Cos'è il Salva Roma, la norma sul debito della Capitale che sta facendo litigare Lega e M5s

Una ristrutturazione del debito storico, con passaggio al ministero di un prestito obbligazionario. Tutto quello che c'è da sapere sul Salva Roma

I detrattori l'hanno ribattezzata "il Salva Roma". E' la norma che prevede entro il 2021 la chiusura della gestione commissariale del debito storico che affligge da decenni le casse di Roma Capitale, con il ritorno dei passivi, alleggeriti, in capo alla città. Inserita nel Decreto legge Crescita, con il plauso dei grillini a palazzo Senatorio, per il momento è stata approvata in Consiglio dei ministri, nella tarda serata di ieri, ma solo in minima parte. Due commi. Tutto il resto verrà discusso in fase di conversione del dl alle Camere. Una prima vittoria per il leader della Lega Matteo Salvini, che proprio sul Salva Roma sta incentrando l'ennesimo scontro con i pentastellati. Ma esattamente, la norma, cosa dice? Facciamo un passo indietro. 

Lo status quo: chi paga oggi il debito di Roma

Il debito storico della Città Eterna ammonta a circa 12 miliardi di euro. La sua quota più rilevante, di circa 11 miliardi è riferita alla gestione commissariale avviata nel 2010 dal governo Berlusconi. Nelle casse del commissario lo Stato, da 9 anni a questa parte, versa 300 milioni l'anno, che si aggiungono ad altri 200 milioni garantiti dal Comune grazie all'addizione Irpef (la più alta d'Italia) e a un'extra tassa per chi transita dagli aeroporti romani. Tradotto: il bilancio di Roma viene già "salvato" con i soldi di tutti i contribuenti italiani. 

Cosa cambia con il Salva Roma

Il cosiddetto "Salva Roma" prevede che dal 2021 si chiuda la gestione commissariale. E che i debiti tornino tra le voci di bilancio del Comune. Come? Facendo passare una delle quote più pesanti del passivo dal commissario allo Stato, un bond (prestito obbligazionario) che vale 1,4 miliardi di euro - emesso dall'ex sindaco Walter Veltroni - e che prevede un rimborso entro il 2048 con 75 milioni di interessi l'anno. Con la nuova norma è il ministero dell'Economia il nuovo titolare del prestito. E può andare a rinegoziarlo direttamente con i creditori in una posizione di maggior forza. 

Un'operazione a costo zero

L'operazione è a costo zero, o quasi, per le casse pubbliche, perché lo Stato già paga ogni anno, lo ricordiamo, 300 milioni di euro al commissario. Se il Comune pressa per portarla a compimento è perché il commissario senza un intervento si troverebbe a gestire una crisi di liquidità già annunciata nel 2016 da Silvia Scozzese, ex assessore al bilancio della giunta Marino poi commissario straordinario per il piano di rientro, durante un'audizione in parlamento. Nella relazione di Scozzese si metteva in guardia sulla quota di risorse già anticipata da ministero e Comune per far fronte ad altre spese. Così "il fondo di 500 milioni annui" si è ridotto "a 319,8 milioni come conseguenza di quell'impegno, che assorbe una quota di contibuto pari a 180,2 milioni annui fino all'anno 2040". 

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