Diciotto mesi nel partito per candidarsi a Bruxelles: Salvini frena tutti e scontenta i leghisti del Lazio

Un anno e mezzo almeno di militanza nel partito come condizione posta dal leader. Un bluff per molti, in assenza di tesseramento

Matteo Salvini, foto Ansa

Ai territori non piacerà, ma per Bruxelles si punta a uomini di fiducia calati dall'alto. La prossima settimana arriveranno le liste complete, con i nomi dei leghisti in corsa per le europee del 26 maggio: 14 per la circoscrizione del centro Italia, 6,7 di questi per il Lazio. Il tavolo delle trattative è ancora aperto e il fine settimana servirà a tirare le fila. Ma un dato su tutti emerge dagli ambienti interni del partito: per puntare a un posto in lista, servono almeno 18 mesi di militanza nel Carroccio. Così avrebbe imposto il leader Matteo Salvini. Un bel freno agli esponenti locali saliti da poco, troppo poco, sul carro del vincitore.

Per il Lazio quindi ci penseranno i vertici a piazzare nomi buoni e, più o meno, datati. Tra i papabili due uomini dei ministeri, Marco Penna, capo dell'ufficio legislativo del dicastero all'Agricoltura di Gian Marco Centinaio, e Andrea Signorini, della segreteria del ministro all'Istruzione Marco Bussetti, marito della deputata Sara De Angelis, candidato presidente del II municipio di Roma nel 2016. Un posto potrebbe essere riservato allo storico, europarlamentare uscente, Mario Borghezio. E ancora tra i quotati abbiamo Marco Sciscione, da novembre responsabile delle telecomunicazioni della Lega regionale. 

In bilico, forse scansata all'ultimo da qualche big, la consigliera di Arce, provincia di Frosinone, Sara Petrucci.  Un passato nel Pdl, da anni attiva sul territorio con realtà civiche, eletta nel 2014 con la lista Insieme per Arce Democratica. Sostiene da tempo la Lega di Matteo Salvini. In forse, ma più fuori che dentro, anche Fabrizio Santori, tra le new entry della scorsa estate, migrato da Fratelli d'Italia dopo le politiche del 2018. Intenzionato a correre verso Bruxelles, è tra i leghisti di breve corso. Nemmeno un anno da dirigente regionale non basta per aggirare i limiti posti dal Capitano. 

In realtà c'è chi storce il naso sulla regola dei 18 mesi, anche perché ci sarebbero già eccezioni a far discutere. Vedi la candidatura data quasi per certa dell'uscente Marco Zanni, noto euroscettico ex grillino passato in Europa al gruppo Alde a gennaio 2017, ma ufficialmente nella Lega da maggio 2018. Un anno. D'altra parte, come si dice, fatta la regola trovato l'inganno: senza un tesseramento o un database di iscritti al partito, è difficile stabilire esattamente da quanto si ha la patente di salviniani. 

E allora più che una regola ferrea e inaggirabile, il tetto dell'anno e mezzo sembra più uno strumento in mano alle correnti per affossare all'occorrenza l'amico-nemico di turno. O, tuttalpiù, un messaggio politico lanciato dall'alto, in linea con i paletti già annunciati nelle scorse settimane: i "commissariamenti" in atto nelle regioni del centro sud. Se è vero infatti che Salvini, per il Lazio, forse pressato da maldipancia su più fronti, ha chiarito due settimane fa che "si va avanti così con gli attuali dirigenti", è di dominio degli addetti ai lavori che al coordinatore regionale Francesco Zicchieri un paio di "colonnelli" dal nord verranno affiancati eccome.

Uno dei due, il bergamasco Daniele Belotti. Leghista di lungo, lunghissimo, corso, noto alle cronache per la grande passione per la squadra del cuore, l'Atalanta, che nel 2011 lo fece finire sotto inchiesta, accusato di essere l'ideatore dell'ala violenta degli ultrà. Poi prosciolto, è ripartito come deputato. E' l'uomo di fiducia di Salvini, che non scalzerà Zicchieri ma comunque gli starà addosso. Un commissariamento a metà. Con azzeramento di tutti i dirigenti nominati in questi mesi. Un'operazione che toccherà tutte le regioni, ma che molti leghisti laziali stentano a digerire. 

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