"Senza alternativa agli sgomberi l'unica soluzione resta resistere nelle occupazioni"

Intervista a Paolo Di Vetta del Movimento per il diritto all'abitare

ANSA/ANGELO CARCONI

Dopo un'estate di sgomberi, le occupazioni della Capitale sono rimaste sotto i riflettori. Dopo quanto accaduto in piazza Indipendenza il Viminale ha elaborato un protocollo per proseguire con le operazioni chiedendo però maggior collaborazione istituzionale nel trovare sistemazioni alternative alla strada, mentre l'amministrazione Raggi ha teso una mano solo alle cosiddette fragilità. Romatoday ha intervistato Paolo Di Vetta, del Movimento per l'abitare romano. 

Che aria tira nelle occupazioni?

Governo e sindaca dicono che non ci sarà alcuna corsia preferenziale per gli occupanti, che non avranno alcuna casa popolare. Questo li spinge a chiudersi in un meccanismo di difesa della propria abitazione. Chi ha occupato l'ha fatto per necessità, spesso era da tempo in graduatoria senza una risposta, e oggi si è reso conto di non poter risolvere la propria condizione con soluzioni che arrivano dall'amministrazione. Le occupazioni esistono da anni e vivono ormai in una relazione consolidata con il territorio: i bambini frequentano le scuole del municipio, le persone tendono a cercare un lavoro vicino. Resistere dentro gli spazi occupati, che per lungo tempo hanno costituito una risposta concreta ad una situazione di emergenza, diventa l'unica soluzione. Anche l'ultimo bando pubblicato dall'amministrazione è stato letto in questo modo da chi vive in emergenza abitativa. 

Con il bando l'amministrazione punta a reperire 800 alloggi, affittandoli a prezzi di mercato, da destinare a quanti oggi vivono nei residence per l'emergenza abitativa. 

Non solo la linea sulle occupazioni. Anche questa decisione ci permette di capire la filosofia dell'amministrazione. Non è mai accaduto a Roma, e credo anche in altre città, che un'amministrazione comunale ceda alla legge di mercato rispetto all'edilizia residenziale pubblica. Si è sempre cercato di contrattare tra l'interesse del proprietario e quello dell'amministrazione. Il 'buono casa' era una via di mezzo, una forma di sostegno. Questo bando, invece, appare come una forma più seria di sostegno al proprietario che non riesce ad affittare, con il Comune che avanza come spiegazione che l'operazione costa comunque meno dei Caat. Non vediamo molta lungimiranza in questa decisione. Gli occupanti non possono non pensare che l'unica soluzione sia rimanere dove stanno e costruire barricate sempre più solide, non solo in senso classico ma anche di tipo culturale e di relazione con il territorio nel tentativo di impedire che passi l'idea che sono le occupazioni il problema di Roma. I problemi di questa città sono ben altri. 

Dopo gli sgomberi di quest'estate è emersa con forza l'idea che solo chi è definito 'fragile' ha accesso ad un'alternativa, che non si tratta comunque di una casa. C'è qualcosa di nuovo in questa prospettiva?

Il punto è come si intende gestire la contrattazione dentro a dinamiche emergenziali. L'idea sembra essere questa: siccome la coperta è troppo corta e i soldi non ci sono, escludendo l'idea di premiare dinamiche emergenziali come quelli che abbiamo conosciuto fino ad oggi, va accettata quella che non c'è una soluzione per tutti. Hanno deciso di privilegiare una parte di città che è anche più disponibile a rispondere in termini di consenso elettorale. Quando si favoriscono in questo modo i diritti dei proprietari si guarda ad un preciso settore sociale. L'atteggiamento è ideologico: le occupazioni, i movimenti, così come chi lotta contro gli sfratti o i sindacati degli inquilini non sono più un soggetto con cui contrattare una via d'uscita da questa emergenza. Così l'intervento sulle fragilità non è un modo di affrontare la realtà ma di raccontarsela in maniera differente.

La soluzione per le fragilità è stata rifiutata più volte dagli sgomberati, a costo di vivere per strada. Perché?

È chiaro che la risposta rigida che viene data alle occupazioni non può essere data ad una madre con bambino o ad un anziano. Così gli si offre un'opportunità inaccettabile nel momento in cui si tratta di una soluzione temporanea e legata ad un meccanismo di accoglienza dove rischi di restare a vita in attesa di una soluzione che non arriverà mai. La Regione ha riconosciuto le occupazioni all'interno del quadro dell'emergenza abitativa. Per assurdo anche la delibera con cui Tronca (ex commissario capitolino, ndr) l'ha recepita ha provato a ragionare in termini di gestione del fenomeno. L'attuale amministrazione comunale invece, non mettendosi a disposizione di un percorso di questa natura, accentua l'aspetto poliziesco degli interventi. Il rischio oggi è che di fronte al passo indietro di Raggi, Questura e Prefettura intervengano con mezzi propri, magari requisendo immobili dove parcheggiare le persone ma senza una soluzione alloggiativa degna di questo nome.  

Dobbiamo aspettarci nuove piazza Indipendenza?

Chi viene sgomberato tende a non voler sparire e decidere non non risolvere aumenta il livello di tensione che la città sarà costretta a subire. È una scelta pericolosa e inquietante, motivata dal tentativo di dimostrare che esiste una strada rigida e in discontinuità con quella delle precedenti amministrazioni considerate troppo disponibili, se non complici, verso gli occupanti. Alla base di tutto credo ci sia l'idea che si produce più consenso puntando il dito contro occupanti e immigrati. E intanto, con bandi come quello che è stato appena pubblicato, si favoriscono i meccanismi della rendita. 

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