"Chiudono i residence e io con una figlia malata finisco per strada"

Maurizio ha una figlia di cinque anni, ipovedente a causa di un tumore. E' nelle graduatorie per una casa popolare ma a causa di un reddito di poco superiore al tetto prefissato, deve lasciare la struttura. "Dove devo andare?"

Uno striscione di protesta fuori dal dipartimento Politiche Abitative all'Eur (Foto Facebook Blocchi Precari Metropolitani)

Cinque anni e mezzo e ipovedente a causa di un particolare tumore agli occhi, il retinoblastoma. C'è anche la famiglia della piccola Maria (nome di fantasia) tra quelle sotto sgombero nei residence per l'emergenza abitativa per cui il Comune di Roma sta procedendo con la chiusura. “Quando ci è stato assegnato un posto nel 2011 ci era stato assicurato che entro 6 mesi, massimo 14, ci sarebbe stata assegnata una casa popolare. Sono passati cinque anni e non solo siamo ancora qui ma rischiamo di finire in mezzo a una strada” spiega il padre Maurizio. Lunedì 11 aprile alcuni agenti della polizia locale per la terza volta si sono presentati alla sua porta per effettuare lo sfratto ma il tutto è stato rimandato.

LO SCANDALO RESIDENCE - La situazione di Maurizio è un destino comune a molte famiglie che oggi vivono nelle strutture in chiusura. I Centri per l'assistenza abitativa temporanea, spesso ex uffici dislocati in estrema periferia e trasformati alla bell'e meglio in alloggi, sono strutture destinate a famiglie in emergenza abitativa, sfrattati o sgomberati da altri alloggi, e hanno pesato per circa 40 milioni di euro all'anno sulle casse comunali. Un vero e proprio scandalo che l'amministrazione Marino aveva deciso di interrompere. Parcheggiati in queste strutture per anni in attesa di una casa popolare, una soluzione alternativa permanente non è mai arrivata. E oggi in molti si ritrovano sotto sfratto.   

IL BUONO CASA - Fallito il tentativo di aprire un nuovo servizio per l'emergenza abitativa a prezzi ragionevoli, i Saat, che erano stati pensati per garantire assistenza alle famiglie meno abbienti che oggi vivono nei residence, e comunque sempre in attesa di una casa popolare, sul tavolo è rimasto solo il buono casa. Un contributo di circa 700 euro che gli inquilini possono utilizzare per prendere una casa in affitto sul libero mercato. Un meccanismo che ha riscontrato non pochi problemi per i residenti che a più riprese hanno denunciato di essersi scontrati troppo spesso contro un muro di diffidenza dei privati verso la 'garanzia' dell'ente pubblico. Un meccanismo difficilmente applicabile per famiglie che si reggono su redditi annuali di poche migliaia di euro all'anno o con contratti precari. 

LA CHIUSURA - Ma i residence vanno chiusi al più presto, quasi tutti entro l'estate. Un'operazione non semplice che, da gennaio, coinvolge 28 strutture e oltre mille famiglie. Da gennaio infatti è necessario prorogare l'attività di quelli che rimangono aperti, sempre di meno con il passare dei mesi, a fronte del fatto che la delibera licenziata nell'ottobre scorso dalla giunta Marino fissava la dead line addirittura alla fine del 2015. Chi non ha accettato il buono casa ha ricevuto, o è destinato a riceverlo, un avviso di decadenza dall'assistenza e quindi di sgombero. Anche chi supera, anche di poche migliaia di euro, il tetto dei 18 mila euro fissato per poter accedere a tali strutture, viene lasciato per strada. Una delibera regionale approv