Referendum Atac, chi vota no. Intervista a Paolo Berdini per il "Comitato Atac Bene Comune"

Il presidente del comitato Atac Bene Comune, contrario alla liberalizzazione di Atac, spiega le ragioni del No. Berdini: "I bus gestiti dai privati già esistono: chiedete a chi, in periferia, attende un'ora e mezza alla fermata"

Tenere fuori la politica dal management di Atac. Puntare sull'aiuto dello Stato per far ripartire l'azienda. Investire sul ferro. Per Paolo Berdini, oggi presidente del comitato Atac Bene Comune, ieri assessore all'Urbanistica della giunta Raggi, domenica 11 novembre al referendum bisogna votare per il No. Semplicemente perchè, invertendo la rotta, ancora ci sono i margini per evitare la strada delle liberalizzazioni.

Come nasce l'idea di creare il comitato Atac Bene Comune e perchè ha accettato di esserne il presidente?

E' nato da un'esigenza profonda. Il referendum dei Radicali sembra continuare sulla strada scellerata delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni che, dagli anni '90, ha segnato la vita del paese. Le conseguenze di queste scelte le abbiamo appena viste nel caso del ponte Morandi e sono state drammatiche. Non si poteva far passare sotto silenzio il tentativo di procedere ad altre liberalizzazioni. Pertanto è stato importante che la Capitale rispondesse, mandando un messaggio chiaro al paese: il messaggio è che quella storia vogliamo che sia finita per sempre.

Però i romani hanno negli occhi i risultati dell'attuale gestione pubblica. Gli autobus in fiamme, le attese infinite alle fermate, i guasti alla metro. Ma come si è arrivati a questa situazione?

Noi siamo i più feroci critici di questa azienda. Non siamo i difensori dello status quo, al contrario da anni segnaliamo quello che non funziona. Ed il motivo per cui Atac è andata in malora è l'ingerenza della politica. E' un aspetto centrale che colpevolmente il referendum non prende in considerazione. La politica deve fare un passo indiestro e lasciare che gente competente e per bene, com'era Rettighieri, possa governare senza interferenze un'azienda complessa.  E' quello il nodo che non vogliono sciogliere nè i Radicali nè tantomeno la parte del PD che appoggia il referendum. 

Quindi lei vede nell'ingerenza della politica una delle ragioni che hanno portato al debito monstre di Atac?

Assolutamente sì e mi basta un solo esempio per dimostrarlo: il caso parentopoli avvenuto durante l'amministrazione di Alemanno. Quello è stato il punto massimo di caduta dell'etica nella conduzione di un'azienda pubblica. In quel frangente, ed eravamo nel 2008/2009, sono state assunte 800 persone. Ci sono costate, in dieci anni, duecento milioni di euro. Questa è la cifra che abbiamo pagato per la famelica privatizzazione di un'azienda che, fino a 30 anni fa, era sana. La politica deve uscire da Atac, che non deve essere più la classica vacca da mungere.

Tutto quello che c'è da sapere sul referendum dell'11 novembre

Se dipendesse da Atac Bene Comune, per risanare l'azienda, cosa occorrerebbe fare? Basterebbe tenere fuori la politica o servirebbe anche dell'altro?

Quello è il quadro generale, la premessa. Però il provvedimento che noi riteniamo sia il cardine, non è neppure presente tra i quesiti referendari. Bisogna puntare sul ferro. A Roma il 56% degli spostamenti dei cittadini avviene su gomma. A Milano invece l'80% usa tram e metropolitane. Nessuna azienda può limitare il deficit se continua ad organizzare il trasporto pubblico solo su gomma. Pertanto c'è bisogno di un investimento pubblico importante. Io, quand'ero assessore, avevo chiesto 2 miliardi per costruire 5 linee tranviarie. Chi lo fa questo grande sforzo economico, i privati? Non credo. E' il pubblico che deve riprendere il controllo dell'azienda, investire e nel tempo recuperare il deficit che si è creato.

Se vince il comitato per il No, poi da cosa si riparte per risanare l'azienda? 

Intanto chiederemo al fondo nazionale dei trasporti le cifre che vengono erogate per Milano. Il capoluogo lombardo  ha un terzo degli abitanti di Roma, ma prende più soldi della Capitale d'Italia. Questo sarà il primo provvedimento, perchè serve che lo Stato spenda. Il servizio di trasporto pubblico non può stare in attivo, ha bisogno di attingere sempre alla fiscalità generale, come del resto fa Milano. Poi nel giro di un anno bisogna aprire i cantieri per il tram sulla Palmiro Togliatti, prolungare l'8 fino a Termini e cominciare a fare  tutte  quelle opere che sono già condivise dall'opinione pubblica e che servono per mettere a posto questa povera città. 

Se vincesse il Sì invece, secondo Atac Bene Comune quale scenario si prospetta nella Capitale?

Sarebbe perpetrato il disastro che c'è in periferia. La liberalizzazione già esiste a Roma. L' azienda che gestisce i trasporti in periferia è privata. Ha i pullman targati Atac ma è privata.  Ed in periferia, i cittadini possono aspettare anche un'ora e mezza il passaggio dei bus, perchè lì il privato riduce le corse. Ed allora se malauguratamente vincesse il sì, noi andremmo a peggiorare ulteriormente il quadro del trasporto. Andremmo a portare anche in centro, il servizio che già oggi viene subito dai cittadini della periferia. Il risultato sarebbe un disastro per i poveri romani che, già oggi, non ne possono più di pagare per il mancato governo di Atac.  

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