Dentro Officine Zero a Portonaccio: dove il lavoro collettivo è "di pubblica utilità"

Da ex fabbrica per la manutenzione dei treni notte a 'multifactory', dopo il fallimento della società proprietaria su Officine Zero incombe una procedura d'asta. "Abbiamo chiesto al Comune di Roma di vincolare la destinazione di quest'area"

"Vorremmo il riconoscimento della pubblica utilità, come per lo Stadio della Roma". Attraverso il telefono le parole di Alessandro sembrano una provocazione. Una volta all'interno di Officine Zero diventa chiaro che non lo sono. Dopo 90 anni di manutenzione dei vagoni-letto della francese Compagnie Internationale des Wagons Lits, i capannoni immersi nel verde di via Partini 20, un'area stretta tra via di Portonaccio e i binari ferroviari che dalla stazione Tiburtina entrano nel cuore della città fino a Termini, oggi sono una fucina di attività.

Lo spazio è stato strappato con un'occupazione da parte di un gruppo eterogeneo di lavoratori all'abbandono che precede quasi sempre una 'rigenerazione urbana'. Pezzi di città che, dopo anni di lavoro vivo, diventano più 'produttivi' con lo sfruttamento del semplice suolo. Officine Zero, su questo fronte, entra a gamba tesa ma ne ribalta il risultato. Si presenta così: "Un progetto di rigenerazione urbana e del lavoro dove lavoratori autonomi, associazioni e artigiani condividono competenze e luoghi in un processo teso anche al contrasto del consumo acritico di oggetti e luoghi". 

"Attualmente sono una cinquantina i lavoratori attivi qui dentro ma a regime si può arrivare fino a 150 presenze" spiega Alessandro Splendori. "Ci sono i laboratori artigianali: falegnameria, tappezzeria, elettronica, saldatura, upcycling. Ma anche attività legate al cosiddetto ambito 'immateriale': collettivi di artisti, comunicatori, web designer, architetti, operatori turistici, lavoratori autonomi, coperative. Nessuno lavora da solo. Spazi e competenze sono condivisi e molti progetti nascono con le forze di tutti, ognuno secondo le sue competenze. Potremmo definirla una multifactory ad economia circolare con un occhio di riguardo al riuso dei materiali, alla relazione con il territorio e alle sue necessità, all'educazione sociale e ambientale". La quota dell'affitto rende accessibile a tutti uno spazio dentro Officine Zero: "E' il tipo di progetto ciò che conta di più, se risponde alla filosofia che ci siamo dati. In quanto al prezzo possiamo dire che ammonta allo stretto necessario per le spese e per la manutenzione e varia a seconda dell'utilizzo degli strumenti comuni".

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Mentre Alessandro parla dai capannoni dislocati lungo i viali si sente il rumore di una piallatrice. Il laboratorio di tappezzeria fa meno rumore ma al suo interno la giornata è piena di consegne da terminare. Stefano, invece, sta restaurando un piccolo mobile a cassetti. Sottratto alle strade romane 'dei rifiuti ingombranti' è destinato a tornare come nuovo e ad essere abitato, come la casa che lo ospiterà.

Nel laboratorio di Pigments, un collettivo che lavora per riscoprire antiche tecniche di stampa fotografica, Noemi sta valutando le immagini prodotte durante un workshop sull'utilizzo di scatole stenopeiche. Resistenti ad un mondo letteralmente invaso dalla tecnologia digitale, nelle stanze di Pigments parole come collodio, cianotipia e callitipia non sono retaggio di un mondo sepolto ma materia viva che imprime sulla carta le immagini del presente. Le stanze degli ex uffici, quelle del coworking, sono le più silenziose. Ma solo perché è troppo presto e molte degli spazi assegnati si devono ancora iniziare la giornata. 

Nei capannoni più grandi alcuni vagoni senza ruote sono rimasti sui ponteggi. Sembrano soprammobili in esposizione. Guardano le tracce dei binari sul terreno come un cordone ombelicale sbiadito. Ormai sono passati oltre cinque anni dall'ultima volta che un treno notte è entrato lì dentro per uscirne pronto per un nuovo viaggio. Con la chiusura del servizio, dal 2008 in mano alla Rail Service International spa (Rsi Spa) del gruppo Barletta, la produzione andò in crisi e per i lavoratori si aprirono le porte della cassa integrazione. Nel febbraio del 2012, a trattative ancora aperte con la Regione Lazio e Trenitalia, un gruppo di dipendenti occupò i capannoni nel tentativo estremo di salvare i propri posti di lavoro. Non funzionò. Ma la loro esperienza generò l'energia che ha portato a Officine Zero.

"Da ormai tre anni, però, sul sito incombe una procedura d'asta, aperta in seguito al fallimento della società avvenuto nel 2013" continua Alessandro. Ciò che potrebbe accadere è scritto nella nuova geografia del quadrante, un tempo molto attivo nel settore della logistica proprio per via della presenza della stazione Tiburtina. "Il lavoro è stato praticamente esplulso, sostituito da attività commerciali ed edilizia a scopo abitativo". Molte aree della stazione Tiburtina, dopo il piano di 'rigenerazione' di cui fa parte anche la nuova, futuristica, costruzione di Paolo Desideri, sono state vendute con un cambio di destinazione d'uso. Una di queste proietta la sua ombra su Officine Zero: la nuova, faraonica, sede di Bnl si trova a nemmeno 500 metri da lì. "La base d'asta ora parte da un milione e mezzo di euro. Quest'area è sempre più appetibile" ammette preoccupato Alessandro. 

"Per questo abbiamo chiesto al Comune di Roma di dichiarare la pubblica utilità. Vogliamo che non accada ciò che è successo altrove. La prima proposta era partita con la precedente amministrazione municipale di Emiliano Sciascia. Abbiamo anche partecipato a una 'call for proposal' alla Regione Lazio per un 'riposizionamento competitivo delle imprese'. Ed è stata accolta". A metà aprile l'incontro con il vicesindaco, Luca Bergamo, l'assessore all'Urbanistica, Luca Montuori, e la presidente del IV Municipio, Roberta Della Casa. "Un incontro positivo: gli abbiamo illustrato la nostra proposta e l'amministrazione si è mostrata interessata. In fondo si tratta di definire le funzioni di un'area che rischia di diventare un buco nel Piano regolatore della città. Noi chiediamo sia destinata a funzioni relative al lavoro, alla rigenerazione urbana e al verde pubblico. Chiunque sia il prossimo acquirente. E' una scelta di campo sul destino del quartiere e dell'intera città". 

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Commenti (1)

  • Sono contrario all'affidamento a queste persone, purtroppo, iniziative di questo genere, come occupazioni, collettivi, sono sempre riservate alle solite persone, e di progetti si parla raramente, scusate per il pugno duro, ma purtroppo è così.

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