Residence, mandano il figlio dai nonni per le vacanze estive e ricevono lo sgombero

La storia arriva dalla struttura di via Tovaglieri a Tor Tre Teste

Mandano il figlio di 10 anni dai nonni per le vacanze estive e perdono il diritto a restare nei residence per l’accoglienza abitativa temporanea del Comune di Roma. La storia arriva dal residence di via Tovaglieri, a Tor Tre Teste. Silvia e Mario (nomi di fantasia) vi abitano dal 2010 quando, per una serie di cause, tra cui la perdita del lavoro del marito, non riescono più a mantenere una casa in affitto. “Dopo tanti anni di disoccupazione” racconta Silvia a Romatoday “mio marito trova un lavoro per qualche mese. Non è un impiego fisso ma è sempre meglio di nulla”. Silvia lavora come donna delle pulizie in alcune case: “Abbiamo un reddito molto basso, prendo qualche centinaio di euro al mese, e non potevamo permetterci di rinunciare”. 

E i figli? “La più grande, di 12 anni, pratica attività sportiva a livello agonistico e per tutto il mese di luglio è stata in palestra per allenamenti intensivi dalla mattina alle 9 fino alla sera alle 17. Il minore invece, 10 anni e mezzo, sarebbe dovuto restare a casa da solo tutto il giorno. Così abbiamo pensato di mandarlo in Romania per la pausa scolastica estiva. Il nostro programma era di avanzare la richiesta di ‘allontanamento temporaneo’ per tutta la famiglia e ad agosto andare qualche giorno (il massimo consentito sono venti, ndr) in Romania dai nostri parenti. Sono otto anni che non li vediamo, proprio perché le nostre condizioni economiche non ce l’hanno mai permesso. Al termine di quel periodo saremmo poi tornati tutti insieme a Roma”. 

Il caso: valanga di esclusioni dal bando per i Sassat

Così il 30 giugno il figlio parte per la Romania. “Mi viene detto che avrei dovuto segnalarlo”. Così il 10 luglio Silvia inoltra al dipartimento Politiche Abitative la richiesta di allontanamento. “Mi viene rigettata” spiega. E il motivo risiede proprio nella partenza del figlio: “Si è allontanato senza autorizzazione”. Per Silvia e la sua famiglia era già scattato il procedimento di revoca dal diritto all’assistenza alloggiativa temporanea. “Ero convinta che l’allontanamento di un minore di 10 anni non andasse segnalato. Io, mio marito e mia figlia non ce ne siamo mai andati da questo alloggio”. 

Il 9 agosto dal Dipartimento Politiche Abitative arriva la comunicazione: “Avvio del procedimento di revoca dall’assistenza alloggiativa e risarcimento danni”. La data del documento è quella del 23 luglio 2018. Ecco i motivi: il bambino si è allontanato il 30 giugno "senza alcuna richiesta scritta e solo successivamente, in data 10 luglio, ha richiesto l’autorizzazione all'allontanamento temporaneo a cui è stato dato diniego in data 16 luglio 2018 in quanto il periodo richiesto supera i venti giorni annui e nonostante ciò non ha fatto rientro né fornito alcuna comunicazione in merito al prolungarsi dell'assenza”.  È così che per gli uffici capitolini, l’intero nucelo familiare “non ha diritto a proseguire l'assistenza alloggiativa temporanea in quanto continuamente assente”. 

Nella stessa comunicazione viene citato il regolamento che fissa i parametri per la permanenza nel centro di assistenza: “Il dipartimento procederà a determinare l'immediata revoca del Servizio nel caso in cui l'assistito si assenti dalla struttura alloggiativa assegnata o si astenga dal pernottarvi per periodi superiori a sette giorni consecutivi”. E il titolare dell’assistenza, intestatario anche della lettera, è Mario, non il figlio di 10 anni. 

Entro 10 giorni, tempo concesso per integrare la documentazione, Silvia, Mario e i due figli di 10 anni e mezzo e 12 anni potrebbero restare senza un tetto sulla testa. Continua il documento: “Alla luce di quanto appena evidenziato si dispone l'immediato sgombero dall'alloggio e si diffida al rilascio immediato dello stesso fino ad oggi occupato dal nucleo familiare”. Se questo non avverrà ‘spontaneamente’, si legge ancora, “sarà cura di questo ufficio provvedere all'emissione di un provvedimento di accesso e sgombero forzoso”. Non solo. Una volta comunicato lo sgombero, scatta la messa in mora per “l’assistenza alloggiativa non dovuta”. 57,69 euro al giorno al giorno, 403 euro alla settimana, oltre 1600 euro in un mese. 

“Non avrei mai immaginato che quella decisione avrebbe portato a tutto questo. Abito a Roma da 16 anni, mio marito da 25 anni. I miei figli sono nati a Roma. La loro vita è qui. Dove possiamo andare?”. Il reddito familiare di Silvia e Mario non supera i 12 mila euro annui di Isee. Infatti, a differenza di circa 600 famiglie residenti nei Caat, che in questi giorni, come denunciato da Romatoday, stanno facendo i conti con una massiccia esclusione dal bando per l’accesso al nuovo servizio di assistenza ‘Sassat’, Silvia e Mario sono stati ammessi. “Da una parte il Comune riconosce il nostro diritto ad un alloggio, dall’altra ci sgombera. Il tutto senza considerare che siamo in lista per una casa popolare dal 2010”. 

“Il passaggio del regolamento che viene citato” denuncia Elisa Ferri del Coordinamento dei residence “parla di ‘assistito’ e non specifica che se anche un solo membro del nucleo familiare, in questo caso un minore, si allontana dall’alloggio decade il diritto all’assistenza. Per questo faremo ricorso al Tar contro questa decisione. Il timore, però, è che nel frattempo proseguano con lo sgombero”. Dopo i 600 esclusi dai Sassat, “storie come queste rappresentano una prova ulteriore di come sia possibile perdere l’alloggio per futili motivi. La gente è disperata e arrabbiata. Siamo senza alternative: anche chi è stato ammesso ai Sassat sa che al massimo avrà 24 mesi di tempo per trovare un lavoro e pagare autonomamente un affitto in autonomia. Praticamente un’utopia. E mentre il buono casa resta uno strumento inefficace, la speranza di vedersi assegnata una casa popolare entro i prossimi due anni è una chimera”. 

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