Torri dell'Eur, addio Beirut? Montuori: "Cantieri prima dell'estate"

L'assessore all'Urbanistica ha ricostruito in Assemblea Capitolina le complicate fasi che hanno trasformato le ex Torri di Ligini nella Beirut dell'Eur. Montuori: "Il contenzioso è finito a gennaio, il Comune riceverà congrui oneri ed i cantieri ripartiranno"

Le torri di Ligini viste dalla Nuvola di Fuksas


Spiragli di luce. La sentenza del Consiglio di Stato, che a gennaio 2019 ha respinto il ricorso di Alfiere, regala una speranza al Pentagono dell’Eur. I giudici infatti hanno bocciato la richiesta di risarcimento danni di Alfiere, la società che è stata proprietaria, insieme ad altri, delle Torri di Ligini. Ed ha inoltre stabilito che al Comune spetti ora il pagamento di oneri “congrui”.

Il dialogo con Cassa Depositi e Prestiti

L’assessore all’urbanistica Luca Montuori ha ricostruito la vicenda legata a quella che i romani, con un certo sarcasmo, chiamano la “Beirut” dell’Eur. Ora, “con i proponenti (Cassa depositi e prestiti ndr) abbiamo individuato il metodo di calcolo degli oneri che si basa sull'aumento del valore nel momento in cui si da' il permesso di demolire le facciate portando un aumento dalla classe energetica B a quella A: gli oneri dovuti verranno calcolati in percentuale su questo plusvalore. Non saranno 24 milioni ma nemmeno 1 milione come era stato previsto nell'ultimo accordo, e in questo modo interveniamo sanando un'intesa tra soggetti che non avevano titolo per abbattere gli oneri di 23 milioni".

Le origini di Beirut

La vicenda  che l'assessore grillino ha ricostruito in Aula Giulio Cesare è annosa. Ed ha inizio con la sottoscrizione di un accordo, nel lontano 2002,  tra il Sindaco Veltroni ed il Ministro dell'Economia Tremonti, Il protocollo fissava un accordo per la cessione di alcuni immobili. Tra questi le ex Torri di Ligini che, ha ricordato Montuori “nel 2005 la società proprietaria Fintecna cede ad Alfiere". Cominciano così i balletti che l'urbanista grillino ha provato a tratteggiare.  "Sempre nel 2005 - ha raccontato all'Aula Giulio Cesare - è arriva una cordata pubblico-privata per metà di Telecom e Cassa depositi e prestiti e per metà di Alfiere e nuovamente di Fintecna”. Insomma, gli investitori non mancano. E neppure le idee per riqualificare le torri di Ligini difettano. Renzo Piano vorrebbe farne ad esempio degli appartamenti di lusso.

La destinazione residenziale

Intanto passano gli anni e si succedono amministrazioni capitoline. Da Veltroni si arriva ad Alemanno ed è duranta la sua amministrazione, nel 2011 che, ricorda Montuori “ si chiudono le istruttorie e si predispone il titolo edilizio per la trasformazione- in modo da realizzare il progetto dell'archistar genovese -  ma il permesso non è stato mai rilasciato e gli oneri non sono mai stati pagati”.

La stagione dei contenziosi

Si arriva così al 2015 quando, ha ricordato Montuori, “viene siglato un accordo non tra sindaco e ministro (come avvenuto con Veltroni e Tremonti ndr)  ma tra l'allora assessore alla Trasformazione urbana, Giovanni Caudo e la società Alfiere per trasformare il progetto originario e mantenere gli edifici”. Da quell’anno si sono succeduti “una serie di contenziosi perchè nell'accordo, finalizzato alla rigenerazione urbana delle torri con un progetto che l'assessorato non ha mai redatto, ci si allinea non piu' agli oneri previsti fin dal 2004, ma a una cifra forfettaria di 1 milione, 23 in meno dei 24 iniziali”. La vicenda, già intricata, si complica. 

"Nel 2016 Alfiere presenta la comunicazione di inizio lavori e ci sono alcuni piccoli lavori propedeutici alla demolizione, ma il primo agosto 2016 i lavori non erano ancora iniziati e il Comune notifica ad Alfiere l'annullamento del permesso a costruire, che viene impugnato al Tar che lo dichiara illegittimo. Telecom ne approfitta e si sfila” e di conseguenza Alfiere chiede quindi al Comune un risarcimento di 325 milioni perchè l'annullamento avrebbe provocato un danno. Ma nel 2018 il Tar respinge prima la richiesta della società privata a cui segue la richiesta anche del Comune, che vuole 20 milioni “per danni d’immagine”. Bocciata anche questa pretesa, si arriva al recente pronunciamento del Consiglio di Stato. 

Il contributo congruo da versare a Roma Capitale

Alla fine, ha concluso Montuori, "il 9 gennaio il Cds ha respinto la richiesta di risarcimento di Alfiere  confermando la sentenza del Tar del Lazio che abbiamo accolto con grande soddisfazione: le responsabilità  non sono di Roma Capitale - ha sottolineato l’assessore -  ma chiaramente della proprietà”. C’è un altro aspetto, contenuto nella sentenza del Consiglio di Stato che ora alimenta la speranza per la rapida riapertura  dei cantieri: per i giudici i proponenti erano tenuti a versare un contributo congruo a Roma Capitale. Il dialogo tra l’amministrazione cittadina e cassa depositi e prestiti è così ripartito. Trovata la quadra sugli oneri che dovranno essere corrisposti al Comune, i lavori non tarderanno a ripartire. "Cassa depositi e prestiti sta ora presentando la richiesta di proroga e il cantiere partirà, ci auguriamo, prima dell'estate". Questione di giorni quindi. Salvo complicazioni di cui, una vicenda come quella descritta, non è mai stata avara. 

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