Rifiuti, la Roma a Cinque Stelle prigioniera dei no: la resa alle proteste dei territori blocca le soluzioni

Progetti bloccati per ascoltare le periferie. Impianti accesi a metà, privati visti come il diavolo per non minare bacini elettorali. Idee di vecchie amministrazioni uccise ancora prima di vederle nascere. Così Roma diventa la Capitale del No

L'assessora Pinuccia Montanari prova a spiegare ai cittadini di Casal Selce il nuovo impianto di compostaggio

Il TMB Salario, che trattava un quarto dei rifiuti di Roma, andato in fumo e una città che, già in emergenza perenne, rischia di ritrovarsi ancora di più soffocata dall'immondizia. La raccolta è già al collasso in diverse parti della città. Per il fragile sistema di Roma, ancor più debole dopo il rogo nello stabilimento di via Salaria, le ore sembrano contate. All'orizzonte anche l'ipotesi del commissariamento

L'immobilismo di Roma sui rifiuti

Una città da anni incapace di rendersi autosufficiente, costretta a mandare fuori dai propri confini (i cosiddetti Ato) e dalla Regione i rifiuti prodotti per  l'assenza di impianti. Il tutto a prezzo altissimo che potrebbe aumentare, per i cittadini, proprio dopo l'incendio. C'è una costante che attraversa la storia degli ultimi anni della Capitale ed è quella di una politica che si mostra incapace di spiegare ai territori il bisogno di impianti, a volte neanche troppo impattanti. Una politica debole che si arrende a comitati locali affetti dalla sindrome Nimby (acronimo inglese di Not In My Back Yard, "non nel mio cortile")per non minare bacini elettorali e per rispettare promesse facili, pensate per soddisfare la pancia, ma non le reali necessità della città. Una costante iniziata con la resa della giunta Marino alla lotta degli abitanti di Falcognana (dove era prevista una discarica di servizio che oggi sarebbe quanto mai utile, ndr), proseguita con l'arrivo dei Cinque Stelle con l'addio ai progetti degli ecodistretti e oggi, in tempi di stelle cadenti in termini di consensi, più viva che mai.

Una costante che tiene bloccato il piano rifiuti in Regione. Già, perché, lo ricordiamo, per smuovere il piano rifiuti, serve l'indicazione delle aree idonee a nuovi impianti da parte della Città Metropolitana, a guida proprio Cinque Stelle. Un'indicazione necessaria per stendere un documento che manca dai tempi della Polverini e ancora pensato e strutturato sulla presenza di Malagrotta, discarica chiusa nel 2013 e mai sostituita. Ed anche gli impianti che la Sindaca Raggi reclamizza ad ogni sua ospitata televisiva, giaccono fermi in Regione all'iter autorizzativo per le difficoltà a far digerire alle comunità locali "l'amaro calice". Parliamo degli impianti di compostaggio di Casal Selce e Cesano, i cui progetti sono stati presentati, come da legge, all'ente regionale, ma contemporamente bloccati dallo stesso Comune per realizzare l'iter partecipativo sui territori, nel frattempo già in rivolta.

Il 'No' di Casal Selce e Cesano al compostaggio

I territori infatti, poco informati e coinvolti solo a posteriori, sono insorti. Casal Selce e Cesano-Osteria Nuova sono pronti a fare le barricate contro l'arrivo degli impianti di compostaggio voluti dal Comune. Nonostante le rassicurazioni dell'assessora alla Sostenibilità Ambientale, Pinuccia Montanari, su "niente odori e impatto zero" le due periferie sono sul piede di guerra. Casal Selce (municipio XIII, Roma ovest), alle prese pure con un terreno su cui vigono i vincoli paesaggistici dell'Agro Romano, protesta ricordando di aver "già dato" negli anni di Malagrotta: la discarica più grande d'Europa che sorgeva ad appena qualche chilometro da lì. 

A Cesano rifiuti tra scorie e antenne

"Saturo" anche il lembo più estremo di Roma Nord con Cesano e Osteria Nuova già vessati dalla presenza del depuratore Cobis di Acea, dalle scorie nucleari conservate nello stabilimento dell'ENEA Casaccia e dalle antenne di Radio Vaticana abbattute solo in parte. Che dire poi della precarietà dl sistema viario delle aree in cui dovrebbero arrivare i due impianti di compostaggio: contesti insanabili anche alla luce dei "benefit" previsti dai progetti del Campidoglio. Così, nonostante il tentativo di avvio dei percorsi partecipativi, più simili ad assemblee meramente informative, anche su questo fronte gli ostacoli non mancano. 

Il tritovagliatore di Ostia: cruccio dei Cinque Stelle

E se di stabilimenti nuovi i territori prescelti non vogliono saperne, è ira funesta anche intorno agli impianti esistenti che vengono sì utilizzati ma a mezzo servizio. Questo per non scatenare ulteriormente le proteste dei cittadini. Così il tritovagliatore di Ostia, che i 5 stelle avevano sempre negato di voler utilizzare, lavorerà per sopperire alla mancanza del Salario: in via dei Romagnoli, a quanto si apprende, arriveranno però meno delle 100 tonnellate per le quali è omologato. Questo per non indispettire il bacino elettorale lidense, dove la Raggi nel 2016 ha fatto mambassa di voti. 

Già convocato un sit-in in quel di Rocca Cencia, l'area del secondo TMB di Ama che "non vuole diventare la discarica di tutta Roma". E' li però che i camion della Municipalizzata sversano. Ed è qui, a pochi metri dallo stabilimento Ama, che Porcarelli ha in affitto da Colari (Cerroni) un tritovagliatore che potrebbe aiutare l'emergenza. La Regione l'ha indicato come fruibile (Montanari ha anche ringraziato), ma i Cinque Stelle, soprattutto per le pressioni dell'amministrazione municipale del VI municipio, non sembrano orientati ad utilizzarlo. Il tutto nonostante lo stesso impianto tratti già i rifiuti di molti comuni della provincia.

La protesta di Ponte Malnome destinato alla trasferenza 

Ed è Ama a tentare di placare invece le proteste di Monte Malnome, il sito scelto per la trasferenza: ossia l'area dove collocare i rifiuti raccolti in attesa che vengano spediti altrove. "Ponte Malnome verrà utilizzato temporaneamente (6 mesi al massimo, entro i quali l’azienda realizzerà altrove siti stabili di trasferenza), vista la situazione contingente attuale, esclusivamente per operazioni di trasferenza, fino a un massimo di 300 tonnellate di rifiuti/giorno. Il punto logistico non sarà assolutamente utilizzato come sito di stoccaggio, ma solo per attività di scarico e carico immediato su altri mezzi, che devono raggiungere velocemente gli impianti di trattamento di destinazione" - ha scritto in una nota la Municipalizzata assicurando come ogni sera l'area sarà libera di rifiuti e completamente ripulita con lavaggi ad hoc.

"Non vi è quindi alcun motivo di preoccupazione da parte di alcuno per questa attività tecnica, e utilizzazione logistica, resasi necessaria per l’incendio al TMB Salario". 

L'appello della Sindaca e il gelo dalle altre regioni

E se "dentro al Raccordo", tra veti e proteste, cercare il bandolo della matassa sulla questione rifiuti, imminente e futura, per il Campidoglio sembra complesso, anche al di fuori non va meglio: l'appello della Sindaca Virginia Raggi affinchè altri comuni e regioni aiutino Roma ha incassato una serie di porte chiuse. Spalancata solo quella del comune di Torino guidato dalla grillina Chiara Appendino. Peccato però non spetti al Comune sabaudo la decisione di accogliere rifiuti.

“È curioso questo appello (quello della sindaca Raggi di aiutare la Capitale dopo l’incendio al Salario, ndr), dopo che ci hanno detto per mesi che noi siamo degli inquinatori perché usiamo i termovalorizzatori” - ha replicato il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, riferendosi al fatto che anche i rifiuti di Roma che escono dai Tmb finiscono negli inceneritori che per la maggior parte sono localizzati nelle regioni del nord. “Se i termovalorizzatori inquinano la risposta sarebbe no, non possiamo mica contribuire ad inquinare ulteriormente l'aria della mia regione, se invece si riconosce che i termovalorizzatori non inquinano in maniera preoccupante, allora il discorso si potrà rifare”. 

Come a dire che per trovare soluzioni, occupando un ruolo di governo, bisogna scegliere: talvolta anche a costo di abbandonare posizioni ideologiche e ricredersi su alcune convinzioni. Cavalcare proteste e 'No' non basta più. E mentre la politica non decide, i privati professionisti del business dei rifiuti aspettano impazienti e vigili sull'argine del fiume il passaggio del cadavere.

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