Santa Maria della Pietà, anche Berdini contro il piano di Regione e Comune

L'appello firmato da urbanisti e intellettuali: "Piano senza senso"

C’è anche il nome dell’ex assessore all’Urbanistica della Giunta Raggi, Paolo Berdini, nell’elenco degli intellettuali e urbanisti firmatari dell’appello che chiede uno stop al Protocollo tra Regione, Comune, Città Metropolitana e Asl Rm1 sul Santa Maria della Pietà. Un protocollo approvato lo scorso 10 luglio dalla Regione e che presto verrà sottoposto anche agli uffici competenti del Comune di Roma. Il provvedimento punta a portare a compimento il programma di “recupero, riqualificazione e risanamento” contenuto nella delibera 787 del 20 dicembre del 2016 con la prospettiva di realizzare nell’ex ospedale psichiatrico un ‘Parco della salute e del benessere’. Soggetto attuatore la AslRm1. 

“Il progetto di sanitarizzazione del complesso di S. Maria della Pietà rischia di chiudere nel peggiore dei modi un esperimento di partecipazione democratica e civile straordinario, durato per oltre 20 anni” si legge nell’appello. “Lontane anni luce dai bisogni e dalle proposte dei cittadini, le istituzioni stanno procedendo alla realizzazione di una assurda centralità urbana: un Municipio con intorno un Polo Sanitario. Una pianificazione “non sense” legata ad interessi altri da quelli della città che vede ancora tante strutture ospedaliere vuote da anni ed in grave degrado”.

Al contrario, “il S. Maria poteva essere la prima Centralità in cui, davvero, si sarebbe potuta sperimentare la pianificazione urbana prevista dal Piano Regolatore e troppo spesso scavalcata, elusa, deformata dalla subalternità agli interessi economici”. Per i firmatari ci sono gli strumenti per effettuarlo: “La Delibera Comunale proposta dai cittadini e raccolta dal Consiglio votata nel 2015 da consiglieri di maggioranza e opposizione”. La “Proposta di Legge Regionale presentata da 12.000 cittadini”. Infine “le norme tecniche del PRG da rispettare sull’attuazione delle Centralità che il Protocollo proposto rende inutili”.

Contro il progetto si è sollevata anche la voce di una lunga serie di realtà della Salute Mentale regionale, tra associazioni di volontariato, dei familiari e pezzi significativi della storia e della memoria della battaglia per l’apertura dei manicomi, a 40 anni dall’approvazione della Legge Basaglia. “Le scelte sull’utilizzo del Complesso S. Maria della Pietà non possono essere fatte senza tener conto del percorso di chiusura degli ospedali psichiatrici e soprattutto delle regole e delle normative che riguardano il loro riutilizzo e la loro produzione di reddito” scrivono nell’appello. In un passaggio viene ricordato il senso della legge: “I beni mobili ed immobili degli Ospedali Psichiatrici dismessi possono essere utilizzati per attività di carattere sanitario purché diverse dalla prestazione di Servizi per la salute mentale […] ed essere destinati alla produzione di reddito per finanziare quanto previsto dal Progetto Obiettivo Nazionale tutela e promozione della salute mentale”.

Un quadro normativo, scrivono, “totalmente disatteso da quel dicembre 1999 in cui l’ultimo paziente ha lasciato il S. Maria della Pietà” in quanto “non un reddito prodotto, come ad esempio gli affitti per le sedi amministrative, è stato riversato nei Progetti per la Salute Mentale. Inoltre la ASL Roma1, a cui è stata completamente delegata la gestione del bene, ha reintrodotto Servizi di carattere psichiatrico (anche nei padiglioni destinati ad ostello) in contrasto con la normativa vigente”. Per questo “oggi cogliamo con grande preoccupazione la determinazione della Regione Lazio a realizzare la “città della salute e del benessere” lasciando alla ASL Roma1 la gestione e la proprietà del Complesso”.

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