiare di restare 'senza casa' è anche il centro sociale Sans Papiers che sorge al piano terra dell'edificio e la webradio ospitata nello spazio, Radiosonar.net. "Le politiche e le strategie messe in campo fino ad ora, mostrano in maniera evidente un totale disinteresse e un continuo rimpallo di responsabilità delle istituzioni, nei confronti di una parte sociale, fortemente presente nelle grandi città, che necessita invece, in maniera netta ed evidente, di maggiori tutele" si legge in un lungo documento. "Davanti a ciò che sta accadendo, è nostra responsabilità riportare all'attenzione delle istituzioni una riflessione ampia e puntuale".

Lo spazio ha una storia lunga oltre dieci anni alle spalle. Rassegne cinematografiche gratuite, assemblee pubbliche, prove teatrali e riunioni di altre realtà e associazioni, corsi di italiano per donne straniere, corsi di arabo, sportelli di orientamento legale per migranti, una sala studio e un internet point in cui si può usufruire di wi-fi gratuito. Il Sans Papiers è stato anche un luogo aperto ai rifugiati del centro di prima accoglienza di viale Castrense, loro malgrado coinvolto nell'inchiesta di mafia capitale, colpito da due roghi e infine chiuso. Diritto all'abitare, abusi in divisa, tutela della proprietà intellettuale e del diritto d'autore, lotte dei lavoratori precari, degli studenti e dei migranti, alcuni dei temi al centro delle loro iniziative. Il Sans Papiers, è "un luogo sempre aperto per chiunque lo voglia conoscere, che ha offerto spesso ospitalità e riparo a persone fragili ed emarginate". 

Tra le esperienze più consolidate ospitate dal Sans Papiers, da ormai oltre dieci anni, quella di "comunicazione digitale" rappresentata da Radiosonar.net. Una web radio che trasmette 365 giorni all'anno, con oltre 20 trasmissioni e più di 50 persone che ogni anno passano attraverso lo studio. "Uno strumento radiofonico totalmente autofinanziato e gestito in maniera volontaria, tramite cui paga legittimamente le dovute tasse". Uno spazio 'virtuale' che negli anni ha permesso la connessione di molti progetti diversi tra loro, "creando aggregazione", costruendo "reti solide e riconosciute con altre esperienze romane, nazionali ed internazionali" ma anche "la messa a valore di nuove professionalità e competenze". Attento alle "realtà che si adoperano per la tutela dei diritti dei più deboli, per la rivalutazione di spazi liberati dalla speculazione e rigenerati, per la costruzione di percorsi di democrazia diretta dal basso e la tutela dei Beni Comuni Urbani". Un progetto che "in definitiva, racconta la realtà con uno sguardo libero". 

La storia del Sans Papiers e dell'occupazione abitativa dei 'piani superiori' è strettamente legata alle migliaia di spazi vuoti e abbandonati della città e del quartiere. Quando è stato occupato nel 2003, ricordano gli attivisti, il palazzo di via Carlo Felice 69 "si presentava in completo stato di degrado" ed era stato lasciato "nell'abbandono più totale". Era così dal 1989. "Raramente si sente dibattere circa le responsabilità dei proprietari in merito all'utilizzo dei propri immobili invenduti, sfitti o inutilizzati. Questa incuria non è svincolata dal territorio, anzi vi incide fortemente" scrivono. "Non verificare le buone condizioni dei propri immobili abbandonati, significa non mostrare il minimo interesse e preoccupazione circa la situazione igienico-sanitaria del territorio e degli abitanti circostanti. Significa incentivare il degrado", "favorire la precarietà strutturale e interna degli stessi, e va da sé che grazie all'autorecupero viene garantita maggiore stabilità strutturale". Negli anni, infatti, sono stati effettuati diversi lavori 'autofinanziati'.

E sembra che sia proprio la sua presunta instabilità strutturale ad esporre maggiormente la palazzina e i suoi abitanti al rischio sgombero. "Le informazioni a nostra disposizione riguardo alla precarietà strutturale dello stabile divergono da quelle diffuse dalla stampa e si basano su una testimonianza diretta con i vigili del fuoco, venuti meno di un anno fa a fare controlli e perizie alla struttura dopo gli eventi sismici dell'estate 2016" scrivono gli attivisti del centro sociale. Se fossero stati rilevati segni di cedimenti strutturali, continuano, "avevano l'ordine di evacuazione immediata". Gli articoli pubblicati sempre più spesso nelle ultime settimane "gridano alla pericolosità strutturale del palazzo. Noi chiediamo urgentemente una risposta. Com'è possibile che le istituzioni non abbiano agito per salvaguardare le vite e i diritti di oltre 100 persone che vi vivono notte e giorno? E di conseguenza per trovare una soluzione abitativa alternativa?". 

In una città in cui il degrado è spesso al centro del dibattito pubblico, gli attivisti sottolineano anche il contesto in cui sorge il palazzo. Via Carlo Felice è una strada scarsamente illuminata, molto spesso in blackout e quindi completamente al buio, i "cassonetti della spazzatura strabordanti per giorni", i giardini Carlo Felice "lasciati in totale stato di abbandono e disinteresse dalle istituzioni e riportato a nuova vita, con pulizie e migliorie varie da cittadini volontari". E infine, "la mancanza di almeno un attraversamento pedonale per tutto il viale, cosa che rende di difficile e pericolosa mobilità una strada già trafficatissima, l’assenza di una pista ciclabile, la presenza di barriere architettoniche che lo rende non percorribile per chi ha disabilità". 

Ogni interrogativo è rivolto alle istituzioni. "Rivendichiamo il patrimonio sociale e culturale che si è reso possibile in quelle quattro mura, e chiediamo alle istituzioni competenti, Municipio, Comune, Regione Lazio e Proprietà una valida alternativa per la regolare prosecuzione delle attività socio-culturali, perché non siamo disposti a perdere ciò che abbiamo costruito a titolo volontario e gratuito per il quartiere e la città" concludono. "Non siamo disposti a cedere ai ricatti di un sistema che dà la caccia a chi crea cultura e mutualismo e a chi tutela i più deboli, creando welfare, dialogo, cultura, ricchezza in una città continuamente martoriata nella sua parte più solidale e impegnata". 

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