Il giallo del rocchetto di nichel, Raggi: "Entrata non iscritta a bilancio, nessuna falla nei conti"

Il materiale ceduto nel 2011 come pegno al Campidoglio da una società privata non varrebbe quasi niente rispetto alle stime originarie. Alemanno: "Solito scaricabarile di Raggi"

Piazza del Campidoglio, immagine d'archivio

Un rocchetto di nichel "rifilato" al Comune di Roma per ripagare un vecchio debito nel 2011, il cui valore però sarebbe di molto inferiore a quello stimato. "Mettendo mano ai conti disastrati del Comune, ho trovato questa follia tra la voci in entrata in un bilancio a dir poco drammatico" ha detto la sindaca Virginia Raggi commentando il nuovo nuovo giallo a palazzo Senatorio.

Un mistero, per così dire, quello che aleggia sulla bobina di nichel lunga 200 chilometri ricevuta come pegno di garanzia dal Comune per un credito non riscosso di circa 36 milioni di euro dalla società del finanziere Giovanni Calabrò. Era il 2011, secondo una stima effettuata da una società esterna il valore doveva essere di circa 55 milioni. Ma, come raccontato da Il Messaggero, secondo un'inchiesta della Procura di Vicenza che si è occupata di un caso analogo con la stessa società coinvolta, il rocchetto varrebbe poco più di 40mila euro. 

Un "pacco" sul quale Raggi era stata già allertata dai revisori dei conti dell'Oref ad aprile 2018 che avevano invitato il Campidoglio a "impegnare le somme derivanti dalla vendita del nichel successivamente alla effettiva vendita". Ma il Comune spiega che "le entrate potenzialmente derivanti dalla vendita delle bobine di nichel non sono state iscritte nel bilancio di previsione 2019-21". E la sindaca accusa l'amministrazione di Gianni Alemanno che al tempo governava la città. "Ci sarebbe da ridere se chi ha amministrato prima non avesse messo davvero nero su bianco per anni e anni, a partire dal 2011, quei presunti incassi". 

Ma l'ex primo cittadino replica dando la sua versione dei fatti. "Le cose non stanno come le racconta Raggi" spiega a RomaToday. "La vicenda risale a ben prima, al 2004, quando con un decreto ingiuntivo la società è riuscita a sequestrare 36 mln dalle casse del Campidoglio per pagare un indennizzo che poi la Cassazione ha dichiarato illegittimo". Il rocchetto è arrivato nel 2011, ma, precisa Alemanno, "non come pegno sostitutivo ma aggiuntivo che non azzerava il debito".  Che, durante la sua amministrazione, assicura, "non è mai stato messo a bilancio"

Il Comune ha provato a venderlo all'asta senza successo per ben sei volte. E nel frattempo ha pure pagato per la sua sorveglianza, convinto di avere in mano un materiale molto prezioso. Valutazione che appunto sarebbe stata smentita da una perizia effettuata all'interno dell'indagine condotta dai giudici di Vicenza. 

Il Campidoglio però respinge ogni accusa sull'utilizzo della presunta somma, a quanto pare inesistente, per coprire spese pubbliche. "Non sono evocabili falle nei conti del Campidoglio e nessuna spesa è stata effettuata con somme derivanti dall’alienazione di nichel, semplicemente perché quella alienazione non si è realizzata" si legge in una nota stampa. "L’Amministrazione Capitolina può infatti finanziare le spese solo con risorse certe e disponibili, in base ai principi più elementari della contabilità pubblica che vengono rigorosamente rispettati". Il debito comunque non è mai stato sanato. Ma il Comune assicura: "Stiamo attuando ogni iniziativa percorribile per la sua riscossione".

"Da quando è iniziato il nostro mandato ci siamo messi a testa bassa a studiare, spulciare e controllare tutto quello che avevano fatto i cosiddetti "capaci" che governavano prima. E abbiamo puntualmente scoperto che Roma era piena di tanti ‘rocchetti’ di nichel" ha commentato ancora la sindaca in un'intervista rilasciata a Massimo Gramellini su Rai3. "Perché in passato nessuno ha fatto nulla? C'è stata tanta superficialità". 

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