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Mafia Capitale: "Nonostante l'inchiesta corruzione ancora radicata e diffusa"

Il dato emerge dalla relazione annuale della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo che fa il punto sulla penetrazione delle mafie tradizionali nel Lazio e in particolar modo nella Capitale

Mafia Capitale non avrebbe frenato la corruzione nel settore degli appalti e degli affidamenti pubblici. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la maxi inchiesta non ha rappresentato un valido deterrente. Il dato emerge dalla relazione annuale della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo che fa il punto sulla penetrazione delle mafie tradizioni in Lazio e in particolar modo nella Capitale, travolta dagli scandali nell'ultimo anno e mezzo.  

NUOVI BUSINESS DELLA MAFIA A ROMA - Dal rapporto, che prende in esame il periodo che va dal luglio 2014 al giugno 2015, emerge che la malavita organizzata allenta i legami e le modalità operative tipiche dei territori di origine, "dove il linguaggio delinquenziale e il messaggio criminale passano necessariamente attraverso minacce, intimidazioni, richieste estorsive e atti di aggressione fisica" per creare nuovi sodalizi e nuovi business soprattutto attraverso l'acquisto di immobili e società. 

La "migrazione degli interessi delle mafie verso Roma" - si sottolinea nel testo - è anche favorita dalla tipologia criminale del Lazio dove, dopo la "banda della Magliana", nessuna aggregazione criminale ha mai assunto un atteggiamento egemone sulle altre, e dove la criminalità comune non appare fortemente radicata e strutturata. Infatti la malavita romana è tradizionalmente impegnata nelle attività di usura, gioco d'azzardo e commercio di stupefacenti, e non ha mai manifestato una specifica inclinazione alle attività di reinvestimento. Ciò comporta che le mafie non hanno alcuna necessità di contenderle i comparti economico-imprenditoriali.

I BENI SEQUESTRATI - Dal rapporto emerge anche un netto incremento dei patrimoni mafiosi sequestrati con Mafia capitale "Solo per il procedimento Mafia Capitale' sono stati sequestrati beni per circa 360 milioni di euro". E "tra i provvedimenti più importanti - si legge nel documento - oltre a quello appena citato, va ricordata la misura di prevenzione applicata nei confronti di Ernesto Diotallevi, storico esponente della "banda della Magliana".

Il decreto di confisca ha consentito di acquisire quote societarie, capitale sociale e intero patrimonio aziendale di 10 società di capitali; 46 unità immobiliari di rilevante valore, tra cui l'abitazione di famiglia in Piazza Fontana di Trevi, nonché una villa nell'isola di Cavallo in Corsica, oltre a depositi bancari e numerose opere d'arte per un valore complessivo di oltre 27 milioni di euro".

IL SODALIZIO DEI FASCIANI - La forza di intimidazione della consorteria criminale capeggiata da Carmine Fasciani è ben testimoniata "dall'assenza di denunce e dal tenore delle dichiarazioni rese a seguito degli atti intimidatori posti in essere". Nel documento, a sostegno di questa  tesi, viene citato un passo della sentenza con cui, lo scorso 30 gennaio, il tribunale di Roma ha riconosciuto la connotazione mafiosa del sodalizio guidato da Carmine Fasciani, condannato a 28 anni di reclusione. La mancanza di denunce nei confronti del clan, le testimonianze rese dalle vittime, scrive il tribunale "...attestano un generalizzato e diffuso clima di paura, che investe pesantemente e coinvolge la società civile, e denota come l'associazione del Fasciani avesse già realizzato un profondo inquinamento del territorio, assoggettandolo al suo dominio criminale e devastandolo nella sua legalità".

"LA CORRUZIONE DIVENTATA SISTEMA" - Malgrado ciò, come sottolineato dal consigliere Diana De Martino, le inchieste giudiziarie più recenti quali quella sull'Anas, ovvero la principale stazione appaltante del paese (che ha colpito il direttore aggiunto centrale, preposta al coordinamento degli affari amministrativi, la quale, unitamente ad alcuni funzionari, pretendeva tangenti per qualsiasi attività svolgesse), o sull'ospedale israelitico (in cui era prassi rappresentare nelle cartelle cliniche prestazioni non eseguite allo scopo di ottenere dalla Regione rimborsi superiori a quelli dovuti), hanno documentato, in termini di assoluta certezza e ancora una volta, come la corruzione sia diffusa e radicata al punto da essere ormai "sistema".
 

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