In ritardo di due ore al primo giorno di scuola, le lacrime dei bambini sgomberati da Cardinal Capranica

Il Comune ha "promesso" continuità scolastica. Ma i 50 chilometri di distanza e il traffico hanno reso il tragitto un incubo

Dallo scuolabus giallo del comune di Roma gli ultimi due bambini, sette anni, scendono alle 10:53. Uno dei due ha ancora gli occhi rossi per un pianto scoppiato poco prima, quando l’attesa e la nausea per il lungo viaggio gli avevano fatto pensare che non sarebbe mai arrivato sui banchi. I più fortunati entrano in classe verso le nove, con mezz’ora di ritardo. Per i bambini sgomberati il 15 luglio scorso dall’ex istituto di via di Cardinal Capranica non è stato un primo giorno di scuola sereno. E se da un lato il fatto che fosse l'esordio ha certamente influito sull’esito dell’operazione, tra disorganizzazione e i tempi per l’inserimento, dall’altro i 50 chilometri che separano i centri di accoglienza dove vivono oggi queste famiglie, a Centocelle e Tor Vergata, uniti al traffico che ogni mattina attanaglia alcune arterie della Capitale hanno reso il tragitto per raggiungere la scuola un’odissea. 

La continuità scolastica era stata in cima alle preoccupazioni dei genitori fin dalle prime ore dopo lo sgombero ma quando è stato annunciato che la soluzione sarebbe stata uno scuolabus gratuito è scoppiato il malcontento. Nel corso dell’incontro con l’assessora alle Politiche sociali Laura Baldassarre di martedì scorso, però, le loro proteste si sono fermate di fronte all’evidenza dei fatti: l’unico piano B, quello di prendere una casa in affitto in zona Primavalle con il buono di 516 euro del comune, appare al momento irrealizzabile. Anche l’iscrizione in scuole vicine ai centri di accoglienza è rischiosa perché la permanenza è temporanea e nessuno sa dove finirà a vivere. “In ogni caso non potremo andare avanti così a lungo”, si sfoga Arbi, padre di tre bambini di 4, 6 e 8 anni che ha seguito lo scuolabus in macchina insieme ad altri genitori. Romatoday ha viaggiato insieme a loro. 

Appuntamento alle sette

L’appuntamento è alle sette di mattina di fronte al centro di accoglienza la Casa Sacra Famiglia in piazza delle Gardenie. Una decina di bambini esce in fila, mano nella mano. Si parte alle 7.15. Viale della Primavera, via Casilina, viale della Sorbona, fino a Tor Vergata, dove sale un altro gruppetto. Tra loro anche l'undicenne famoso per esser passato con una pila di libri in mano tra i poliziotti che lo stavano sgomberando. Sono le 7.40. “Si sono svegliati alle sei, chissà come saranno stanchi questa sera”, commenta Arbi. Con noi c’è anche Assan, padre di due bambini di 10 e di 5 anni: “L’anno scorso il primo giorno di scuola hanno scritto un tema sulle vacanze estive. Così stamattina mi hanno chiesto: ‘Cosa scriviamo se ce lo chiedono?’. Cosa dovrebbero raccontare?”.

In viaggio sul Raccordo

Alle 7:50 imbocchiamo la rampa del Grande raccordo anulare. Approfitto del traffico per ricostruire la loro storia. Arbi, originario del Marocco, vive a Roma da 23 anni. All’ex scuola di via di Cardinal Capranica si è trasferito dieci anni prima, dopo lo sfratto da un appartamento in via di Torrevecchia. Lui e i suoi bambini “sono di Primavalle”. Anche Assan viene dal Marocco ed è in Italia da una vita: 26 anni, 17 dei quali vissuti a Prima Porta in una appartamento in affitto. “Facevo il fioraio”. Poi il licenziamento e lo sfratto. “Il mio primo figlio aveva un anno, anche i miei bambini sono di Primavalle”. Lì faceva il pasticcere ma con lo sgombero e il trasferimento a Centocelle non è più riuscito a mantenere il lavoro. Hanno “perso tutto”, i mobili, tanti vestiti, le proprie cose. “Abbiamo tenuto solo quello che poteva stare in una stanza”, spiegano. “Non c’è nemmeno lo spazio per giocare o per studiare”.

Il traffico

Sono le 8:04. Il Raccordo è bloccato così lo scuolabus esce e imbocca la tangenziale. Anche qui c’è traffico. È così tutte le mattine. È l’ora di punta, quando la gente si muove per raggiungere scuole e uffici. Alle 8:18 siamo costretti a riprendere il Raccordo dove l’avevamo lasciato. L’agitazione inizia a farsi sentire. Alle 8:30, ora di avvio delle lezioni, siamo ancora sul Raccordo, all’altezza della Cassia. Teniamo d’occhio il conta chilometri. “Sono 40”, conferma Arbi. Alla fine saranno più di 50.

La prima scuola

“Bella soluzione abbiamo trovato”, borbotta. “E ancora non sappiamo chi li riporterà a casa oggi pomeriggio. Ci hanno detto che per le prime due settimane sia l’asilo, sia le elementari, sia le medie, usciranno alle 14 ma poi le elementari finiranno alle 16.30. Non sappiamo come faremo”. Usciti dal Raccordo, il traffico è intenso ma scorre. La prima scuola è in via di Torrevecchia, mancano cinque minuti alle nove. Alcuni bambini stanno ancora entrando con i loro genitori. Non c’è parcheggio e lo scuolabus è costretto a fermarsi lungo la corsia generando in pochi minuti una lunga fila di auto. Alcuni dei genitori presenti entrano a scuola con l’operatrice comunale. Sono lì fuori con loro e la sento dire ai genitori che la lista con i nominativi e gli indirizzi delle scuole le è arrivata solo due giorni prima. 

Il ritardo aumenta

Arbi fa strada allo scuolabus con la propria auto. Conosce bene l’itinerario. Abbiamo ancora cinque scuole davanti. Percorriamo via Bembo, poi via Gasparri. Il secondo istituto è un asilo in via Alessio Ascalesi. Una bambina scende e corre in braccio alla maestra che la stava aspettando sull’uscio gridando il suo nome. In via Borromeo arriviamo alle 9:12. Sul cancello del terzo istituto un dipendente del dipartimento Politiche scolastiche attende i bambini e l’operatrice. È perplesso anche se mi conferma che garantire la continuità scolastica è importante. Lo scuolabus blocca di nuovo il traffico. L’autista si mette a indicare alle macchine quando possono sorpassare. La strada ha solo due corsie e anche i bus di linea lo devono fare. “Senza i vigili mi tocca fare anche questo”. Poi si sfoga: “Questa strada è troppo lunga e con i bambini non si può mica correre. Mi sembra proprio infattibile”. Mentre aspettiamo un bambino scende e prova a vomitare. Ha la nausea. Sul bus gli altri si guardano intorno con l’aria preoccupata.

Alla fine arrivano le lacrime

La quarta scuola è poco oltre. 9:54. Poi è il turno del ‘ragazzino con i libri’ e dei suoi due compagni di scuola. 10:09. Scendono di corsa e uno dei tre chiede all’operatrice se secondo lei le insegnanti sono arrabbiate. Restiamo fermi per oltre venti minuti. Mancano i due bambini di sette anni. Sono ancora seduti sullo scuolabus con il diario in mano. Uno di loro, che poco prima aveva provato a vomitare, inizia a piangere nascondendosi il viso tra le mani per soffocare i singhiozzi. Arbi lo calma con abbracci e un po’ di solletico. La sua compagna di classe guarda nella mia direzione e mi dice: “Inizio a contare le pagine del diario quando finisco spero che saremo già partiti”. Arriveranno a scuola alle 10:53. Poco più di un’ora dopo, alle 12, è prevista l’uscita per alcuni istituti. Dovranno attendere sul bus l’uscita degli altri. Anche il ritorno sarà un’odissea.  

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